Vittorio Sgarbi risponde a Giorgio Bonomi sulla nomina al Mart

In seguito all’intervento del direttore di Titolo, Giorgio Bonomi, riceviamo e pubblichiamo la risposta di Vittorio Sgarbi, appena nominato Presidente del Mart di Rovereto

In seguito all’intervento del direttore di Titolo, Giorgio Bonomi, riceviamo e pubblichiamo la risposta di Vittorio Sgarbi, appena nominato Presidente del Mart di Rovereto

Veduta di miart

Apprezzo che Artribune abbia una linea editoriale coerente, e ospiti affettuosamente i miei oppositori. In questi giorni tocca al signor Giorgio Bonomi di cui ha faticato a identificare l’esistenza l’amico Sergio Risaliti stupito “da tanta acredine” e da “giudizi così violenti”. Lo ringrazio della preoccupazione, ma non c’è da stupirsi che chi non è riuscito a far sapere nulla di sé cerchi di farsi riconoscere attaccando chi fa e si espone, mettendo nel conto i rischi. È infatti l’onestà di ammettere la sua invidia che spiega la sua rabbia. Per cercare argomenti non gli pare vero parlare di condanne penali, come se non avessimo avuto mille prove della giustizia ingiusta, come i casi di Tortora e di Braibati. Mi pare anche positivo, invece, che l’Italia si “distingua dal resto del mondo”, anche se non so se proprio per una semplice nomina a presidente di un consiglio di amministrazione di un museo, peraltro a titolo gratuito. Non si capisce bene a che titolo parli il signor Bonomi, né che conoscenza reale abbia dei miei libri, che non vogliono essere di divulgazione e neppure scientifici (parola abusata da chi finge di credere alla infallibilità della scienza).

MART Glaskuppel courtesy MART Museo Arte Contemporanea Rovereto e Trento
MART Glaskuppel courtesy MART Museo Arte Contemporanea Rovereto e Trento

SULLE PUBBLICAZIONI

I miei sono libri di scoperta e di scrittura, fatti per essere letti, come sono; e talvolta di indagine su territori sconosciuti, come il catalogo della recente mostra di Giovanni De Mio a Schio, dove si illustra (“scientificamente”!) un raro pittore che ha lavorato con Palladio. Che poi io abbia un dinamismo fisico e psichico è cosa nota a chi mi conosce, e a chi segue il mio calendario, verificando che, per disciplina, mi applico con “merito, impegno, responsabilità”. Ci sono atleti, nello sport, più fisicamente dotati di Bonomi? E allora si rassegni ai suoi limiti, anche nell’attività intellettuale. Basterebbe che chi mi critica avesse ascoltato una mia conferenza o un mio racconto teatrale, per capire. Venga – magari con Tonelli – al mio spettacolo su Leonardo al teatro Manzoni di Milano, tra il 19 e il 24 marzo. Sarà mio ospite. Non voglio difendere, invece, da critiche legittime, il mio padiglione Italia alla Biennale di Venezia, ma tutto era -tecnicamente- meno che “imbecille”, ciò zoppicante, dal momento che ha consentito di vedere non 3, 14 o 18 artisti certamente meritevoli, ma 4000, fra i quali, non fosse che per il numero, molti straordinari e altrimenti “invisibili”. Respingo invece, al limite della querela, l’insinuazione su Croce che io non avrei mai letto, secondo Bonomi. Non si permetta. Mi costringe a fargli sapere che io, negli anni in cui imperversavano Marcuse e Adorno, leggevo Benedetto Croce, grazie alla luminosa intelligenza di mio zio Bruno Cavallini; che su Croce ho scritto un lungo saggio nel 1979, quando il mio critico forse non era ancora nato, indagando la sua singolare posizione su Dante; che di Benedetto Croce posseggo un carteggio nel mio archivio; che Alda Croce, la figlia di Benedetto, aveva una corrispondenza con me, concedendomi la sua stima; che ho vinto, con Michele Ainis, per il libro “la Costituzione e la bellezza” (edito da La nave di Teseo) il Premio Croce a Pescasseroli, nel 2017, con una giuria presieduta da Dacia Maraini e con membri come Luca Serianni, accademico dei Lincei e della Crusca; che infine ho dedicato a Benedetto Croce una strada nella città di Sutri.

