Sciopero. È tempo di essere creativi

Sempre più debole sul piano politico, lo sciopero ha perso la sua forza per via dell’abitudine a un evento che si ripete con una frequenza ormai altissima. E se si inventassero nuove forme, magari creative, per veicolare questa forma di dissenso nella sua veste attuale?

Persone in coda
Persone in coda

Quando si cerca di affrontare in modo critico il tema “scioperi” e “manifestazioni” il rischio che si sollevi un polverone di dissensi (a volte anche poco fondati) è rilevante. Per questo motivo, prima di procedere è il caso di dire che al centro di questa riflessione non c’è lo sciopero in sé, né le condizioni che portano gli individui a manifestare il proprio dissenso. Questa riflessione riguarda piuttosto la “forma” con la quale queste azioni collettive avvengono, partendo da un dato evidente a tutti: manifestazioni e scioperi hanno fallito.
Per chi vive o lavora nella Capitale, lo sciopero si traduce semplicemente in un disservizio (metro, treni, taxi, aerei). Volendo utilizzare un lessico da “comunicatori online”: l’annuncio di uno sciopero genera un’azione che però non è coerente con il messaggio: chi sa che il giorno dopo c’è sciopero corre su Internet per informarsi sugli orari dei treni, delle metro e per organizzare la propria giornata.
Nessuna curiosità, né informazione su chi, per cosa o per quale motivo stia scioperando.
Dal punto di vista comunicativo questo è paragonabile a chi mette un annuncio sul proprio sito che genera in automatico l’uscita dal sito: un fallimento.

Lo sciopero e le manifestazioni sono ormai talmente frequenti che il nostro cervello non li elabora come minacce ma come semplici “ostacoli” da superare attraverso una differente organizzazione della giornata”.

L’idea di riunirsi in piazza per poter manifestare la propria rabbia o il proprio dissenso e per rivendicare i propri diritti è nata per coinvolgere i cittadini, per informare le persone che un tale soggetto (ente, istituzione o impresa) si comporta in modo “scorretto” con i propri dipendenti al punto da spingere tali dipendenti a smettere di lavorare per un giorno, generando in questo modo una perdita economica e d’immagine.
Il fine di fare tutto ciò in piazza era quello di comunicare, coinvolgere, creare massa critica, sensibilizzare.
In questo schema il cittadino era un potenziale “alleato”, una risorsa da rincorrere per aumentare il numero di consensi e, di conseguenza, anche il peso “politico” dello sciopero (e la politica è semplicemente questione di numeri).
Questo schema però si è corroso; l’abitudine ha tolto qualsiasi potere informativo. Nulla di sbagliato, è il nostro cervello che funziona così: se siamo in un’aula universitaria e qualcuno d’improvviso apre la porta, l’attenzione di tutti si rivolge immediatamente alla porta. Questo perché quell’avvenimento non è coerente con il contesto e quindi il nostro cervello lo elabora come una “potenziale minaccia” a cui bisogna stare attenti. Se siamo in un centro commerciale, l’apertura delle porte non ci desta alcuna attenzione. È normale che in quegli ambienti ci sia un flusso continuo di persone, quindi tale flusso non è una minaccia e non è degno della nostra attenzione.

UN’INVERSIONE DI TENDENZA

Lo sciopero e le manifestazioni sono ormai talmente frequenti che il nostro cervello non li elabora come minacce ma come semplici “ostacoli” da superare attraverso una differente organizzazione della giornata.
Ma in questo modo lo schema viene a essere completamente ribaltato. O meglio, a essere ribaltato è il ruolo del cittadino. Se un tempo il cittadino non coinvolto nello sciopero era una risorsa fondamentale, un potenziale alleato da includere, oggi è semplicemente un ostaggio. Una vittima collaterale di una battaglia che riguarda unicamente chi sciopera (tendenzialmente dipendenti) e i decisori (coloro che possono adottare scelte per accettare o rifiutare le richieste portate in pubblica piazza).
In questa forma, lo sciopero e le manifestazioni non hanno più nulla di politico. Hanno fallito.
Ciò non significa che non hanno più bisogno d’esistere, ma che per “esistere” devono trovare necessariamente una forma più coerente con il loro messaggio. Una festa? Un flash-mob? Una sessione di twist o tango clandestino? Una partita di calcio? Una guerra di colori?
Immaginate gli annunci? Si avvisa la spettabile clientela che domani, a causa di una movimentazione sindacale, tutte le metro funzioneranno regolarmente, ma si potrà incorrere in lotte di cuscini sui vagoni. Siamo nel secolo della creatività. È ora che anche il dissenso acquisisca forme più “contemporanee”.
In questo modo, anche l’attrattività turistica verrebbe meno danneggiata, anzi! Se allo stato attuale uno sciopero semplicemente impedisce a ignari turisti di potersi godere dei momenti di relax, in questo modo i visitatori potrebbero vivere un’esperienza “inattesa” che arricchirebbe la loro esperienza turistica, generando anche attimi di ilarità e magari generando curiosità che potrebbe ripercuotersi positivamente anche sulla diffusione delle informazioni, con potenziali riverberi anche internazionali.

Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisoring, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.