La retorica populista della democrazia diretta cosa nasconde? Siamo davvero liberi di scegliere? Governa il popolo o la massa? E quanto è utile insistere sul mito della sovranità popolare, se poi non si migliorano le condizioni culturali di tutti, ancor prima di quelle economiche? La libertà non si separa dalla conoscenza. E su questi principi si fonda un moderno concetto di comunità: l’Europa da qui deve ripartire.

CULTURA E/È LIBERTÀ

È il suo lato migliore, ma anche il limite più evidente. La democrazia vive nella propria felice ambiguità e noi non possiamo che farcela piacere, anche quando non ci convincono soluzioni, decisioni, strategie, risultati, persone. La sua bellezza e la sua dannazione sono tutte qua, in questa natura a specchio: quando la maggioranza sceglie, le conseguenze sono per tutti. E sono la forma e il destino di un’intera collettività, forgiata a immagine e somiglianza di chi ha deciso. Tutto bene? Non sempre. Il popolo ha spesso scelto male. Di pancia, d’istinto, senza capire, senza sapere; o ancora nel compromesso, nella clientela, nell’imbroglio, nella corruzione; o magari nella schiavitù, nel bisogno, nella fame; o nell’ingenua speranza d’indovinare, semplicemente.
Sbagliare è umano. Capita di scegliere qualcosa o qualcuno che si rivelerà nefasto, inopportuno, inutile, letale. Ma ci sono errori che non arrivano dal caso e che tradiscono, semmai, mancanze strutturali. Scelte in cui c’è il dolo reiterato – gli italiani ne sanno qualcosa: tutti contro la casta dei politici furfanti, ma si tira dritto quando è ora della raccomandazione, della casa abusiva, del concorso truccato, del furto al socio, al collega, allo Stato – oppure scelte che vivono di incoscienza, di disinformazione, di inconsapevolezza, di superficialità, di pochi strumenti culturali, di debolezza intellettuale, di pigrizia mentale.
Ammetterlo non è né snob né classista. È ribadire che un voto è un atto di responsabilità; e che chiedere attenzione, cura, occhi e orecchie spalancati, profondità di analisi e autonomia di pensiero, non è uno scandalo, non è un insulto al popolo, non è uno sputo sulla democrazia. È un invito. Un monito. Una preghiera a sé stessi e a chi governa. È un accento fissato bene in capo a una questione nodale. Ovvero: la cultura rende liberi. L’avremo sentito dire mille volte e l’avremo ripetuto altrettante, quando c’era da lamentarsi per i fondi troppo esigui destinati al capitolo Beni Culturali o Scuola. E poi, però, ce ne dimentichiamo se la faccenda riguarda il senso e il destino della democrazia. Lesa maestà: nessuno tocchi il principio democratico. Ci mancherebbe.

 

NÉ QUIZ, NÉ LAUREE, NÉ ÉLITE

Ma cosa significa essere liberi grazie alla cultura? Che solo chi ha una laurea in tasca e ha letto un numero minimo di libri dovrebbe essere autorizzato a votare? Certo che no. In fondo la democrazia, e non l’oligarchia, resta la forma di governo migliore che l’uomo abbia mai sperimentato. Nonostante la sua imperfezione cronica, la sua incompiutezza organica, la sua natura utopica.
Ma ricordarsi di quella libertà che è sorella della conoscenza – come già capirono Voltaire e Montesquieu – è solo uno sprone. E non c’entrano titoli di studio e quiz attitudinali. È un fatto di mente aperta, affilata, indipendente; di animo sgombro da pregiudizi e da paure; di strumenti di analisi e di lettura; di accesso all’informazione e di sua rielaborazione; di capacità di comprendere un testo, di onestà intellettuale, di fame di verità. Un popolo colto è, in sostanza, un popolo consapevole. E cambia, per ognuno, la quantità e la qualità di libri, di incontri, di modelli familiari, di viaggi, di esperienze, di occasioni, che sono necessari per avvicinarsi a quell’idea di libertà. La scolarizzazione è imprescindibile; ma i percorsi sono soggettivi. Per questo la cultura non si misura e l’accesso al voto non si può far dipendere dalla compilazione di un test. Tutti hanno il diritto di votare. Ma tutti hanno il diritto e il dovere di evolversi, di lavorare su stessi, di non accontentarsi, di prendere coscienza delle cose.