LA NOMINA

Per entrare nel merito delle critiche alla annunciata nomina a presidente del Mart, verrebbe voglia di non rispondere alla consueta litania di richiami a sentenze sommamente ingiuste, dal momento che che è sufficiente leggere, sul “Corriere” di sabato scorso ,nelle pagine nazionali, l’intervista di Aldo Cazzullo dove io, per la centesima volta, spiegavo di essere stato condannato per la denuncia di un fascista dichiarato, Italo Tassinari, che si convinse subito dell’errore ritirando la querela, ma il processo andò avanti comunque mancando dell’oggetto. Io, infatti, ero sì assente, ma perché in aspettativa senza retribuzione, con l’incarico esclusivo della Provincia di Rovigo (nel territorio della Soprintendenza) di realizzare l’inventario del patrimonio artistico della città, tra l’altro con la collaborazione di una studiosa che oggi lavora alla sezione arte della Fondazione Museo civico di Rovereto, Paola Pizzamano, mia bravissima allieva, e che può raccontare la verità umana di questo insensato processo. Io non mi sono mai assentato dal lavoro pubblico, sono andato in aspettativa per assumere un’altro incarico pubblico, che ho portato a compimento con la formula del “comando”, dallo Stato alla Provincia, nello stesso ambito professionale. L’esempio che do è, appunto (mi sembra un merito), nelle attività che ho fatto, nelle opere e nelle innumerevoli mostre che ho realizzato (titoli ad adiuvandum, al di là delle legittime, se pertinenti, critiche), e nell’aver lavorato, come farò a Rovereto, senza stipendio. Mai sentito parlare di sentenze ingiuste?

Vittorio Sgarbi con il Consiglio di Amministrazione della Fondazione Canova Possagno
Vittorio Sgarbi con il Consiglio di Amministrazione della Fondazione Canova Possagno

SULLE CRITICHE

Il catalogo di “Rovigo-Le chiese”, un grande volume, fu pubblicato da Marsilio, sotto il patrocinio e per iniziativa della Provincia di Rovigo. Nessun altro ispettore delle Belle Arti, pagato, ha fatto una cosa simile. Però, così va il mondo. Credo invece che chi mi critica dovrebbe entrare nei contenuti e verificare, nelle mie funzioni pubbliche, ciò che ho realizzato nel merito, al di là della mia presenza fisica che, per un ruolo presidenziale, di indirizzo e non operativo, poco importa. E sarò, comunque, presente, perché amo il Trentino e gli uomini onesti e autentici che lo popolano, e il meraviglioso paesaggio che va difeso da aggressioni e da ignoranza. Io sono stato, oltre che deputato italiano e europeo, sottosegretario ai beni culturali, presidente della commissione cultura della Camera, sindaco di Sanseverino, Salemi e Sutri, assessore alla cultura di Milano, Sanseverino, Cosenza, Urbino, Alto commissario a Piazza Armerina, assessore alla cultura della Regione Sicilia, Soprintendente alle belle arti di Venezia; sono stato, appunto, direttore del padiglione Italia alla Biennale di Venezia, direttore del settore arte del Festival di Spoleto, Commissario (attualmente) per le arti ad Amelia, presidente (attualmente) della Fondazione Canova; oltre a scrivere, da sempre, su molti giornali e ad aver pubblicato circa duecento libri e innumerevoli, nell’ordine delle centinaia, cataloghi. Non ho mai chiesto niente. Mi chiedo perché non hanno chiamato, per analoghe funzioni, il signor Bonomi. Vorrei dire, anche se il paragone è azzardato: perché, per giudicare l’attività di Caravaggio o di Egon Schiele, non si fa riferimento alle loro ben più gravi situazioni giudiziarie: l’uno assassino, l’altro pedofilo? Perché, per giudicare una persona, si valuta il suo merito specifico, quello che ha fatto, la sua opera. Ecco: io suggerirei al Bonomi di leggere qualche mio libro e di vedere, da Aosta a Catania, quante e quali iniziative e mostre si devono, in più di quaranta anni (il mio primo libro è del 1977) al mio impegno come ideatore o curatore.

