G7. Quando la retorica inficia la volontà politica

Una serie di riflessioni sul G7 della Cultura andato in scena a Firenze e rivelatosi un importante passo avanti nel panorama globale, ma anche un evento ancora troppo debole a fronte delle impellenti, e concrete, urgenze del settore.

I ministri del G7 della Cultura riuniti a Firenze
I ministri del G7 della Cultura riuniti a Firenze

Partiamo da qualche assunto etimologico: il nostro ordinamento prevede due elementi fondamentali nella gestione della cosa pubblica: Parlamento e Governo. Il Parlamento ci “rappresenta”: vale a dire che attraverso le elezioni i cittadini individuano coloro che sono chiamati a perorare i propri interessi e quelli collettivi, attraverso l’elaborazione di leggi che, appunto, normino il processo di sviluppo del Paese. Il ruolo del Governo è invece quello di “governare”, dal greco kyberman: dirigere – o più propriamente – reggere il timone.
Fare questa premessa è purtroppo necessario, non tanto perché coloro che leggono non abbiano chiara la differenza tra le due istituzioni, quanto piuttosto perché a volte ci si dimentica che governare abbia un significato estremamente pragmatico.
Soprattutto quando si cerca di governare uno degli elementi più delicati e intangibili che esistano: la cultura.
Della cultura, ricordiamo, non esistono (volutamente) definizioni civilistiche e questo perché non può essere introdotta in uno schema, in una definizione onnicomprensiva che agisca da separatore tra ciò che è cultura e ciò che non lo è.
Con un oggetto di questo tipo, dunque, cedere alla vaghezza è facile, e le nostre cattedre universitarie, i nostri convegni e le nostre scelte politiche ne sono la prova tangibile. Proprio per questo motivo è necessario che chi governa la cultura lo faccia, a nostro avviso, con idee concrete, tangibili e con impatti reali.
Senza questo approccio, l’unica differenza tra il G7 della Cultura e un convegno in un’Università minore è sostanzialmente l’importanza dei partecipanti.

PUNTI DI FORZA E DEBOLEZZE

Il G7 della Cultura di Firenze, senza dubbio, rappresenta una delle conquiste politiche più importanti del Ministro Franceschini, così come rappresenta un rilevante precedente nella definizione di politiche culturali concertate internazionalmente. Costituisce infine un grande passo simbolico, che inserisce la “cultura” nell’alveo delle tematiche sulle quali i “grandi” si incontrano per poter concertare le linee guida che dovranno seguire internazionalmente.
Il fatto che abbia avuto luogo in Italia, e che si sia tenuto in una località iconica come Firenze, è sicuramente un altro passo avanti nell’affermazione del nostro Paese all’interno delle relazioni internazionali.
Ciò che però preme sottolineare è che questi elementi (rilevanza internazionale, apertura alle relazioni governative, incontro tra i principali ministri della cultura mondiali) sono uno strumento, non un fine. L’importanza di un evento come il G7 dovrebbe essere quella di fornire una visione condivisa, e, a partire da questa, immaginare uno sviluppo reale della cultura.
La critica che si può muovere all’incontro è tutta racchiusa in quest’affermazione.

Le aspettative, forse, erano più alte. O forse l’amaro in bocca deriva dalla consapevolezza che politica e realtà viaggiano su binari completamente differenti“.

L’impressione è che al fine di riuscire a realizzare questo evento, l’agenda sia stata concentrata su elementi molto ampi, così da poter mettere d’accordo chiunque.
Solo la Corea del Nord, forse, si potrebbe opporre all’idea che la cultura è uno strumento di dialogo tra i popoli, ma sicuramente non si opporrebbe alla constatazione che sviluppo culturale e sviluppo tecnologico sono strettamente interconnessi e che insieme contribuiscono allo sviluppo economico generale.
Il problema reale, tuttavia, non è tanto l’affermazione di principi universalmente noti, quanto piuttosto che la reale applicazione di tali principi non sia di esclusiva pertinenza degli invitati al tavolo: per una politica culturale che tenga conto delle connessioni tra industrie culturali e creative, tecnologia e sviluppo economico c’è bisogno della presenza del Ministero dell’Economia; per una politica di difesa delle aree archeologiche a rischio è necessario qualcuno che si occupi di Politica Estera e di Difesa, mentre per immaginare una politica culturale in grado di essere davvero dialogo tra i popoli, oltre alle competenze in materia di politica estera occorrono anche le conoscenze di chi si occupa di politiche sociali e di educazione.
Da queste premesse, quindi, non poteva che uscire un documento che, pur nella sua grande validità storico-politica, rimane comunque vago. Basta leggere le parole che avviano ogni comma della Dichiarazione di Firenze, dallo stesso Franceschini commentata come “un passaggio importante [per il quale] l’Italia è davvero orgogliosa di avere ospitato questo incontro. Sappiamo che la conoscenza è il migliore antidoto alle paure della diversità, degli stranieri, delle differenze”.
Eppure, quello che sempre Franceschini ha indicato come “un documento impegnativo, frutto del lavoro di oggi e di diverse settimane e che contiene molte indicazioni, molti impegni importanti ma anche sollecitazioni relative al patrimonio culturale e alla cultura come strumento di dialogo” viene scandito, comma dopo comma, da incipit come “Consapevoli”, “prediamo atto”, “ribadiamo”, “esprimiamo”, “affermiamo”, “rivolgiamo appello”, “affermiamo”, “rivolgiamo appello”, “esprimiamo”, “affermiamo”, “rivolgiamo appello”, “esortiamo”, “salutiamo”, “sottolineiamo”, “esortiamo”.