Una democrazia dittatoriale è dove si ha libertà di parola ma l'amministrazione non ascolta - ph. @ The Prophet via Flickr
Una democrazia dittatoriale è dove si ha libertà di parola ma l’amministrazione non ascolta – ph. @ The Prophet via Flickr

Il punto allora non è limitare il voto, indebolire la democrazia, disprezzare i cittadini, difendere l’élite; il punto è augurarsi che la cittadinanza maturi, diventi massa critica, affili le sue armi. Producendo decisioni realmente autonome. Il punto è chiedere a gran voce investimenti e spingere perché il capitolo “cultura” non sia un optional – per governi, partiti, cittadini – ma una priorità.
Qualcuno, tra coloro che si indignano per le critiche alla democrazia diretta, se la sente di negare che fascismi, nazismi, populismi, razzismi, mafie, fanatismi si insinuano meglio e di più laddove una società è debole? Debole economicamente – dunque ricattabile – e debole culturalmente – dunque manovrabile. Qualcuno può forse negare che la cultura come consapevolezza è una forma di affrancamento dall’inganno, dal ricatto, dall’abuso, dal plagio?
Ecco la questione. Se la maggioranza vota non con cognizione di causa, ma perché sedotta da chi – i media? il potere? – ha fatto leva sull’ignoranza, sul disagio, sull’emotività, sui pregiudizi facili, sarà o no, quel voto, un gesto poco libero?

David Cameron e Boris Johnson nel cartoon di Tjeerd Royaards
David Cameron e Boris Johnson nel cartoon di Tjeerd Royaards

DIRETTA O RAPPRESENTATIVA?

La formula rappresentativa prova a smorzare questa caratteristica strutturale, che fa della democrazia uno specchio fedele della massa: il popolo, in questo caso, si affida a chi dovrebbe vantare merito e conoscenze specifiche, a chi dovrebbe governare con competenza e misura, per conto del popolo stesso; la democrazia diretta, invece – intorno a cui i movimenti populisti di oggi stanno imbastendo retoriche interessate e pericolose – non contempla tutto questo. A scegliere è la gente, anche quando non sa cosa sta scegliendo.
Dunque, fatti salvi i referendum di natura etica, che toccano la sfera privata delle persone, esiste un abuso dello strumento referendario che, sull’onda di un certo populismo ruffiano, dà in pasto al cittadino questioni complesse, troppo tecniche o con un respiro politico-economico internazionale, giusto per farlo sentire vero “protagonista”. Difficile che la maggioranza si orienti, che sappia realmente cosa decidere, che abbia gli strumenti per valutare, che non voti sull’onda dell’emozione momentanea. E più il grado generale d’immaturità e di fragilità culturale cresce, più facilmente politici, organi di stampa, lobby, partiti, determineranno in modo opaco le scelte collettive, inducendo percezioni distorte. E allora, di vera sovranità si tratta o di facile illusione? Torna alla mente quella “oclocrazia” di platonica memoria (dal greco óchlos, massa), descritta come degenerazione della democrazia e anticamera della tirannia.

