Riforma Franceschini, cultura ed economia. Le riflessioni di Filippo Cavazzoni

Il direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni dice la sua sulle novità introdotte dal ministro Franceschini. Sottolineando il peso dell’aspetto economico quando si parla di cultura.

Dario Franceschini
Dario Franceschini

Cancellate quasi tutte le novità introdotte dal suo predecessore, Franceschini ha approntato l’ennesima riorganizzazione del MiBAC, che ora ritrova la “t” del turismo. Ripristinata l’autonomia ai musei che l’avevano perduta, concessa ora anche ad altri soggetti, creati nuovi organismi per la valorizzazione e la tutela, si tratta di ritocchi alla grande riforma del sistema museale statale che l’attuale ministro per i beni culturali aveva disegnato in occasione del suo precedente passaggio al Collegio Romano.
Di un paio di mesi fa, poi, la presentazione dello studio Boston Consulting Group, che dava numeri molto positivi in merito all’andamento dei musei statali: 53 milioni di visitatori nel 2018 per circa 280 milioni di euro di proventi. Tutto bene, quindi?
Non proprio; e a dircelo è un recente volume scritto da Antonio Leo Tarasco, Diritto e gestione del patrimonio culturale, edito da Laterza, in libreria da settembre. L’autore è dirigente presso la Direzione generale Musei del MiBACT e da anni professore di legislazione dei beni culturali. Nel suo libro, approfondito e necessario, spazia fra varie questioni di fondamentale importanza, che potrebbero essere così riassunte: in che modo dobbiamo accostarci al nostro patrimonio culturale? Quali sono i dati reali in merito al suo andamento? Come funziona tale settore in altri Paesi (Francia, Regno Unito e Stati Uniti)? Come potrebbero essere meglio gestiti i nostri musei?
L’autore si colloca nella spopolata area del “diritto dell’economia del patrimonio culturale”, con “l’obiettivo di coniugare riflessioni giuridiche con l’analisi statistico-finanziaria della realtà indagata”. Già questa scelta di campo è inconsueta, in un Paese come l’Italia in cui ogni considerazione sul nostro patrimonio sconta spesso un’assenza preoccupante di dati obiettivi a sostegno delle proprie affermazioni. E il fatto stesso che sia difficile recuperare e ottenere numeri e cifre rappresenta bene tale fenomeno. Tarasco parla di una vera e propria “spiritualizzazione” del patrimonio, che induce a tralasciare il dato economico e a non considerare che anche conti in ordine derivanti da una oculata gestione debbano avere un ruolo fondamentale nella discussione.

Da una parte occorrerebbe rendere effettivamente autonome le istituzioni culturali, permettendo loro di organizzarsi nel modo più efficiente; dall’altra responsabilizzarle per quanto riguarda i risultati gestionali ottenuti”.

L’impostazione adottata da Tarasco pare essere simile a quella utilizzata da Gianni Canova in un libro anch’esso di nuova pubblicazione: Ignorantocrazia. Perché in Italia non esiste la democrazia culturale (Bompiani). Per Canova, ordinario di storia del cinema e rettore in IULM, “siamo un Paese che non ha mai accettato fino in fondo l’idea di industria culturale e che continua a bamboleggiarsi con quei cascami tardo-romantici che identificano il successo di un prodotto culturale come un disvalore. Che l’arte e la cultura siano anche ‘merci’ continua a essere considerato con orrore da gran parte dell’establishment culturale, soprattutto da quello che maschera con una patina di ostentato progressismo il proprio intimo, atavico, profondo e ontologico aristocraticismo”. E per fare un esempio di tale atteggiamento cita le riflessioni prodotte da Tomaso Montanari e Vincenzo Trione nel loro Contro le mostre (Einaudi).
Proprio queste posizioni sono alla base della venerazione per l’art. 9 della Costituzione (il sacrosanto principio della promozione della persona umana per mezzo della cultura) e dell’avversione per l’art. 97, che parla di “buon andamento”, “sostenibilità del debito pubblico” ed “equilibrio dei bilanci”. Peccato che, al di là di Tarasco, i due principi costituzionali non siano mai messi in correlazione così ponendo le premesse per una incontrollata spesa pubblica nel settore culturale. E invece, come ci insegna il suo volume, i due principi possono benissimo convivere anche nel settore culturale. Anzi: debbono, perché a imporlo sarebbe la stessa Costituzione, che non ha mai prescritto un dovere di promozione culturale “a qualsiasi costo”. Su questi convincimenti giuridici, viene analizzata la composizione dei ricavi dei musei statali e la loro (in)capacità di autofinanziarsi. Ed emergono dati sorprendenti e inediti (raramente messi in luce dalla pur abbondante letteratura), che mostrano un grande potenziale di crescita nella creazione di introiti: da donazioni, sponsorizzazioni, concessione degli spazi e anche dalla biglietteria.

AUTONOMIA E RESPONSABILITÀ

Tale sottoutilizzazione economica del nostro patrimonio viene ancora più enfatizzata dal raffronto con esperienze a noi comparabili; vedi il caso francese: “La logica francese appare soddisfare esattamente la tesi qui sostenuta […]: proprio al fine di perseguire l’obiettivo della démocratisation culturelle è necessario improntare la gestione museale a una rigorosa logica aziendale tendente alla ricerca di fondi non pubblici e alla riduzione delle spese”. Da una parte occorrerebbe rendere effettivamente autonome le istituzioni culturali, permettendo loro di organizzarsi nel modo più efficiente; dall’altra responsabilizzarle per quanto riguarda i risultati gestionali ottenuti.
Tra le tante proposte avanzate da Tarasco, ne è presente una in felice e totale controtendenza rispetto alla solita litania del “servono più soldi (pubblici)”: “Paradossalmente, soltanto una riduzione dei finanziamenti pubblici al settore del patrimonio culturale potrebbe innescare una virtuosa attivazione di un processo di valorizzazione economica del patrimonio culturale”. Anche perché, da un punto di vista delle norme, già oggi sarebbe possibile andare verso forme più varie e coraggiose di gestione. Se alcune esperienze (poche) sono state realizzate (nonostante le diverse riforme organizzative ministeriali) e hanno dato buoni risultati, perché non provare a replicarle?

Filippo Cavazzoni

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Filippo Cavazzoni
Filippo Cavazzoni (Carpi, 1978) si è laureato in lettere moderne all’Università di Parma e ha conseguito un master di secondo livello in Parlamento e politiche pubbliche alla LUISS Guido Carli di Roma. Attualmente è direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni e amministratore unico di IBL Libri. Per l’IBL segue inoltre i temi delle politiche per la cultura e lo spettacolo. Collabora con il quotidiano Il Giornale ed è segretario generale di Confcultura. Di recente ha curato il libro “Il pubblico ha sempre ragione? Presente e futuro delle politiche culturali” (IBL Libri, 2018).