Il G7 della Cultura di Firenze, senza dubbio, rappresenta una delle conquiste politiche più importanti del Ministro Franceschini“.

Le aspettative, forse, erano più alte. O forse l’amaro in bocca deriva dalla consapevolezza che politica e realtà viaggiano su binari completamente differenti. Come operatori del mercato, avremmo forse avuto piacere ad avere altri deliverable da questo incontro. E tra gli altri output, sicuramente, ci avrebbe fatto piacere poter vedere un incontro di questo tipo:
– una definizione di politiche culturali internazionali che riflettessero un orientamento di fondo sul ruolo della cultura dei Paesi sviluppati come ad esempio:
– la realizzazione di un organismo internazionale che agevoli gli scambi culturali tra i Paesi, che “garantisca” la circuitazione di opere della cultura all’interno degli Stati Membri (richiesta sempre più frequente nei finanziamenti di origine europea, ma sempre più difficile da sostenere);
– la definizione delle basi di una politica fiscale e normativa armonizzata sulla cultura tra i paesi del G7;
– l’affermazione dell’importanza dell’implementazione di analisi da parte dell’Eurostat e degli organismi di analisi e rilevazione statistica per la creazione e la definizione puntuale delle ICC;
– una disciplina comunitaria e internazionale sugli “aiuti di Stato” con creazione di accordi multilaterali per l’avvio di politiche di finanziamento internazionali destinate ai cittadini espatriati;
– la rivalutazione del network delle città interculturali (strumento che già esiste da un po’) e l’assegnazione di obiettivi precisi per la creazione di politiche interculturali concrete;
– la definizione di una politica di avvicinamento ai Paesi a più alto tasso di emigrazione (Messico, Libia, ecc.) attraverso la creazione di un network di centri interculturali in cui vengono favoriti gli scambi culturali tra Paese ospite e migrante;
– il miglioramento delle condizioni di finanziamento pubblico verso le Industrie Culturali e Creative, con condizioni di partecipazione con “minori vincoli” così da poter essere intercettate anche delle MPMI;
– una migliore definizione del concetto di Rigenerazione Urbana Culture-Driven, e di criteri oggettivi di implementazione di tale concetto, soprattutto quando attuato da società controllate dallo Stato.
– la definizione di politiche di educazione culturale comuni (non necessariamente attraverso la gratuità);
– la creazione di Caschi blu per la valorizzazione (agenzie internazionali con centri nazionali e regionali in grado di offrire assistenza in merito alla sostenibilità economica dei piccoli comuni nei progetti di valorizzazione del patrimonio culturale);
– il riconoscimento internazionale della figura del management culturale (tipo di laurea, tipo di specializzazione, tipo di professione) e obbligo per le istituzioni culturali pubbliche di assunzione di persone con suddette caratteristiche.
– la previsione di un “contributo minimo” che le grandi imprese tecnologiche (Apple, Windows, Google, Yahoo, ecc.) devono fornire in termini di know-how e in termini di tecnologie open a favore degli aspiranti imprenditori (decurtando gli importi dalle tasse dovute e ripartendo il costo-opportunità tra i Paesi del G7);
– l’elaborazione di politiche di trasparenza per il mercato dell’arte (in merito alla provenienza delle opere, in merito ai volumi di vendita delle gallerie, ecc.).
Ovviamente, un summit di questo tipo sarebbe passato alla storia, probabilmente anche per la sua “durata”. Però sarebbe stato sicuramente un impulso reale, una di quelle notizie in grado di motivare fortemente gli operatori del settore.
Sicuramente il G7 della cultura è un passo importante per la Storia e per il nostro Paese. Un po’ meno per noi.

– Stefano Monti

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Stefano Monti
Stefano Monti, partner Monti&Taft, insegna Management delle Organizzazioni Culturali alla Pontificia Università Gregoriana. Con Monti&Taft è attivo in Italia e all’estero nelle attività di management, advisory, sviluppo e posizionamento strategico, creazione di business model, consulenza economica e finanziaria, analisi di impatti economici e creazione di network di investimento. Da più di un decennio fornisce competenze a regioni, province, comuni, sovrintendenze e ha partecipato a numerose commissioni parlamentari. Si occupa inoltre di mobilità, turismo, riqualificazione urbana attraverso la cultura. È autore e curatore di numerosi libri e frequente relatore di convegni. Il suo obiettivo è applicare logiche di investimento al comparto culturale.