In tempo di crisi politica tutto diventa ancora più ingarbugliato. Così può accadere anche che, con un blitz ferragostano, il ministro del MiBAC Alberto Bonisoli firmi in fretta e furia il decreto di riorganizzazione del patrimonio museale nazionale, cancellando gran parte della riforma Franceschini nata solo quattro anni fa.

Un’accelerazione repentina, quella impressa dal ministro del MiBAC Alberto Bonisoli alla riforma del patrimonio museale nazionale, probabilmente determinata dai rischi dell’instabilità politica. Decisamente improvvisa nei tempi e nelle modalità di attuazione. Sicuramente inopportuna per decisioni di questo peso e che di fatto ha completamente bypassato il territorio, imponendosi su di esso.
Sì, perché è bastata una semplice firma, posta il 13 agosto, a cancellare il Polo museale del Veneto, assimilandolo a quello della Lombardia, entrambi approdati sotto l’egida della nuova Direzione territoriale delle reti museali di Lombardia e Veneto. Un gesto che richiama alla mente metodi vecchi di cinquant’anni e che ha dato vita a un macro-contesto centralizzato, burocraticizzato e totalmente sconnesso da quei territori che invece dovrebbe curare e valorizzare.

STATALIZZAZIONE NOVECENTESCA

Parliamo di un colosso da 29 musei (11 lombardi e 18 veneti) creato e innestato meccanicamente secondo un progetto confuso, privo di logica, senza alcuna strategia né concertazione con i territori coinvolti. Una mostruosità pachidermica, che sa di storia vecchia. Un cambio grave e gravoso di impostazione nei rapporti fra istituti e territori, che lede ogni forma di appartenenza e territorialità culturale a favore di una asettica statalizzazione. E non importa che lo stesso Bonisoli rassicuri che “i musei rimarranno sotto la gestione diretta dello Stato, ma in chiave più moderna, efficiente e semplificata, con una distribuzione più equa delle risorse”: questo resta un intervento compiuto con estrema superficialità e semplicità su un elemento culturale complesso che, assieme agli istituti coinvolti, tocca il tessuto territoriale stesso in cui essi sono inseriti e di cui sono rappresentanza, imponendosi senza alcun dialogo.

CULTURA E TERRITORIO

Tutto questo accade in un momento storico estremamente particolare per la cultura e in particolare per i musei. Un momento complesso, di cambiamento generale dei rapporti tra interlocutori istituzionali, ma colmo di opportunità, con nuovi modelli di governance, nati per offrire l’opportunità a differenti istituti di operare a differenti programmazioni, secondo un più consono adattamento dei tempi e dei territori, ma che in questo caso non vengono minimamente valorizzati, anzi.
Ma il panorama e il peso dei rapporti e delle relazioni tra patrimonio, musei e società è cambiato, e continua a cambiare; gli equilibri si sono spostati e oggi, più che in passato, la centralità del ruolo istituzionale e identitario dei musei viene riaffermato quotidianamente e rivendicato con determinazione dall’intera comunità culturale internazionale: una rivoluzione di indirizzo sostanziale, che mette in luce la crescente volontà di responsabilizzazione sociale cui sono chiamati a rispondere i musei contemporanei.

LA PERDITA DELL’IDENTITÀ LOCALE

In questa cornice, il museo di oggi è specchio del territorio, centro di interpretazione, luogo di produzione, presidio di tutela territoriale attiva. Elemento vivo di valorizzazione e di contatto con i territori in cui nasce e con cui opera. Un contatto unico, produttore di “valore” e attrattività uniche tra luoghi e genti, tra senso di appartenenza e di appaesamento. Ma tale riorganizzazione sostanzialmente nega tutto questo, in quanto il territorio da amministrare, a conti fatti, sarà ampissimo, estremamente complesso e diverso, morfologicamente, fisicamente e culturalmente, per storia e beni.

