Il direttore del master in Arts management and Administration alla Sda Bocconi School of Management di Milano riflette sulla sentenza del TAR del Lazio in merito alle nomine dei venti direttori museali all’interno della riforma Franceschini. Trovando difficile spiegare tutta la storia a un gruppo di giovani studenti stranieri, giunti in Italia per osservare la nostra gestione dei musei.

È il supplizio di Sisifo: uno sforzo lento e faticoso che rischia di venire annullato con un colpo di mano. Spiegare a un giovane studente straniero, venuto in Italia per osservare come sono gestiti i musei e le istituzioni culturali, la recente sentenza del TAR del Lazio che azzera la nomina di cinque dei venti direttori dei musei statali, è qualcosa che mette a dura prova qualsiasi professore. E descriverlo non come un atto folle e masochistico lo è ancor di più quando il corso di studi che si impartisce poggia proprio sulla considerazione che il patrimonio artistico italiano è una risorsa, inestimabile e poco valorizzata ma sulla quale l’intero Paese sta puntando i riflettori e le attenzioni con forza e convinzioni sempre maggiori.
È un compito arduo quello del professore che risponde agli studenti sbigottiti, perché a questi trenta giovani cittadini del mondo appare strano che la sentenza possa arrivare due anni dopo, nel mezzo di una serie di progetti già avviati, campagne di ricerca e tutela già intrapresi. E la difficoltà aumenta quando si cerca di giustificare il fatto che, sebbene il Governo abbia deciso di aprire la competizione a professionisti stranieri (a torto o a ragione), il bando è stato però scritto in modo tale che qualcuno degli esclusi avesse potuto eccepire problemi e annullare tutto, basandosi sulla cittadinanza dei partecipanti o sul fatto che i colloqui finali fossero a porte chiuse.

La riforma voluta dal Ministro Franceschini è stata sbandierata ai quattro venti come un passo in avanti verso una gestione efficiente, efficace ed economica dei musei italiani. Una riforma che, agli occhi degli stessi giovani stranieri, appare niente di più di una normale armonizzazione (più o meno riuscita) rispetto a standard ai quali all’estero si è già da tempo abituati”.

In un crescendo di nonsense ai limiti della commedia dell’assurdo, il climax si raggiunge quando i ragazzi francesi, russi, americani o asiatici si chiedono da dove abbia avuto origine tutto questo caos e, con un po’ di ricerca sul web, scoprono che a presentare ricorso contro queste nomine sono due persone (Francesco Sirano e Giovanna Paolozzi Strozzi) che, proprio da questa riforma che stanno tentando di affossare, alla fine hanno pure avuto un loro incarico e non proprio di poco rilievo (rispettivamente Direttore degli scavi di Ercolano e Soprintendente di Parma). E qui anche la buona volontà del docente non ce la fa più, perché non si trovano più altre spiegazioni logiche o almeno tollerabili.

PRO E CONTRO

La riforma voluta dal Ministro Franceschini è stata sbandierata ai quattro venti come un passo in avanti verso una gestione efficiente, efficace ed economica dei musei italiani. Una riforma che, agli occhi degli stessi giovani stranieri, appare niente di più di una normale armonizzazione (più o meno riuscita) rispetto a standard ai quali all’estero si è già da tempo abituati. E che, senza dubbio, ha molti più aspetti positivi rispetto a quelli negativi. Tra questi ultimi purtroppo c’è la frattura che queste nomine e la riforma in senso lato hanno creato all’interno del Ministero, dove la tendenza a conservare e mantenere posizioni e diritti acquisiti in anni è ancora molto forte. In questa giungla i nuovi direttori sono stati lasciati soli e non hanno avuto il supporto che avrebbero meritato per convivere (e sopravvivere) alla burocrazia retriva e conservatrice che, di fronte a questa sentenza, probabilmente ha gioito e brindato.
L’Italia è un Paese di cavilli e i giovani studenti stranieri lo hanno imparato abbastanza in fretta e forse saranno proprio i commi degli articoli, i ricorsi e le notifiche a non ridurre la riforma dei musei come il masso di Sisifo che, arrivata quasi in vetta alla montagna, rotola giù e costringe a rifare tutto daccapo.

Andrea Rurale

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #38

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