Nigel Farage, leader dell'Ukip
Nigel Farage, leader dell’Ukip

TRA POPULISMI E NAZIONALISMI
È appena accaduto in parte col caso Brexit, che ha visto il fronte del Leave impegnato in un’appassionata campagna e quello del Remain, al contrario, molto più debole sul piano della comunicazione. Nigel Farage – leader dell’Ukip, partito nazionalista xenofobo, primo promotore del referendum – all’indomani del voto ha ammesso in tv che l’argomento principe utilizzato dal fronte del Leave era una bufala. Un equivoco. I 350 milioni di sterline versati ogni settimana dall’UK alla EU (che in realtà sono molti di meno: prima bugia) non andranno al servizio sanitario britannico, come promesso. Ed ecco tanti cittadini inglesi svegliarsi dalla febbre euroscettica: ma come? Doveva dircelo prima! Avremmo votato diversamente!
L’Inghilterra è un popolo con un alto tasso di xenofobia e con un sentimento nazionalista piuttosto forte. Ripetere semplicisticamente – come amano fare in queste ore Salvini, Di Battista o Meloni – che è tutta colpa di un’Europa cattiva, austera e matrigna, è insufficiente, se non fuorviante.
Molte le cause e tutte connesse. Un voto dei vecchi contro i giovani? In un certo senso sì, ma con possibili precisazioni. Secondo un sondaggio di Sky News, l’83% dei votanti sarebbe collocabile nella fascia over 65, con solo il 36% di elettori tra 18 e i 24 anni recatisi alle urne. L’astensionismo dilaga tra i ragazzi? Se i dati fossero ufficialmente confermati, sì. Resta vero, in ogni caso, che gli inglesi più attempati sono stati i principali fautori del Leave: nella fascia degli over 65 il Remain cala fino al 33%.

Statistiche Brexit, giovani contro anziani? - grafica via nextquotidano.it
Statistiche Brexit, giovani contro anziani? – grafica via nextquotidano.it

Secondo le statistiche, dunque, hanno votato Leave soprattutto cittadini anziani, ma anche conservatori, meno istruiti, residenti tra periferie e centri rurali. Ha contato il dato povertà e disoccupazione, con la paura di non resistere ai colpi della crisi. Ha contato il mito della sovranità, nell’immagine di un’Europa che impone regole esterne e scippa autonomia alle nazioni; hanno contato diffidenza e intolleranza verso gli stranieri, percepiti come “troppi”, pericolosi e scomodi (in realtà sono il 13% della popolazione – dati UN, 2015 – ma con un chiaro trend di crescita e un forte incremento delle migrazioni da zone UE); e ha contato persino il semplice fastidio per quei soldi “regalati” alla EU. Soldi che in realtà tornavano parzialmente indietro e che tra le varie cose garantivano assistenza sanitaria ed esperienze formative ai cittadini europei presenti sul suolo britannico.

Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, autori del Manifesto di Ventotene
Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, autori del Manifesto di Ventotene

Ed ecco il punto: chi ha votato Brexit – o ha disertato le urne – probabilmente non sentiva a sufficienza la “comunità”, sul fronte dei diritti, dei valori, dei servizi condivisi, del lavoro e della ricerca come orizzonti comuni, della libera circolazione di idee, cose, persone. La propaganda – al netto di chi, naturalmente, avrà scelto sulla base di convinzioni forti e analisi lucide – non ha fatto che alimentare emozioni, timori, rabbia, slogan, cliché.
Le responsabilità sono allora di una una classe media spesso stanca, arrabbiata, che non si sente abbastanza tutelata; di una destra demagogica, xenofoba, nostalgica e nazionalista; di una sinistra imborghesita, che ha perduto ogni rapporto con le classi popolari e le periferie;  dei partiti che hanno perso il loro ruolo di guida, informazione e riferimento; ma anche di un’Europa unita che non unisce e non seduce abbastanza, soprattutto su quel piano: la cultura come dialogo, ponte, sviluppo, identità plurale.
Condannare non basta e non serve. Il dato esiste e occorre prenderne atto, accogliendo quello che rimane un segnale chiaro.

