Patrimonio culturale: una questione di valore

E se provassimo ad assegnare un valore ai nostri beni culturali? Non per venderli, certo. Ma per riuscire a misurare le performance di chi li amministra. Così da uscire dalla palude della retorica.

Colosseo, Roma
Colosseo, Roma

QUANTO VALE IL COLOSSEO?
Spesso si sente parlare del Patrimonio culturale del nostro Paese. Altrettanto spesso si tende a volere enfatizzare il valore del nostro patrimonio, e al ruolo di protagonista che l’Italia riveste nel mondo. Eppure, nonostante su questo tema non manchino autorevoli studi, proposte parlamentari e opinioni molto disparate, non si può in alcun modo stabilire quale sia il “valore” di questo patrimonio: inestimabile, si dice. E il discorso passa oltre.
Il risultato è che, nell’era delle misurazioni impossibili, dei big-data e delle catene di “mall” che riescono a capire prima delle loro clienti il loro “stato interessante”, non riusciamo a determinare come e quanto la presenza di queste meraviglie possa incidere sulla ricchezza del nostro Paese.
Si preferisce parlare di “indotto”, parola molto in voga qualche anno fa, o di economie indirette, esternalità, e intanto nei nostri bilanci non c’è posto per la Reggia di Caserta, per il Colosseo o per quella Fontana di Trevi che nessuno al di fuori del genio comico di Totò avrebbe potuto vendere.

Fontana di Trevi, Roma
Fontana di Trevi, Roma

IL VALORE E L’ISTANTE
Questa “non vendibilità”, se non dietro licenza poetica, è una delle caratteristiche che maggiormente vengono indicate come “ostacolo” alla determinazione di valore, ma su questo punto va detto che il principio di inalienabilità di un bene non vieta di assegnare a quel bene un valore, per quanto arbitrario, simbolico o strumentale possa essere, così come va osservato che, per quanto il prezzo rappresenti in economia uno dei maggiori indicatori di valore, in questo caso, a pensarci bene, non aiuterebbe poi molto.
Ipotizziamo, ad esempio, che domani la pubblica amministrazione decidesse di vendere il Colosseo: oltre lo scalpore, le proteste e i dibattiti politici si arriverebbe, nel giro di 100-120 giorni alla determinazione del prezzo più alto tra le offerte ricevute e quindi il Colosseo diverrebbe di proprietà privata. Quel prezzo sarebbe davvero l’indicazione efficiente del valore del Colosseo? No. Perché rappresenterebbe una stima del valore che tale monumento avrebbe “in quel preciso istante”, in quella data epoca storica, e sarebbe sicuramente dipendente anche dalle disponibilità economiche dei potenziali compratori.
Il problema dunque ritornerebbe identico perché, a differenza di qualsiasi altro bene di consumo, il Colosseo non termina la sua importanza in un arco di tempo stabilito, ed è questa una delle ragioni per cui, quando si parla di Heritage Culturale, si sente parlare di “valore d’opzione”, che semplicisticamente potrebbe essere definito come la disponibilità a pagare degli individui perché un giorno possano fruire di un bene, o di fare in modo che le generazioni future possano farlo (Bequest Value).

Loggiato degli Uffizi, Firenze
Loggiato degli Uffizi, Firenze

INESTIMABILE: COSA SIGNIFICA?
Affiora dunque la domanda sostanziale: ha davvero senso cercare di misurare il valore del Patrimonio culturale? Forse sì. Perché se “inestimabile” riesce a suggerire un ordine di grandezza, è anche vero che l’inestimabile di oggi non necessariamente equivale quello di cent’anni fa. Inoltre, se non si conosce il valore di un bene, non si può in alcun modo stabilire se le attività che si pongono in essere per valorizzarlo abbiano gli effetti desiderati o se, al contrario, suscitino presso gli individui reazioni negative.
In un recente libro edito dalla World Bank, The Economy of Uniqueness, importanti economisti hanno cercato di individuare delle modalità di determinazione del valore dell’Heritage Culturale, e allo stato attuale non mancano tecniche che potrebbero fornire indicazioni a tal riguardo. Si tratterebbe di indicazioni indirette, ricorsive, ma permetterebbero di assegnare un’etichetta, un punto 0 con il quale confrontarci.

FUOR DI RETORICA
Perché con una valutazione basata su indicatori concreti, per quanto arbitrari possano essere, il principio di “accountability” imporrebbe alle classi dirigenti di “rendere conto” delle loro azioni anche in termini di Patrimonio culturale, e di farlo attraverso vincoli più stringenti della deriva relativistico-qualitativa che concede sempre un plauso a chi sa bene usare la retorica.
Il senso ultimo della determinazione di un valore sta nella capacità di poter monitorare, definire e valutare, secondo criteri definiti e condivisi tra differenti attori sociali, lo stato di salute del nostro patrimonio, il suo ruolo all’interno della nostra società e della nostra economia. E questo al di là del principio di inalienabilità.

Stefano Monti

in collaborazione con Alfonso Casalini

CONDIVIDI
Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.
  • Simona De Angelis

    Gentile dott Monti, le scrivo qui perché non conosco sue mail. Per noi sapere della chiusura di Tafter è stata un momento di grande dolore. Spero che ci potranno essere soluzioni. Intanto le comunico la mia stima per il suo lavoro.