“Un elemento sociale e culturale che vive tanto nella sua propria dimensione storica quanto in quella proiettata al futuro.”

Così inevitabilmente ogni attività di gestione e coordinamento perderà quell’attenzione specifica all’identità locale che non solo è necessaria al riconoscimento dei beni culturali in quanto tali, ma che ne è l’unica capace di rilevarne e valorizzarne al meglio l’essenza stessa e uno dei tratti che maggiormente caratterizzano il patrimonio artistico italiano: quello della sua diffusione territoriale; un fenomeno che ha ovviamente precise ragioni socio-politiche e culturali e che è strettamente legato alle radici e all’evoluzione di una storia che, nella propria peculiare frammentazione, ha trovato una chiave di inesauribile ricchezza, varietà e continua rigenerazione; frutto di stratificazioni e azioni svolte in modo sostanzialmente dialettico. Un elemento sociale e culturale che vive tanto nella sua propria dimensione storica quanto in quella proiettata al futuro; che non può esser cristallizzato, uniformato, assoggettato e statalizzato scosso com’è a incessanti trasformazioni fisiche, giuridiche e dell’economia, o a quelle della comunità e delle peculiarità dei territori. È cultura, narrazione, riconoscibilità, ma anche bene e soggetto-oggetto giuridico, e come tale è centrale nella definizione e nell’evoluzione sociale identitaria locale. Cosa del tutto ignorata dal provvedimento di riorganizzazione portato avanti dal Ministro Bonisoli.

PER UNA PEDAGOGIA DEL PATRIMONIO

Occorre una posizione nuova verso soggetti e oggetti definiti “culturali”, sicuro, ma non è questa. Oggi occorre andare ben al di là del riconoscimento dato dall’istituzionalizzazione o meno di una collezione museale. Serve una pedagogia del patrimonio che miri a rileggere il legame tutto italiano tra collezioni museali e contesto territoriale, tra patrimoni custoditi e paesaggi della contemporaneità. Lo heritage vero e proprio, inteso come retaggio storico culturale personale ricevuto e da trasmettere, attuata attraverso il riconoscimento del valore personale e comune (anche economico) del bene e della responsabilità che questo comporta.
In questo senso e a questo scopo i poli regionali nacquero come estensione dei poteri dello stato a supporto, per “assicurare sul territorio l’espletamento del servizio pubblico di fruizione e di valorizzazione degli istituti e dei luoghi della cultura”, e ancora, “a definire strategie e obiettivi comuni di valorizzazione, in rapporto all’ambito territoriale di competenza”. Invece, in questo nuovo progetto di accorpamento non si ritrova nulla di tutto questo, anzi, il pensiero che emerge è quello settoriale o, peggio, statale-unilaterale, accentratore e tutt’altro che organico, volto alla distratta ed asettica gestione di un bene comune. Una prospettiva che mina alla base i principi di sviluppo e valorizzazione dei territori attraverso le potenzialità del proprio patrimonio. Un’occasione persa che, anzi, rischia di compromettere ciò che di buono fin qui è stato fatto e il molto altro che si sarebbe potuto fare.
Insomma, se sulla Riforma dei beni culturali in atto in molti avevano esposto perplessità, a questo punto i dubbi trovano ulteriore conferma: purtroppo siamo di fronte a una ennesima riforma di cui non se ne sentiva il bisogno, fine a se stessa, senza coraggio, visione, lungimiranza, che inevitabilmente sarà cancellata dal prossimo ministro. L’ennesimo pasticcio di una politica senza idee, caratterizzata dall’inerzia e dalla scarsa attenzione generale, e in particolare verso un settore, quello culturale, ancora troppo fragile e considerato superfluo per lo sviluppo del Paese.

– Massimiliano Zane

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Massimiliano Zane (Venezia, 1979) è progettista culturale, consulente strategico per lo sviluppo e la valorizzazione del patrimonio.