Il parlamentare Carlo Sibilia del M5S si complimenta via Twitter con Nigel Farage per lo storico risultato
Il parlamentare Carlo Sibilia del M5S si complimenta via Twitter con Nigel Farage per lo storico risultato

 

INDIETRO NON SI TORNA. IL DESTINO DI UNA MODERNA COMUNITÀ

Che l’Europa debba cambiare è un fatto. Meno burocrazia, meno iniquità, meno cinismo. Che debba autodistruggersi è una sciocchezza colossale. L’Europa aveva e ha il dovere di farsi comunità per davvero, diminuendo i gap economici, lavorando sui contenuti, potenziando le affinità tra i popoli. Perché, come immaginarono i vari Spinelli, Rossi, Colorni – antifascisti e padri dell’europeismo moderno – l’Unione delle Nazioni deve continuare a farsi solida barriera contro le guerre, i pregiudizi, le violazioni dei diritti umani, l’isolamento, il razzismo, l’ignoranza, il provincialismo. E deve farsi volano, occasione creativa, visione.
Serve, nel cuore di un capitalismo feroce, un’Europa che si fondi su un progetto etico e culturale. Uscendo dall’equivoco reazionario che i nuovi populisti del Vecchio Continente – Ukip, Movimento Cinque Stelle, Lega, Fratelli d’Italia, Front National, FPÖ, PVV… – stanno cavalcando fra chi vive un disagio sociale, intercettandone il classico “voto di pancia”: indietro non si torna. Non si torna alla lira e al franco, ai micro regni chiusi in se stessi, alle dogane e al principio di esclusione.
E non sarà una semplice X su un quesito referendario a risolvere una situazione mostruosamente complessa. Il mondo ha mutato forma e volto, insieme al mercato, alle tecnologie, alle opportunità formative, alle relazioni tra persone, agli stili di vita, alle mille contaminazioni.
E allora, alimentare un anti-europeismo d’accatto, sfruttando le paure xenofobe, le povertà diffuse, i nostalgismi e la disinformazione, è abbastanza ignobile. Si lavora per migliorare, non per azzerare; e si migliora potenziando lo spessore culturale dei popoli, non indebolendolo. Questo referendum – che un goffo David Cameron ha promesso (con incoscienza), usato (per affari di urne e di partito), poi combattuto (male), restandone travolto – segna un passaggio verso la disgregazione e l’impoverimento collettivo. E tra sterlina a picco, promesse sgonfiate e riflessioni a freddo, gli inglesi forse lo hanno già capito. Liberi di scegliere per davvero? E soprattutto, liberi adesso di rimediare?

Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.

