Il futuro delle biblioteche. L’editoriale di Stefano Monti

Tra digitalizzazione e calo sensibile dei lettori, le biblioteche rischiano di scomparire. Stefano Monti propone alcune strategie per scongiurare questo rischio.

2A+P-A, Nuova Biblioteca Lorenteggio, Milano, 2017. Courtesy Antonia Jannone, Milano
2A+P-A, Nuova Biblioteca Lorenteggio, Milano, 2017. Courtesy Antonia Jannone, Milano

In un mondo sempre più veloce, le indicazioni del consumo dedicate alla lettura e le statistiche relative alla fruizione delle biblioteche esprimono un tendenziale negativo che non va assolutamente sottovalutato.
Oggi la maggior parte delle nostre biblioteche appare senza dubbio in difficoltà rispetto alle esigenze dei cittadini. La verità è che da un lato il progresso tecnologico ha creato una serie di servizi che minano la funzione stessa della biblioteca e che, dall’altro, il nostro sistema bibliotecario non era (e non è) pronto alle sfide che questa evoluzione vorticosa presentava.
In questo contesto, certo non basta “digitalizzare” le opere presenti in biblioteca. A voler esser più precisi, non solo non basta, ma forse non ha nemmeno senso. Non è più quello il campo su cui le biblioteche pubbliche devono affermarsi. Google nel frattempo ha digitalizzato il mondo (Maps), la conoscenza scientifica (Scholar) la narrativa (Books) e le notizie si possono leggere su qualsiasi giornale online. Alla base della rivoluzione delle biblioteche ci deve essere quindi un ripensamento più profondo, che miri a riaffermarne il senso e a rivalorizzare la loro funzione sociale. Digitalizzare è sicuramente una condizione necessaria, ma definire una strategia di rilancio del sistema bibliotecario su questo punto è un errore grossolano.
Le biblioteche pubbliche in Italia (fatte salve le dovute eccezioni e al netto di una concreta rivoluzione dell’intero sistema) non possono competere con Google, Amazon e altri servizi online. Devono trovare altre strade per servire i cittadini. Devono trovare il loro ruolo all’interno di un mondo estremamente diverso da quello che le ha generate.
La base da cui partire, per riaffermare il ruolo centrale delle biblioteche nella vita quotidiana dei cittadini, infatti, non è nell’aggiornamento dei servizi sinora offerti, ma nella funzione che tali servizi assolvevano, vale a dire contribuire alla formazione di una cittadinanza attiva e informata e garantire (a partire dalla nostra storia recente) la sopravvivenza di un sistema democratico, consentendo a tutti di poter accedere alle stesse conoscenze e alle stesse possibilità. Nessun gigante dell’informazione digitale può, al momento, assicurare queste funzioni fondamentali per il nostro vivere civile ed è per tale ragione che questi sono gli obiettivi che le biblioteche devono porsi.

PAROLA D’ORDINE: RINNOVAMENTO

Partendo da questo assunto, appare chiaro come i servizi sinora immaginati per questa istituzione culturale rappresentino solo una parte delle possibili attività che le biblioteche possono porre in essere: dalla gestione di servizi alla cittadinanza ai percorsi di formazione; dalla creazione di servizi in grado di incrementare la conoscenza del proprio territorio alla gestione diretta di attività culturali, fino a includere tutti quei servizi necessari ad accompagnare i cittadini verso una perfetta consapevolezza delle implicazioni che le trasformazioni digitali stanno avendo sui nostri stili di vita.
Certo, è vero, la biblioteca è un luogo in cui la fruizione di “libri” deve pur continuare ad avere un ruolo fondamentale. Ma in un’Italia che legge sempre meno, è anche vero che è necessario avviare nuovi percorsi di stimolo alla lettura. In un’Italia che si preoccupa delle fake news, bisognerebbe guardare al fatto che i tassi di analfabetismo funzionale crescono in maniera vorticosa. Tutto ciò è possibile soltanto se le biblioteche avviano un percorso di rinnovamento che non è solo di natura “concettuale”: per realizzare servizi di questo tipo, per essere efficaci senza dover gravare sulla spesa pubblica, è necessario che le biblioteche adottino personalità giuridiche adatte, e che si strutturino per poter realizzare investimenti aggiuntivi in grado di generare gli introiti necessari per poter estendere le proprie attività.
In altri termini, è necessario che imparino i linguaggi del presente, che si adattino a un mondo che forse non è il migliore dei mondi possibili, ma che sicuramente presenta loro l’opportunità di reinventarsi e tornare a essere un punto di riferimento per l’intera collettività.

Stefano Monti

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.