Vittorio Sgarbi
Vittorio Sgarbi

LE CURATELE

E in ogni parte d’Italia. E a Parigi, a Vienna, in America Latina, in Brasile, in Argentina, a Buenos Aires, a San Paolo, Rio de Janeiro; e in Australia, a Melbourne, Sidney, Vittoria. E in tutti gli istituti di cultura del mondo, dico tutti. Allora (mi dispiace non poterne fare l’elenco) verificare, e immaginare cosa potrò fare, come sarebbe bene capitasse in altri luoghi del mondo, chiamando persone esperte, e di lunga esperienza, in un museo che non dirigo ma presiedo, e in cui non è richiesta la mia presenza come un dipendente (che non sono), e alla cui direzione proporrò, e ho evidentemente già in mente, progetti e idee, senza ricevere stipendi. Aggiungo che sono anche presidente della Fondazione Cavallini-Sgarbi, dotata di una grande collezione d’arte che, prima di essere annunciato presidente del Mart, si era programmato, con la precedente amministrazione, di esporre a Castel Caldes. Perché Bonomi non pensa a fare cose utili (magari concorrere al posto di presidente del Mart per ostacolare, con i suoi luminosi titoli, la mia nomina), anziché giudicarmi senza conoscere il mio lavoro specifico di promotore e animatore d’arte? Penso soltanto, dopo tanti anni, ad alcune cose: come Soprintendente speciale del Polo museale di Venezia rianimai la Ca’ d’Oro e aprii Palazzo Grimani, fino ad allora visitabile solo su appuntamento, con le mostre di Giorgione e di Bosch. Il museo passò da 5 visitatori al giorno a 800. Così ho fatto ora, aprendo a Sutri il museo di Palazzo Doebbing: 6mila abitanti, 11mila visitatori, il più visitato museo della Tuscia. A Noto, come commissario per la ricostruzione, feci eseguire l’intera decorazione della Cattedrale a venti valorosi artisti contemporanei. Uno spettacolo di vera arte religiosa. Vedere per credere. Da assessore a Milano portai Palazzo Reale da 350 a 700mila visitatori, e ora sono oltre un milione. A Salemi inventai il Museo della Mafia, inaugurato da Napolitano, e costato (come documentano due bellissime pagine di Giannantonio Stella sul Corriere e un’intera pagina di Philippe Ridet su Le Monde) solo 63mila euro, che recuperammo in quattro mesi. Qualche dato sparso, a cui aggiungerei i 350mila visitatori della mostra “Caravaggio in Europa” a Palazzo Reale a Milano, e i 700mila della mostra il “Tesoro d’Italia”, nel padiglione Eataly all’Expo di Milano, con Oscar Farinetti, che ho già invitato per animare al Mart una iniziativa su Cultura-Agricoltura: le mele di Cézanne e le mele del Trentino. Vuole venire ad assaggiarle, il mio radicale oppositore?

