Libera circolazione per l’arte. L’editoriale di Stefano Monti

Siamo proprio sicuri che, soprattutto nel contesto italiano, la “non circolazione dei beni d’arte” e la conseguente inalienabilità del patrimonio culturale contribuiscano al benessere della cultura stessa?

Andrea Mantegna, Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti, 1470-1474, Milano Pinacoteca Brera
Andrea Mantegna, Cristo morto nel sepolcro e tre dolenti, 1470-1474, Milano Pinacoteca Brera

Nel suo Che cos’è il contemporaneo?, Giorgio Agamben sostiene che contemporaneo sia colui che si interroga, sostanzialmente, su ciò che, nella propria epoca, viene dato per scontato. E tra i grandi “ovvi” del nostro tempo, nel settore dei beni culturali, c’è il concetto di “non circolazione dei beni d’arte” o, se vogliamo essere più precisi, il concetto di inalienabilità del patrimonio culturale. È sulla base di questo concetto che riteniamo che una statua come il David di Michelangelo non possa essere venduta agli arabi, o che la Cappella Sistina non possa essere ceduta a un magnate russo, il Colosseo a un magnate della finanza, il Cristo Morto di Mantegna a un multimiliardario della Silicon Valley.
Al di là delle proprie opinioni personali, tuttavia, dare per scontato che questo atteggiamento sia legittimo può rivelarsi un errore, perché è proprio grazie alla libera circolazione dei beni “culturali” che, nella storia, c’è stata l’evoluzione artistica, a partire dall’Antica Grecia fino ad arrivare (anche se in modo meno visibile) ai nostri giorni. Nel corso dei secoli l’arte ha rappresentato, sotto un certo punto di vista, un fattore discriminante molto rilevante: con l’arte si segnava la differenza tra un nobile e il volgo, attraverso l’arte le varie famiglie ripetevano (a suon di capolavori) dispute e rivalità militari fino ad arrivare alla cultura moderna e contemporanea, che ha visto nel cosiddetto soft-power un autentico strumento di colonizzazione.
Se il binomio tra arte e potere economico-militare è un’affermazione tutt’altro che scandalosa, come mai lo è immaginare che questo binomio trovi manifestazione anche ai nostri giorni? Certo, si obietterà che la dimensione di “trasmissione” culturale dovuta alla circolazione delle opere d’arte è sempre avvenuta attraverso il commercio di opere di artisti viventi, e questo è possibile anche oggi. Ciò che oggi invece non è possibile è il commercio di quelle opere che, per validità storico-artistica, sono ormai state consacrate allo status di patrimonio culturale che, per definizione, appartiene all’Italia e all’Italia soltanto.

Se da sempre l’arte segue il potere, proibire che questo rapporto continui ancora oggi è davvero una giusta disposizione o è piuttosto una politica conservativa perpetrata da un Paese che sa, come diceva Picasso, di non potersi permettere i propri capolavori?”.

Guardando alle differenze che intercorrono fra l’Italia di oggi e l’Italia che fu, viene tuttavia da chiedersi se questo Paese non sia, rispetto agli altri, ugualmente estraneo alle condizioni che hanno dato origine a questi capolavori. Oggi accade spesso che Paesi esteri (come Francia e Polonia) valorizzino opere italiane più di quanto faccia l’Italia stessa, così come spesso, storicamente, il passaggio di opere d’arte a privati esteri è avvenuto semplicemente perché questi ultimi mostravano (in termini di disponibilità di spesa) maggiore interesse ad acquistare rispetto a privati nostrani. Non è un caso, quindi, che la questione sia stata risolta attraverso l’intervento del legislatore che ha proceduto (e le leggi Bottai in materia sono tra le più influenti e note) a proibire l’esportazione di opere di particolare interesse culturale: se vivessimo in un Paese che ama davvero le proprie opere, l’aspetto normativo sarebbe stato meno influente e i privati sarebbero disposti a contendersi i “nostri” capolavori pagando più di quanto farebbero i privati esteri.
In questo ragionamento, però, c’è una tara, ed è la stessa che vige al poker: chi ha più soldi ha più probabilità di vincere. Detto in altri termini, è ovvio che chi ha maggiore disponibilità economica possa facilmente contare su una maggiore capacità di spesa. Il risultato di questo processo vedrebbe il nostro Paese depauperato delle più importanti opere d’arte della nostra storia. Ma siamo sicuri che questo sarebbe, da un punto di vista culturale, così sbagliato? Se da sempre l’arte segue il potere, proibire che questo rapporto continui ancora oggi è davvero una giusta disposizione o è piuttosto una politica conservativa perpetrata da un Paese che sa, come diceva Picasso, di non potersi permettere i propri capolavori? Assumendo una prospettiva temporale ampia, e immaginando di dover giudicare la nostra politica in termini di esportazione definitiva di opere d’arte da un periodo futuro, siamo davvero certi che la permanenza di queste opere nel nostro Paese non sottragga valore alle opere stesse?
Se il Louvre di Parigi decidesse di mettere in vendita la famosa Gioconda, probabilmente non andrebbe a finire in mani italiane, ma finirebbe per essere affissa alla parete di un sultanato o in un attico di New York per poi finire, con il tempo, nella disponibilità di un ricco ghanese con residenza ad Accra. Tra qualche secolo, gli studiosi dell’arte potrebbero valutare i cambiamenti culturali (ma anche politici ed economici) dalle geografie e dalle anagrafiche contenute nelle transazioni.

BRAND E VISIBILITÀ

Ma non è tutto: sotto un altro versante, le opere andrebbero anche a chi ha la maggiore capacità di valorizzarle. Ciò comporterebbe alcune conseguenze molto positive proprio per il nostro Paese, che avrebbe, in ogni angolo del pianeta, una cassa di risonanza del proprio “brand”. Anche perché, nonostante gli sforzi talvolta teneri per quanto ingenui delle pubbliche amministrazioni, le destinazioni minori del nostro Paese spesso non riescono a rendere “utile” il nostro patrimonio. Nascosti in musei poco visitati, o in chiese che non godono dell’appeal internazionale che invece meriterebbero, alcuni dei nostri capolavori rimangono stretto appannaggio di uno sparuto capannello di appassionati e storici che godrebbero, proprio in virtù di queste loro caratteristiche, di quelle opere anche se fossero custodite in altre strutture, magari messe a “sistema” con una ricchezza narrativa e curatoriale maggiore. Così dove sono, queste opere invece finiscono per non raccontare passaggi importantissimi (quantunque sottili) dell’evoluzione del gusto e degli stili artistici che hanno fatto di questa nostra Italia un Paese così ambito a livello internazionale.
In ultimo – ed è da sottolineare: in ultimo – ci sarebbero anche dei benefici economici per tutti i cittadini, perché probabilmente basterebbero un piccolissimo numero di operazioni di alienazione per rimettere in sesto il nostro bilancio pubblico, che si troverebbe così da un lato a raccogliere risorse straordinarie, e dall’altro a dover sostenere meno oneri per tutte quelle attività di tutela, conservazione, restauro e valorizzazione di quelle opere. Non è detto che questo sia un punto di vista totalmente condivisibile, ma tacere completamente queste motivazioni implica far assurgere il concetto di “inalienabilità” del nostro patrimonio a una verità assoluta. E le verità assolute non giovano al progresso culturale né a quello economico.

Stefano Monti

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #41

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.