L’Aquila a 10 anni dal Terremoto. L’intervento dello scrittore Alessandro Chiappanuvoli

Artribune aveva già raccontato il triste decennale all’interno della rubrica Talk Show, a cura di Santa Nastro, su Artribune Magazine 47. Ritorniamo sull’argomento con il contributo dello scrittore Alessandro Chiappanuvoli.

L’Aquila è un’occasione sprecata”, dicevo recentemente su Rai Radio 3 a Loredana Lipperini. Oggi preciso: L’Aquila è un’occasione sprecata tanto per gli aquilani quanto per l’Italia. Ci avviciniamo al decennale del terremoto ed è tempo di consuntivi. Già ne girano diversi. “Come è cambiata la città? A che punto è la ricostruzione? Qual è il bilancio di questi dieci anni? Quale lezione ha tratto il Paese dalla vostra esperienza”, ci domandate. Per rispondere, credo, non si può che ripartire da quei giorni di aprile 2009, dalle emozioni che ci hanno bucato lo stomaco e dai pensieri che ci hanno ingolfato la mente.

Norcia, Novembre 2016. Basilica di San Benedetto ph. Antonio di Cecco

Norcia, Novembre 2016. Basilica di San Benedetto ph. Antonio di Cecco

L’AQUILA NEL 2009

L’impressione, sulle prime, era d’impotenza. Tutto il mondo che avevamo attorno, bello o brutto che fosse, semplicemente non esisteva più, era il vuoto. Ma non solo. A quel vuoto si accostò un’immagine ancor più scioccante: senza case, lavoro, scuole, senza istituzioni, privati delle più basilari certezze, ci ritrovammo spaventosamente nudi. Eravamo vulnerabili, esseri umani esposti alla violenza irrazionale della natura. Eppure, senza accorgercene, eravamo diventati anche liberi, ci eravamo affrancati dal passato, ci eravamo svincolati dalle storture invisibili, inconsapevoli del presente. E forse è stata questa condizione inconscia che più ci ha spaventato, il ritrovarci impietriti davanti all’ineludibilità di una domanda dalla prepotenza infantile quanto essenziale: e adesso che ne facciamo del nostro futuro? Come ricostruiamo noi stessi e la nostra città? Abbiamo scelto – oramai è noto – di affidarci al motto “com’era, dov’era”. Ma il “com’era, dov’era”, oltre a orientare il processo di ricostruzione verso “il restauro conservativo”[1], ossia facendo prevalere “una strategia di patrimonializzazione culturale in cui il miglioramento dell’antisismicità delle abitazioni è stato vincolato a un piano d’intervento dominato dall’obiettivo primario della tutela storico-artistico-architettonica del bene”, è come se in qualche modo avesse permeato anche nel pensiero comune, nell’agenda politica, nell’emotività sociale degli aquilani.

L'Aquila. centro storico, Via tre Marie, ph. Claudio Cerasoli

L’Aquila. centro storico, Via tre Marie, ph. Claudio Cerasoli

IL COM’ERA, DOV’ERA

Non è questo il luogo per discutere su come avremmo dovuto impostare la ricostruzione materiale dell’Aquila, né presumo di averne le competenze. La mia riflessione – diventata oramai un cruccio – su quel che è oggi la mia città o sul quel che sarebbe potuta diventare prende spunto invece da quei primi giorni, non appena la polvere si è posata, dal momento in cui, nudi ma liberi, potevamo immaginare il nostro futuro. Prima del “come”, avremmo dovuto chiederci “perché» ricostruire la nostra città, su quali basi, con quali prospettive, verso quale direzione. Cosa avremmo voluto diventasse L’Aquila? Quale idea di città avremmo dovuto mettere a fondamento della ricostruzione sociale ancor prima che materiale? Questo momento di riflessione però è mancato. Non so se ci sia mancata la forza, la capacità politica o civica, di certo ci è mancata la lucidità. Abbiamo avuto l’occasione di ripartire da zero, non per forza stravolgendo l’assetto urbano, ma decidendo con calma cosa potenziare, su cosa investire, e non l’abbiamo fatto. È come se ci fossimo barricati dietro quel “com’era, dov’era” e dopodiché avessimo soltanto atteso la pioggia di fondi, la redazione dei progetti, singoli, unici, slegati, l’allestimento dei primi cantieri e avessimo cominciato e ricostruire tutto com’era prima, puntando solo sul miglioramento sismico. Come se L’Aquila fosse solo un ammasso, una distesa senz’anima di case e palazzi. Come se – e questa è l’unica giustificazione – la precarietà causata dal terremoto e l’incessante stato d’emergenza ci fossero restati dentro. Non abbiamo lavorato sull’identità, non abbiamo ragionato sulla nuova identità che avremmo potuto darci, benché le nostre bocche fossero colme di ritrovata “aquilanità”, di “torniamo a volare”, di “L’Aquila rinasce”, di “non molliamo”; speranze più che progetti, chimere più che idee.

L’AQUILA, CITTÀ DELLA CULTURA?

