Perché il Ministro della Cultura Alberto Bonisoli usa la sua pagina Facebook per fare propaganda?

Le pagine social del Ministro del Beni Culturali inciampano spesso in una pratica odiosa: veicolare contenuti inconsistenti e di pura propaganda, che arrivano dalla parte politica che lo ha nominato (il M5S). L’ultimo articolo condiviso è imbarazzante. Un contributo del New York Times? Macché. Luigi Di Maio in splendida forma, direttamente dal… Blog delle Stelle

Qualcuno deve avere hackerato la pagina Facebook del Ministro dei Beni Culturali. Non c’è altra spiegazione. E lui – persona seria e professionista stimato, noto per il suo incarico di ex direttore della NABA di Milano – evidentemente non se n’è accorto ancora. Oppure Alberto Bonisoli – che noi stessi avevamo presentato con una punta di ottimismo, già ai tempi del toto-ministri pre-elettorale – non ha ancora capito bene come si gestisce lo spazio social di una figura istituzionale.
Non è possibile aprire quella pagina e trovarci, in mezzo a pochi contenuti culturali di rilievo, un post imbarazzante come quello apparso ieri, martedì 28 agosto. Un link. Semplicemente, banalmente, un articolo condiviso senza nemmeno un commento, una riflessione, un senso, con tutta la sciatta nonchalance di chi butta lì una cosa inadeguata senza neanche porsi il problema.

PROPAGANDA E POPULISMO. SE CI CASCA ANCHE UN MINISTRO

Il Ministro della Cultura posta un articolo improbabile, ridicolo, scritto (anzi urlato) male, che arriva nientemeno che dall’autorevolissimo Blog delle Stelle, ovvero uno dei vari siti ufficiali della galassia di fake news targata M5S, insieme al blog di Beppe Grillo e a Russeau, sistema operativo, associazione e piattaforma social del Movimento, gestita dalla società milanese di pr Casaleggio&Associati. Il mini saggio che Bonisoli non ha potuto fare a meno di condividere lo firma un altro importante esponente delle Istituzioni, il vice Premier e Ministro del Lavoro, nonché Ministro dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio. Una penna eccellente, al servizio di altrettanti eccellenti contenuti. E qui l’ironia – se non si intuisce – è totale.
Titolo (con neologismo aggressivo, maiuscolo d’ordinanza e rima): “Fuori i PRENDITORI dallo Stato! E chi li ha aiutati sarà denunciato!”. Immagine a corredo: le facce di Prodi, Letta, Berlusconi, Renzi, D’Alema e Del Rio campeggiano tra le macerie del Ponte Morandi di Genova. Tira più un fattaccio di cronaca che un carro di buoi. Insomma, classico contenuto da mediocre clickbating per attirare gli indignati del web e continuare – ancora e ancora – questa pratica ormai stucchevole del social hating: fomentare le masse, indignarle e aizzarle contro questo o quel nemico. Chiamatelo gentismo, populismo, qualunquismo, complottismo, ma i punti esclamativi, i toni teatrali e le denunce sommarie sono sempre uguali.
Una volta, tra i canali di Grillo e Casaleggio, questa roba la veicolavano siti tipo Tze-Tze o La Cosa, aggregatori di fake news e articoletti vari, diffusi in modalità virale con titoloni e fotografie acchiappalike. Oggi, ai tempi del grillismo di palazzo, finiscono sulle pagine di un Ministro.
Così, se il Movimento è cambiato sotto molti aspetti – si è cioè istituzionalizzato, reso organico a gruppi di potere, allontanato per fortuna dall’originario purismo giustizialista (almeno nel caso dei suoi affiliati, su cui c’è sempre da “aspettare” e “verificare le carte”) – non è certo mutato nelle strategie di comunicazione, nell’uso di circuiti organizzati per la diffusione esponenziale di notizie (bufale incluse)  e nella messa a punto di formule anticasta, sovraniste, anti Europa, anti sistema… Un gioco già vecchio, ma che funziona alla grande. Il popolo trova facili capri espiatori ed eroi, continua a dividere il mondo in buoni e cattivi, protegge i suoi idoli e invoca ghigliottine per gli avversari.

