Giusto un breve e confuso cenno al punto 24. È l’unico nel quale si cita la cultura. Questo è il programma di governo del PD, di LEU e del M5S. Cosa significa e che ricadute ha, nell’editoriale di Massimiliano Zane

Nonostante i molti richiami, istituzionali e non, nella bozza di programma per il nuovo governo M5S + PD + LEU, la cultura è non pervenuta. Semplicemente non la si menziona. Mai. Si accenna a “le identità culturali e le tradizioni locali […] valorizzando la ricchezza del nostro patrimonio naturale, storico, artistico” al 24esimo punto e comunque all’interno della sola promozione del turismo. Bene no?

COSA SUCCEDE SE NON SI COLTIVA LA CULTURA

Un segno netto e inequivocabile (come se ne servissero altri) della marginalità cui il settore continua scandalosamente a esser relegato nel nostro Paese. Un Paese che dimentica l’importanza delle radici della stessa parola cultura: ‘colere’, ‘coltivare’.
Quindi, non coltivando la cultura, non coltiviamo noi stessi; non coltiviamo il diritto e l’emancipazione; non coltiviamo la crescita e l’innovazione; non coltiviamo i territori; non coltiviamo il senso di appartenenza e quello di coesione; non coltiviamo la qualità della vita, il dialogo interculturale e lo sviluppo socio-economico.

ECONOMIA DELLA CULTURA: QUALCHE NUMERO

Eppure che la cultura sia uno dei motori trainanti dell’economia italiana si sa. O meglio, si dovrebbe sapere. Evidentemente però non è così, quindi pare chiaro dover ribadire ancora il concetto: il sistema produttivo culturale e creativo italiano (imprese, pubblica amministrazione e non profit) genera quasi 96 miliardi di euro e attiva altri settori dell’economia per 265,4 miliardi (circa il 16,9% del Pil nazionale: +2,9% nel 2018 sul 2017). Un dato comprensivo del valore prodotto dalle filiere del settore, ma anche di quella parte dell’economia che beneficia di cultura e creatività e che da queste viene stimolata, a cominciare dal turismo per tacere del design, della grande industria meccanica di precisione, del manufatturiero legato al lusso e molto altro ancora.
Una ricchezza che si riflette in positivo anche sull’occupazione: il solo sistema produttivo culturale e creativo dà lavoro a 1,55 milioni di persone (il 6,1% del totale degli occupati in Italia, con una crescita dell’1,5%, superiore a quella del complesso dell’economia, che si attesta al +0,9%).

COME È INTESA LA CULTURA NEL RESTO DEL MONDO

Eppure, come hanno ampiamente ricordato le prove raccolte negli anni, gli aspetti culturali sociali e civili, tra cui “la partecipazione attiva alla vita culturale, lo sviluppo delle libertà culturali individuali e collettive, la salvaguardia di eredità culturali tangibili e intangibili, la protezione e la promozione di diverse espressioni culturali”, sono sempre più componenti fondamentali dello sviluppo umano, sociale e civile di città ed aree intere in chiave sostenibile.
Eppure, altrove, la cultura e il patrimonio culturale vengono ri-considerati nella loro più ampia accezione di testimonianza della crescita comune, condivisa; vengono chiaramente riconosciuti come veicolo per nuove pratiche di crescita civile, vettore di esternalità positive anche attraverso i lori effetti positivi in differenti aree di crescita. Un concetto esteso che si va ad affermare, ovunque tranne che in Italia, che evolve e guarda dunque non più solo alle ricadute ambientali date dalla produzione “elevata” dell’intelletto umano (arte, scienza, letteratura…), bensì all’insieme delle opportunità di sviluppo date dell’operato “culturale” civile fatto di pratiche, saperi e consuetudini, di ogni gruppo umano sociale o comunità.

Altrove, la cultura e il patrimonio culturale vengono ri-considerati nella loro più ampia accezione di testimonianza della crescita comune, condivisa; vengono chiaramente riconosciuti come veicolo per nuove pratiche di crescita civile.

Così il patrimonio viene investito di inedite funzioni, passando da entità asettica a patrimonio sociale, comunitario di carattere simbolico, legato alla memoria collettiva condivisa e alla nozione di identità. Segnali importanti, questi, di un’evoluzione fondamentale nell’accezione stessa della nostra eredità culturale e della sua importanza, determinante per la nostra formazione civile e sociale, presente e futura. Richiami non più solo aleatori, ma che riconoscono la cultura e il patrimonio come quarto pilastro dello sviluppo sostenibile e invitano le città e i governi locali e regionali di tutto il mondo a sviluppare solide politiche culturali e a includere una dimensione culturale in tutte le proprie politiche pubbliche.

RICORDATE LA COSTITUZIONE?

Negare uno spazio programmatico degno di questo nome alla cultura significa negare tanto la sua propria dimensione storica quanto quella proiettata al futuro. Significa negarne le incessanti trasformazioni fisiche, giuridiche e dell’economia; ma anche quelle di comunità e peculiarità dei territori. Perché la cultura è narrazione, riconoscibilità, ma anche bene e soggetto-oggetto giuridico, e come tale è centrale nella definizione e nell’evoluzione sociale identitaria, non solo locale.
Una complessità interpretativa della società che la Carta Costituzionale, all’articolo 9, richiama chiaramente con un tratto giuridico netto, di eccezionale lungimiranza e innovazione (datato 1947) che, collegando la promozione della cultura e della ricerca alla tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, “non proclama un principio astratto, ma stabilisce una concreta linea d’azione collegata ai diritti essenziali del cittadino […] diritti che contribuiscono al progresso spirituale della società e allo sviluppo della personalità individuale” (Salvatore Settis). Un richiamo che, andando oltre i più classici e riferimenti, era stato proclamato come perno dell’operato del nuovo esecutivo, centrale nelle sue attività, almeno nelle parole del Presidente del Consiglio incaricato, Giuseppe Conte.

QUEL CHE LA CULTURA POTREBBE FARE

Rivedere il ruolo della cultura come asset fondamentale, particolarmente oggi, sarebbe quanto mai necessario, non solo auspicabile ma necessario per incrementare i processi di sviluppo, di presenza e partecipazione, di relazione con gli spazi condivisi (pubblici o privati), di lotta alla marginalizzazione e di welfare culturale, con tutti i benefici che ne possono conseguire. Pensiamo soprattutto a quelli extra-economici: favorire e ispirare il pensiero critico e solidale, sviluppando la resistenza alla discriminazione, all’indottrinamento e al pregiudizio; promuovere la partecipazione attiva con l’implemento delle proprie competenze morali essenziali e del proprio potenziale attraverso nuove forme di apprendimento e relazione; o ancora, rafforzare il sentire comune, favorendo la propria e altrui tutela fisica e intellettuale e il dialogo interculturale, facilitando l’integrazione e il senso di appartenenza e consentendo ai gruppi sociali a rischio di esclusione – ad esempio le minoranze etniche – di entrare a far parte attiva della società come membri e non come ospiti.
Eppure non è così. Ancora. E si continua a perpetrare il nulla, la cultura della “non-cultura”, disperdendo occasioni e opportunità che proprio non possiamo permetterci il lusso di smarrire. Non più.

– Massimiliano Zane

Il programma di governo PD-M5S datato 3 settembre 2019

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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.