La chimera del “museo diffuso”. L’editoriale di Antonio Natali

Antonio Natali si ispira alle proteste dei cittadini di Centuripe, in Sicilia, per sottolineare l’importanza di preservare la bellezza dei territori che compongono il nostro Paese. Senza stravolgerne le sembianze.

Veduta aerea di Centuripe
Veduta aerea di Centuripe

Le donne e gli uomini di Centuripe in Sicilia stanno lottando perché le terre di Muglia, dove sono nati, rimangano come Dio le ha create. Terre financo crude, che s’addolciscono talora. Calanchi affilati che s’alternano a declivi torniti. Distese di campi e, accanto, monticoli di zolle quasi bianche. Terre mediterranee, con la cromia acre dell’erbe riarse in estate o coi colori vivi dei fiori in primavera. Terre di vigorose sembianze, non piagate dall’invadenza di strutture irriguardose. Terre vergini. Rimaste vergini anche perché protette e difese dalla gente e dalla sua miseria.
L’Italia è un Paese dove sempre più raramente accade di trovare luoghi che abbiano serbato le loro sembianze primitive. È un Paese dove sempre più frequenti sono le invasioni d’uno sviluppo che travolge tutto quanto abbia una sua integrità naturale (a principiare dal colmo di tanti poggi, su cui quotidianamente si drizzano le antenne sfacciate della telefonia mobile). E però, quando càpiti una campagna incontaminata, una campagna che la civiltà industriale, in virtù di contingenze storiche (e non certo per generosità), ha risparmiata dalle sue brutture, non si riesce a trovare il sistema per salvaguardarla. Qui da noi si fa di tutto per evitare quei vincoli che lo Stato pone al fine di tutelare il patrimonio nazionale (ambientale, immobile e mobile) e scongiurare gli abusi del privato a scapito del pubblico. Ecco: a Centuripe è proprio il popolo a chiedere un vincolo (storico, archeologico, paesaggistico) a protezione della purezza aspra d’una terra rimasta miracolosamente indenne anche da quelle costruzioni (villette e palazzine) che dappertutto hanno sgangherato l’Italia.
Nelle terre di Muglia c’è da immaginarsi che, per aggirare le questioni sollevate dall’etica, ma anche dall’estetica, s’accamperanno, come sempre e dovunque avviene, i beneficî di cui alla fine godrebbe la comunità, magari con la promessa di posti di lavoro, a buon diritto ambìti in una regione che n’è povera; ma – come il più delle volte succede – quello che ne verrà alla conclusione dei lavori non sarà verisimilmente conforme alle aspettative. E quelli che ci vivono si ritroveranno alla fine senza i vantaggi ch’erano stati loro garantiti e con un territorio oltraggiato e stravolto; un territorio dove avevano vissuto i loro padri e i padri dei loro padri, che del territorio medesimo erano l’anima. Le intrusioni della civiltà industriale e della speculazione non vìolano soltanto le terre, ma disperdono la memoria degli uomini, e con la memoria anche la storia.

La cognizione di patrimonio comune è alla base d’ogni popolo civile”.

Di Centuripe avevo sentito dire che avesse, vista dall’alto, la conformazione d’una stella marina e m’ero persuaso che davvero n’avesse le monumentali fattezze. Ma quando ho pensato alla lotta dei suoi abitanti per la tutela e la conservazione di quei luoghi, m’è venuto spontaneo figurarmi – in quella sagoma – l’impronta d’un uomo che bocconi abbracci la sua terra perché nessuno se n’appropri e per sempre la guasti. La coscienza d’una così nobile e fiera proprietà, condivisa da tutti i cittadini, comporterà quella cognizione di patrimonio comune ch’è alla base d’ogni popolo civile. E sarà poi il popolo stesso a esercitare direttamente la tutela d’un territorio tornato finalmente tutto suo. Davvero non conosco altra strada per instillare e divulgare il concetto che il patrimonio d’arte e ambientale è un bene di tutti. Le Amministrazioni pubbliche – soprintendenza, regione, città, provincia (o suoi sinonimi) – possono (e comunque: dovrebbero) spendersi nelle azioni di tutela; ma non ci sarà mai tutela più sicura di quella che i cittadini in prima battuta àttuino quando siano convinti che stanno lottando per un loro bene e avvertano le loro terre come parte eminente d’un lascito prezioso ch’è loro gratuitamente toccato. Solo il coinvolgimento popolare esprime il significato tangibile di quel “museo diffuso” di cui tutti parlano o straparlano (governanti in testa), senza però mai preoccuparsi di dimostrarne la veridica esistenza e soprattutto di sostenerlo con finanziamenti adeguati. E intanto il “museo diffuso” declina. Restando una chimera.

Antonio Natali

Articolo pubblicato su Grandi Mostre #18

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonio Natali
Dal giugno del 2006 al novembre del 2015 è stato direttore della Galleria degli Uffizi, dove ha lavorato dal 1981 al 2016. Nello stesso 2006, in un concorso al Politecnico di Milano, ha ottenuto l’idoneità come professore ordinario di Storia dell’arte moderna. Dal 2000 al 2010 ha insegnato Museologia all’Università di Perugia. Studia soprattutto argomenti di scultura e di pittura del Quattrocento e del Cinquecento toscano, con incursioni frequenti nel contemporaneo.