L’articolo di Di Maio sul blog delle Stelle

I PRENDITORI DELLO STATO

Di che parla dunque l’imperdibile articolo di Di Maio? Un’analisi raffinata, costruita su numeri, dossier, studi di settore, fact checking? Una riflessione teorica, fra politologia e scienze economiche? La spiegazione dettagliata di una strategia di governo, con obiettivi a breve e lungo termine? Niente di tutto questo. I “Prenditori” sarebbero  gli imprenditori che hanno preso tutto, in un’Italia privatizzata e svenduta, scendendo a patti con la politica e ottenendo favori clamorosi a discapito dei cittadini. Questa la tesi, raccontata però con toni semplicistici ed enfatici, quando starebbe a un uomo di Stato studiare, verificare, porgere analisi, contrapporre soluzioni piuttosto che annunci, denunciare solo fatti concreti e avviare riforme. Siamo dunque al solito sbrodolarsi addosso di frasi fatte, gridate con tutta la retorica di cui è capace un Masaniello alle prime armi, desideroso di buttarla in caciara. Argomenti complessi e interessanti, quale la controversa la storia delle privatizzazioni in Italia e dei rapporti tra mega società e politica, trattati qui alla stregua di un comizietto populista.

MINISTRO O ATTIVISTA?

Ora, che ci fa una simile accozzaglie di superficialità, bugie e slogan, in tema di economia e infrastrutture, sulla pagina pubblica ufficiale di un Ministro della Cultura? Perché non si trovano articoli di testate culturali internazionali o di autorevoli quotidiani? E che ci fanno altri post assurdi, tipo lo spottone sul pasticciatissimo Decreto Dignità (che c’entra con la cultura?),  l’incredibile video messaggio assolutorio di Di Maio sull’indagine a carico di Salvini per la Diciotti, o ancora Di Maio e Toninelli che scrivono frasi di circostanza sui morti di Genova e sui presunti colpevoli, il video-meme con Trump che elogia l’Italia durante il suo incontro con Conte, considerazioni vaghe e goffe sul razzismo (“E’ sbagliato generalizzare e marchiare il popolo italiano come razzista”), riprese da un post del Ministro Bonafede, e ancora la storia dell’”Air Force Renzi” o addirittura una cartolina di auguri per il compleanno di Beppe, condivisa ancora una volta dal Blog delle Stelle… E via così, collezionando post di ministri grillini, sciocchezze propagandistiche e pensieri elementari su questioni complesse.
E allora, se il destino della politica è ormai (disgraziatamente) nell’arte della comunicazione, qualcuno spieghi al Ministro Bonisoli che le sue pagine dovrebbe usarle – come alcuni commentatori hanno fatto notare – per aggiornare i cittadini su quel che fa o vorrebbe fare, su proposte, idee, programmi, testi di legge, interviste, attività sul territorio, riforme, grandi eventi e grandi opere. Contenuti certo già presenti, ma in misura insufficiente e diluiti con altri post inopportuni.

UN PROFILO UFFICIALE DI UNA FIGURA PUBBLICA

Scambiare un profilo ufficiale – come fa abitualmente la Sindaca di Roma Virginia Raggi– per la bacheca di annunci del partito cui fa capo il suo governo, è una roba fuori luogo, persino patetica. Tanto più che Bonisoli non è un militante della prima ora, non è nemmeno un politico, cosa che giustificherebbe qualche accenno a comunità e simboli d’appartenenza (un fatto che dovrebbe comunque limitarsi a pochissime occasioni e che non può esulare dall’ambito di riferimento del proprio Dicastero). Bonisoli è un tecnico, uno che sta lì per le sue competenze in materia di management culturale e così viene vissuto dai cittadini che lo seguono su Facebook. E invece sui social si comporta sovente come l’ultimo dei consiglieri comunali della setta casaleggina o degli attivisti, avvezzi a pubblicizzare ogni attività di partito e a blandire i propri leader. Ma un Ministro no, non può dimenticare di essere figura di garanzia per tutti, anche per chi non si riconosce nell’attuale compagine di governo. Altrimenti si finisce per vergognarsene.
Anche perché il sospetto è che, come accade appunto per i peones stellati, anche Bonisoli si sia abbassato a consegnare le sue password social all’organizzazione e che dunque i contenuti non siano gestiti direttamente da lui o da suoi collaboratori. I fan della pagina Facebook al momento sono pochissimi, meno di 8.000, mentre i follower su Twitter sono appena 1000. Urge un buon social media manager (possibilmente non della squadra Casalino-Casaleggio). Ma anche un filo di autorevolezza in più, rimarcando una netta distanza rispetto ai metodi attuali, tra bullismo di Stato, processi sommari, fake news e promesse vane (vedi reddito di cittadinanza, rimpatri massicci, flat-tax, abolizione Legge Fornero). Di campagna elettorale perenne si può anche morire. La politica (come la cultura) è un’altra storia.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.