24 COMMENTS

  1. Scusami ma sembra il tema della maturità di uno studente del liceo. Forse la tua cultura politica ed economica non è proprio sopraffina e sinceramente non se ne può più di starti a sentire. Belle parole qualche buon principio e troppe semplificazioni.
    La destra conservatrice inglese che non è mai stata europeista, non è ignorante, ma ha studiato nei migliori colleges inglesi e sa fare i conti molto bene, a spese dei poveri e della classe media ovviamente. Milton Friedman uno dei principali teorici del neoliberalismo americano non era nè stupido nè ignorante, purtroppo, e ha avuto largo seguito in inghilterra ( e forse un pò lui a sua volta ispirato da lì).
    Merkel Lagarde Junker e co. , alternativi a Farage, sarebbero i colti? le loro politiche sbagliate basate sull’austerity hanno accentuato la crisi, bloccato la crescita, premiato speculazione ed evasione fiscale in grande stile, aumentato la disoccupazione , tagliato lo stato sociale e precarizzato il lavoro : mi domando dove vedi la cultura in tutto questo. Questa non è certo l’europa come se l’immaginava chi ne aveva scritto i principi fondativi.
    I movimenti “populisti” europei non sono tutti uguali: ci sono i neonazisti, c’è la Le Pen , c’è Podemos, i cinque stelle ecc ma alcuni molto diversi tra di loro ma per la coltissima Helga Marsala sono tutti ignoranti e incolti allo stesso modo : ma se quelli di Podemos sono ignoranti mi dovresti dire allora cosa pensi di Rajoy e se sai che cos’è che ha fatto quand’era al governo. Forse ignoranti e incolti sono però anche i partiti della cosidetta sinistra rinnovata che hanno perso voti perchè non hanno saputo vedere cosa succedeva al di là del loro orticello, imbarcando tra l’altro politici di basso livello , basta vedere alcuni pifferai di artribune , abbastanza ingenui e approssimativi . Helga non ti faccio l’esempio ovvio e disastroso probabilmente irrisolvibile di Roma (non bastano le olimpiadsi, i giochi invernali e la resurrezione di S, Pietro )ma guarda il sistema di potere costruito a Torino dal Pd , una rete di figli di , di famiglie di soliti noti con ascendenze para nobiliari e funzionari vari inamovibili: L’ex ministro dell’istruzione Profumo a capo di una nota fondazione con aumenti di stipendio immediati travestiti da nuove funzioni e alibi simili. Sai chi è Profumo e cosa voleva fare da ministro? E Fassino candidamente lo premia mettendolo a capo di una fondazione?
    Si una classe politica disastrosa e di basso livello su tutti i fronti .
    E questi la cultura la distruggono, altro che .
    Sai che ti dico? Più colti e intelligenti quegli elettori che votano dei demagoghi sapendo di votare dei cessi pur di recare danno a chi crede di aver sempre ragione ma è un cesso a sua volta. magari verniciato e luccicante ma cesso. C’è una crisi di rappresentatività assai grave e non se ne esce dicendo o così o il diluvio: per molta gente il diluvio è cominciato da un pezzo .

    • Scusami, ma a uno che inizia un commento insultando, e che prosegue con tutto questo sarcasmo, nemmeno rispondo. Presentati intanto con nome e cognome, visto che non ne puoi più di starmi a sentire e che ti metti in cattedra con tale arroganza. A offendere e fare i saputelli, nascosti dietro un Pc, siamo tutti i bravi. Io sarò banale, ignorante, cretina, liceale (certamente non mi sento colta, ma so che la cultura è preziosa), però ci metto la faccia e la firma. Accollandomi anche questo detestabile commento. Ma come si discute così? ma che roba è?

      • Macchè insulto ! Non leggo troppo di frequente artribune e la seguo per avere una prima informazione delle mostre che ci sono in giro ma da diverso tempo pur essendo un lettore saltuario mi sono imbattuto in vari articoli scritti da novelli opinionisti della politica. Niente di male ovviamente a manifestare il proprio disinteressato impegno civico se di questo si tratta :) ma il problema è che sembra di trovarsi di fronte ai proclami di dilettanteschi simpatizzanti di un partito !
        Io insulto te? Ma chi sei tu ed altri che scrivono su artribune che ti permetti sistematicamente giá da prima delle elezioni di denigrare criticare insultare tutti quelli che non amano Renzi ? Fatti un esame di coscienza e vai a rileggere le faziosaggini che tu Tonelli Monti avete scritto in questi mesi sfoggiando sicumera e una cultura politica da copia e incolla,
        Che titoli avete , che pubblicazioni , che libri, che competenze, quali esperienze politiche?
        Vai a farti un dibattito con Settis con Montanari vedrai che figura che fai