Vittorio Sgarbi

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1 COMMENT

  1. E’ semplice contestare Vittorio Sgarbi… la sua lunga vicenda pubblica testimonia di una centrifuga aspirazione a essere dovunque. E chi è dovunque, almeno da qualche parte, sbaglia.
    Ma la questione, anche per i suoi detrattori, non è tanto relativa al carattere (ebefrenico, come direbbe un amico) impegnativo del personaggio, né alle sue qualità vere o presunte in tema di storia dell’arte, quanto alla reale possibilità di fare qualcosa per il MART che, negli ultimi tempi, ha modificato, anche per obbligati quanto dolorosi tagli al bilancio, i propri originariamente quasi illimitati orizzonti.
    La verità è che – storicamente – la figura del Presidente del Museo (MART o altri) dovrebbe aver poco a che fare con il progetto squisitamente culturale dell’Istituzione.
    I precedenti Presidenti del MART ebbero diverse funzioni. Pietro Monti, uomo di grande levatura e del territorio, traghettò con competenza e passione il concetto, al tempo rivoluzionario, di un museo di arte moderna (non contemporanea) nel nulla (mi perdoni la provincia trentina, ma in effetti fu un azzardo puntare sulla piccola cittadina di Rovereto…). Monti fu il “vero” (e mai più ritrovato) presidente del MART, foriero del nuovo, disposto a giocare la sua persona in qualcosa che non aveva ancora né nome né forma. E che poi difese il museo sin da Palazzo delle Albere quasi fosse, e lo era, una questione d’onore.
    Bernabé rappresentò nell’ “era Belli”, il necessario complemento internazionale a uno slancio poderosissimo del Museo, proiettato nell’empireo dei primi in Europa per depositi e, soprattutto, parlando dal punto di vista accademico, per archivio. E così si comportò, Bernabé, come un forte ausilio, laterale, mai soverchiante, a un progetto di internazionalità che sembrava a portata di mano. E fu determinante per la rete di relazioni che il giovanissimo Ente culturale aveva necessità di consolidare dopo i primi anni concitati.
    Molto diverso fu il “regno Vescovi”, che non brillò se non per il presunto antagonismo con la seconda zarina del MART, Cristiana Collu, tanto che il conflitto, vero o presunto che fosse, portò la studiosa sarda ad abbandonare la sua reggenza anzitempo. La Signora Vescovi rappresentò il Presidente consueto: un nome rassicurante che comparisse nell’organigramma di un Ente ormai famoso, con alcun vero potere o velleità progettuale, relegato alla sola rappresentazione del territorio.
    Ma nessuno dei tre Presidenti del MART osò mai, in nessun modo, intralciare il progetto culturale del Museo, né tantomeno ingerire nelle politiche di comodati delle collezioni private lasciate in deposito al Museo, di per sé piuttosto povero di opere d’arte di caratura, data la sua giovane età e la sua impossibilità di effettuare una vera e propria politica di acquisizioni.
    Cosa potrebbe fare oggi Vittorio Sgarbi per il MART? Ciò che ci si aspetterebbe da un Presidente di un Museo d’arte: perorare la sua causa per acquisire ciò che negli anni il MART ha perso, le collezioni private abbandonate – dopo la partenza di Gabriella Belli – al caso e alla fortuna del momento, una diaspora senza fine che ha, credo, dimezzato la collezione permanente o quantomeno l’ha depauperata di molte opere importanti.
    E, magari, ostacolare l’inarrestabile ondata di mostre “prefabbricate” che hanno purtroppo iniziato a interessare anche il cartellone martiano, malgrado alcune resistenti lodevoli iniziative a firma dell’ottimo staff curatoriale.
    Ma davvero Vittorio Sgarbi può ottenere un rilancio del MART attraverso un’opera faticosa, capillare, certosina, dispendiosa, di ricerca di nuovi depositi, di nuove acquisizioni, di nuove attrattive che ripopolino il bel museo trentino, oscurato anche dalla presenza ingombrante del museo di Renzo Piano, tanto scenografico quanto, mi si perdoni il campanile e la faziosità, francamente accessorio?
    O forse Vittorio Sgarbi non penserà di utilizzare il MART per le proprie infinite campagne imbonitorie volte a illuminare i propri meriti veri o presunti che siano?
    Poiché io voglio bene al MART da tanti anni, e piango per le difficoltà che il Museo ha dovuto superare e che oggi patisce, non sono così sicura che un così impegnato, occupato, multifunzionale Presidente come Vittorio Sgarbi sia ciò che ora serve. Soprattutto dopo il poco rutilante governatorato Vescovi, che temo rappresentasse il minor interesse della Provincia di Trento nei confronti di un enfante prodige che non occupa più le prime pagine delle cronache.
    Ma il MART ha tutto ciò che serve: uno staff preparatissimo e molto affiatato che accompagna la ricerca e il lavoro scientifico, una rete di relazioni che basterebbe poco per riallacciare, una struttura complessa e importante che ha costituito il cuore nevralgico della cultura visiva trentina e, per qualche fortunato tempo, anche italiana se non addirittura centroeuropea.
    Auguro a Sgarbi di capire che il MART non è un palcoscenico, ma un tesoro da coltivare con umiltà e applicazione nel rispetto, soprattutto, di coloro che ne hanno fatto la storia e che credettero in un sogno realizzato in pochi anni dalla tenacia di un pugno di coraggiosi.

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