E invece L’Aquila avrebbe potuto diventare una città della cultura, valorizzando le sue eccellenze legate al teatro, alla musica classica, al cinema o favorendone la crescita di nuove; avrebbe potuto predisporre un piano di rilancio dell’intero Ateneo immaginandosi come città universitaria a misura di universitari, e non sperare che si salvasse semplicemente eliminando le tasse d’iscrizione per tre anni; avrebbe potuto puntare sullo sviluppo dell’Ospedale Regionale San Salvatore, dove pure piccole grandi eccellenze ci sono, rivestendo il ruolo di città della salute e non, di contro, assistere inerme al suo selvaggio smembramento; avrebbe potuto investire sul turismo, un turismo di montagna moderno e sostenibile, dato che abbiamo il Gran Sasso e che il nostro territorio è compreso tra due grandi parchi naturali: L’Aquila città di turismo; avrebbe potuto incentivare la crescita economica impegnando risorse nello sviluppo dei due miseri poli industriali, attirare investimenti, favorire la nascita di startup, diventare una vera smart city e non fare soltanto da cavia per la sperimentazione della connessione 5G o costruire un tunnel “intelligente” per i sottoservizi che ad oggi, per altro, rallenta la ripresa del centro storico; avrebbe potuto invitare architetti e ingegneri e focalizzare la sua ripresa sull’innovazione urbanistica con una coesione tra l’antico e il moderno, farsi laboratorio urbano sul modello di Berlino; avrebbe potuto riprogettare se stessa come green city pensando al futuro, attingendo dai modelli virtuosi in giro per il mondo, riconvertendosi, migliorando la qualità dell’aria, eliminando le congestioni del traffico, puntando sulle energie rinnovabili; avrebbe potuto farsi esempio di avanguardia mondiale delle tecniche di restauro e delle tecnologie antisismiche, di concerto con l’Università di Ingegneria raccogliere i saperi e le esperienze che sono stati adottati nella ricostruzione e metterli a sistema, invece che celebrarli il giorno dell’inaugurazione e poi relegarli alla competenza di pochi tecnici del settore; avrebbe potuto – lo dico con immenso rammarico – sperimentare un modello di ricostruzione partecipata, socialmente condivisa, come pure veniva richiesto a gran voce da tanti comitati, rinascere con i propri cittadini e a misura dei propri cittadini, tornare alla vita in nome della trasparenza politica instaurando un legame profondo con i suoi abitanti. L’Aquila poteva diventare tutto questo e altro, altro ancora. Poteva ma non lo è diventata. Non lo siamo diventati.

Duomo, L'Aquila, ph. Claudio Cerasoli

Duomo, L’Aquila, ph. Claudio Cerasoli

LE INIZIATIVE PRIVATE

Le uniche cose che invece sono nate, le uniche cha hanno arricchito il territorio rispetto a ciò che era dieci anni fa, sono legate a iniziative private o individuali. Tanti aquilani, nel terremoto, in quello stato d’indeterminatezza, si sono come trovati, hanno scoperto la propria passione e l’hanno seguita raggiungendo ottimi risultati. Oggi sono fotografi, scrittori, editori, cantanti, musicisti, o insegnanti, professori, ricercatori, e medici, avvocati, ingegneri, architetti, o hanno aperto un bar, un pub, un ristorante, un negozio in un centro commerciale, hanno fondato associazioni, cooperative che lavorano nel sociale o mirano al rilancio del territorio. Molti, purtroppo, sono andati via per cercare la propria strada altrove. Altri, una minoranza, sono rimasti, siamo rimasti – chissà poi perché – e resistiamo con le nostre idee in una città senza idea di se stessa dove per altro le idee dei suoi cittadini faticano indicibilmente ad attecchire. Sopravviviamo, tanto è, in attesa di un ritorno alla normalità che però già sa di beffa, già odora di vecchio, stantio, già incarna i medesimi difetti che c’erano dieci anni fa: «com’erano-dov’erano». Se questa narrazione, che è solo il punto di vista di un cittadino, scrittore e sociologo, pare essere eccessivamente negativa, se non dà sufficiente conto ai tanti sforzi fatti anche in buona fede, che ci sono stati non lo nego, me ne rammarico. Ma solo in parte. In realtà, la mia è una provocazione mirata. Da chi si sente chiamato in causa e offeso mi piacerebbe essere smentito. Vorrei, prove e fatti alla mano, essere attaccato, demolito, colpevolizzato, perché, a essere onesto, ritengo insopportabile, a dieci anni dal terremoto, vivere ancora in una città senza identità, in una città che fatico a riconoscere, in una città che ha avuto, e a carissimo prezzo, la più grande opportunità possibile di rilancio e l’ha sprecata. E spero infine con tutto il cuore che i tanti e differenti territori devastati dal terremoto del Centro Italia, che oggi, a oltre due anni, tra disinteresse politico e rallentamenti burocratici, si trovano nella nostra stessa situazione di allora, non prendano da noi esempio e che, prima di iniziare la ricostruzione delle loro case, sappiano mettere a fondamento della loro rinascita un’idea e un senso identitario profondo di comunità.

Alessandro Chiappanuvoli

[1] A. Ciccozzi, «Com’era-dov’era». Tutela del patrimonio culturale e sicurezza sismica degli edifici all’Aquila, in Etnografia e Ricerca Qualitativa – il Mulino, 2/2015.

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Alessandro Chiappanuvoli

Alessandro Chiappanuvoli

Alessandro Chiappanuvoli (L’Aquila, 1981) è laureato in Sociologia della Multiculturalità. Ha pubblicato “Lacrime di poveri Christi. Terzigno: cronache dal fondo del Vesuvio”, la silloge “golgota” (Premio Laudomia Bonanni 2013, giovani autori). Suoi scritti e articoli sono apparsi su: “Stella d’Italia.…

Scopri di più