        • Lei continua a usare toni per me inaccettabili. Continua a salire in cattedra come un professorino acido, col chiaro piacere di denigrarmi, spostando il discorso nuovamente su un tema che non c’entra: il Pd, Renzi, Fassino, Profumo… Ma chi ha parlato di questo? E quando mai io avrei insultato chi non è d’accordo con Renzi? Ma sta scherzando? Ha idea di quanti amici io abbia, che votano da tutt’altra parte e di cui ho grande stima? gente con cui discuto e che non mi sognerei mai di offendere o sfottere? ma di che cosa sta parlando? Io Renzi non l’ho nemmeno votato alle primarie e sono ben convinta che abbia commesso diversi errori. Non penso nemmeno sia il miglior segretario possibile, anzi. Ma non ho difficoltà a dire che, al momento, il suo governo ha fatto anche delle buone cose e che lo reputo un’alternativa migliore rispetto ai Di Maio o i Salvini del caso. Tutto qua. Domani, dinanzi ad altri candidati e scenari possibili, valuterò. Nessuna fede, idolatria o consenso assoluto: sono cose che non mi appartengono, la mia formazione è antidogmatica, già a partire dal contesto familiare e religioso. Motivo per cui, tra l’altro, non ho in tasca nessuna tessera di partito.
          Detto ciò, vorrei capire cosa c’entra tutto questo e vorrei capire che gusto ci prova lei a umiliare l’interlocutore con frasi del tipo “prova a farti un dibattito con Settis e .vedrai che figura che fai”. Io dinanzi alla cultura e la preparazione del professore Settis posso solo togliermi il cappello e sentirmi un moscerino. Ma questo non fa di me una deficiente. E non autorizza lei a rivolgersi a me questi toni cafoni. E con ciò chiudo e la saluto, sinceramente rammaricata. Buona giornata.

          • Si saró un cafone ma se lei non vede nessuna relazione tra quanto ho scritto e l’argomento da lei trattato non mi pento affatto di averla punzecchiata.

          • Prego! Il bello è che Giacomelli propone un testo di Bifo e lei dice che ne “condivide diversi passaggi” . Forse non si rende conto che Bifo dice le stesse cose che ho detto io :
            L’anima tatcheriana anti europeista della destra inglese, le responsabilitá della sinistra cosidetta riformista , la rabbia e il disagio della gente con un risultato inevitabile o comunque preannunciato. Tutte questioni più importanti del pistolotto sulla cultura . Un pó di maleducazione ogni tanto ci vuole , anche se in effetti le martellate se le meriterebbe qualche pezzo più grosso della comunque molto spesso valida Helga Marsala.

          • solidarietà umana e scientifica a chi viene aggredito e insultato. continuo a restare ingenuamente sorpreso quando i vari thor, zot, batman, ozymandias e altri suggestivi anonimi iniziano a demolire le affermazioni di qualcuno insultandolo o deridendolo. da dove arrivi tanta sicumera non si capisce mai, dietro affermazioni che farebbero anche sperare in ulteriori sviluppi, si manifesta un’assenza quasi costante di argomenti, un negare dati e riferimenti altrui, un perchè non ci credo e basta. molte virgolette, molti puntini, molte parentesi a suggerire che quello che si vuole dire è sempre un po’ diverso da quello che si legge, un ammiccamento ripetuto. gli altri sono sempre ingenui, impreparati, in malafede, appartenenti alla schiera dei demonizzabili e così via. senza nessun elemento a sostegno delle affermazioni. continuo a restare sorpreso del fatto che queste persone leggano chi disprezzano tanto, quando potrebbero restare su argomenti che evidentemente considerano più interessanti o veri. con gli anni, mi sembra che chi partecipa a questi scontri appartenga, volontariamente o perchè coinvolto suo malgrado, a due categorie, ancora eterne: chi crede, e chi sa di non sapere. niente da dire, se non fosse che ogni tanto chi crede ammazza chi sa per raddrizzare il mondo.

          • bene, bravo, invece di sprecare tutte queste righe per non dire nulla entra nel merito di quello che ho detto e dimmi quali argomenti mancherebbero, dimmi cos’ho detto di non vero, dimmi come la pensi su quanto ho detto. : quanto all’ammiccamento e agli insulti li vedi solo tu , se la signorina non è abituata ad essere smentita o contraddetta mi pare che sia un pò viziata. Non a caso parla di “professori acidi” che evidentemente si è trovata a conoscere. Altro che ammiccamento: gli ho scritto chiaro e tondo che è superficiale e che scrive delle banalità
            e che il suo testo è un compitino : non l’ho insultata affatto , l’insulto è un’altra cosa.

