Autonomia e direttori esterni: sta funzionando bene la riforma applicata ai grandi musei statali. Ma che cosa sta succedendo alle realtà più piccole? Ecco qualche spunto per incentivarne lo sviluppo.

La maggior parte degli effetti è dovuta a un numero ristretto di cause”, dice la legge di Pareto, l’economista italiano d’inizio secolo. Il grosso (l’80%) viene generato (e beneficiato) da pochi (il 20%). La stessa legge la possiamo applicare ai musei italiani. Sono pochi (e famosi) quelli che generano ricchezza, la maggior parte languono nell’anonimato. Colosseo, Uffizi, Castel Sant’Angelo, Borghese, Pompei: i più celebri musei e monumenti statali generano il grosso dei visitatori e dei conseguenti ricavi. Sei superano il milione di visitatori l’anno, altri quattro i 500mila. Non a caso sono principalmente i cosiddetti Poli e quelli recentemente dotati di autonomia gestionale e del direttore nominato con concorso aperto agli esterni. E quell’80% (parliamo di oltre 350 istituzioni) che, “poverini”, sembrano campare a stento? Poco pubblico, esigui ricavi. Da anni parlo dell’autonomia di gestione come chiave di rilancio delle istituzioni culturali.

Per i tanti piccoli musei statali, l’autonomia così come pensata per le grandi realtà non è risolutiva. Il passo ulteriore è l’affidamento della gestione a terzi”.

Autonomia significa identità; identità significa scelte, scommesse, possibili vittorie. Come sta dimostrando la riforma sui direttori. Per i tanti piccoli musei statali, però, l’autonomia così come pensata per le grandi realtà non è risolutiva. Il passo ulteriore è l’affidamento della gestione a terzi. Questi possono essere privati ma anche pubblici o non profit. Una fondazione come il Fai, un ente locale, un comune o una regione che magari, attraverso economie di scala di messa a rete, riesce a gestire virtuosamente anche una realtà statale. Il principio è far fare a chi ha idee ed energie. Una formula potrebbe essere anche quella del project financing. Un terzo mette risorse per ristrutturare o realizzare servizi a cui il proprietario non può far fronte e guadagna il diritto di utilizzo per un periodo di tempo economicamente proporzionato. Non penso a esternalizzazioni chiavi in mano. Le trovo rischiose e forse snaturanti (nel caso della cultura), ma a “deleghe” alla francese. Ben più di concessioni. Ti affido l’utilizzo di un pezzo o di un’attività o di un servizio. Io proprietario controllo e gestisco l’attività istituzionale. L’equilibrio tra le parti deve essere win-win: il proprietario ottiene qualcosa che non avrebbe o che non sa fare, il terzista realizza un servizio efficiente e profittevole.

Fabio Severino

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #39

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Fabio Severino
Fabio Severino, dottore di ricerca in Comunicazione e Master in Business Administration presso l'Università di Roma La Sapienza, si occupa di management culturale. È autore Treccani e columnist di Artribune. Dal 2016 senior advisor di Oltre venture. Tra le sue pubblicazioni: "Economia e marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2011), "Marketing dei libri" (Bibliografica, 2012), "Heritage Marketing" (FrancoAngeli, 2007), "Un marketing per la cultura" (FrancoAngeli, 2005), "Comunicare la cultura" (FrancoAngeli, 2007), "Sette idee per la cultura" (Labitalia, 2005).