    • peccato iniziare una conversazione in cui si ha parecchio da dire con un insulto (anonimo). Posso essere d’accordo o meno sulla sostanza (in parte lo sono, in parte no), ma rattrista il bisogno di partirci in quella maniera. Bah

    • Non peggioriamo la cosa ulteriormente: la sostanza c’è, chi se ne frega della firma. Ci importa forse davvero chi fosse Omero? La firma e la faccia non hanno alcun valore. Si abbia la forza di non badare alle emozioni dell’insulto: quel che c’è di sbagliato nell’argomentazione, lo si metta in mostra.

      • e poi, dove sarebbe l’insulto? dire che l’articolo sembra il tema di maturità di uno studente del liceo? ma dai.. e non ho nemmeno visto tutto questo sarcasmo (ma è scorretto anche il sarcasmo? allora non discutiamo più, anzi eliminiamo tutti i blog).

  2. Finalmente Helga si sposta leggermente il tema. Finalmente si ragiona su cosa è Democrazia e quali sono le forme possibili della stessa. Di certo non si può vivere pensando che non esistono altre forme, che non può esistere un altro tipo di organizzazione, perchè il passato ci insegna che…, perchè sappiamo (siamo tutti veggenti?) che le cose andranno male. E’ evidente che non si può soltanto blaterare di altri modi organizzativi più o meno diretti, ma che è necessario studiarli a fondo prima di proporli. La democrazia diretta a livello di micro comunità e piccoli centri rurali (all’estero), per esempio, è stata sperimentata estensivamente negli ultimi anni. E sono stati sopratutto esperimenti legati ai metodi di votazione e ai modi pratici di comunicazione delle informazioni necessarie per formare le opinioni e quindi il voto.

    Un tema essenziale oggi se si vuole discutere di democrazia è la propaganda. Siamo tutti profondamente invischiati nella propaganda (di sinistra, di destra, delle multinazionali, delle lobby, delle religioni, ecc.). Lo affermi anche tu più o meno velatamente: “più facilmente politici, organi di stampa, lobby, partiti, determineranno in modo opaco le scelte collettive, inducendo percezioni distorte”.

    Chi ha votato in Inghilterra è stato bombardato da informazioni discordanti e spesso completamente prive di fondamento. Possiamo affermare che è stato manipolato? Possiamo affermare che il primo ostacolo alla possibilità di una democrazia più reale è il modo in cui i media divulgano le informazioni? Esiste una manipolazione mediatica in sè? Oppure è veramente una leggenda degli anni 60? Oppure è qualcosa che invochiamo quando il risultato non corrisponde alle nostre aspettative? E come si è sviluppata la propaganda nella realtà mediatica di oggi? Stiamo tutti facendo propaganda a qualcuno o qualcosa senza saperlo?
    Penso che chi vuole fare informazione e cultura, non propaganda, deve rinunciare al sensazionalismo. E’ dura, lo so! Perchè significa rinunciare a un numero consistente di lettori (quelli più “ingenui”), e al supporto di chi ti considera uno dei tanti validi strumenti di manipolazione delle opinioni. Ma è un passo necessario se oggi si vuole continuare a essere credibili. Se si vuole contribuire a un dibattito vero e costruttivo. Se non iniziamo a ragionare seriamente su questi temi c’è da avere seriamente paura. Possiamo avere paura che il populismo e la spinta xenofoba portino a nuove dittature e regimi e allo stesso tempo avere paura che la situazione attuale sia già di per sè l’anticamera di regime autoritario. Invochiamo ideali insostituibili e padri fondatori e allo stesso tempo siamo pronti a a metterli da parte in nome della crescita economica. Vedo solo io questa contraddizione? Credo che prima di gettarsi nello sconforto valga la pena ripensare seriamente al problema con mente aperta, senza pregiudizi e senza l’arroganza di essere per forza nel giusto. Tutto ciò se veramente si è interessati ad evolvere come umanità. Altrimenti sediamoci pure davanti al monitor e godiamoci lo spettacolo.

    • Grazie davvero per il tuo commento. La contraddizione che vedi esiste e il tema della “manipolazione”, che nella massa altera la percezione delle cose, è antico. Sono convinta che il populismo (che certo ha forme diverse, a seconda dei contesti) resti oggi un motivo di grande preoccupazione. In Italia – anche per ragioni antiche, connesse alla cultura religiosa, al rapporto col potere, etc. – questo tipo di narrazione ha una presa fortissima. Non sono molto ottimista per l’immediato futuro, purtroppo. E checché ne dicano certuni, convinti che abbia diritto di parola solo l’élite dei grandi professori, io penso invece sia un dovere di tutti continuare a riflettere su certi temi e a confrontarsi civilmente. Prendendo posizione, scontrandosi anche, ma con l’obiettivo di tenere vivo un dibattito sano, di stimolare la riflessione. Ho un timore fortissimo dell’anestesia del pensiero critico. E se la comunicazione in politica è fondamentale – e oggi più che mai chiede sintesi, velocità, efficacia – è anche vero che la politica ridotta unicamente a facili slogan è abominevole.

    • Caro Marco Enrico, ho letto l’articolo fino alla frase che dice: “Non credevo che una maggioranza dei cittadini di quel paese avrebbe dato il voto che sta dalla parte dell’assassino nazista che ha ucciso Jo Cox”.
      E’ proprio la mancanza di esperienza e di pratica con la mentalità anglosassone che può aver fatto scrivere una tale fesseria: gli Inglesi non sono cattolici, e hanno pensato che non valesse la pena di sacrificare una vita umana per salvare un continente; perché alla fin fine, se avesse vinto il remain, e l’Europa fosse stata “salvata”, lo si sarebbe dovuto appunto al sacrificio di una donna innocente.
      Lo ripeto da sempre: a noi il cuore, ma agli Inglesi il cervello…si tratta di due organi agli antipodi!

      • Bella battuta Angelo: il cervello che ha portato a votare leave e il giorno dopo a cercare su Google cosa avrebbe comportato il medesimo leave. Oxford, scena dal parrucchiere: “Io ho votato leave […] Ho comprato una masseria in Puglia, mi ci trasferisco fra qualche anno” “Ah sì? Facendo il permesso di soggiorno ogni 12 mesi?” “Perché il permesso di soggiorno?! Vabbè ma mica siamo come… Lei dice? Veramente??”

        • chi crede alla fanfaluca della ricerca su google di chi ha votato leave si merita la UE fino alla morte. A meno che non sia in grado di dimostrare che google chiede la foto della scheda elettorale a chi ha fatto quella ricerca. Ma ne dubito…

  3. “è giusta espressione democratica”, se ci confà, ma “è solo espressione di populismo e di demagogia” se non ci confà…
    ma la Democrazia, in questi casi, è come un’araba fenice.

  4. Stamattina dopo aver letto questo articolo e sopratutto i commenti ho dato una scorsa ai giornali e ovviamente c’erano diversi articoli e opinioni riguardo alla brexit. Alcuni molto informati e dettagliati e altri che mi hanno lasciato diversi dubbi riguardo la giustezza di certe prognosi. Si ha l’impressione che ci sia propaganda da ambo le parti.
    Ma quello che mi è piaciuto di più è stato un lungo intervento di Rumiz su Radio Tre. In questo intervento con parole e un tono che non sono qui in grado di eguagliare ha detto delle cose di grande buon senso e di grande partecipato realismo. Basta con queste statistiche, questi numeri, questa cortina fumogena finanziaria: tutti questi discorsi astratti non toccano il cuore della gente.
    Londra non è tutta l’inghilterra, e il problema viene da lontano, andate nelle periferie ,andate nelle città che hanno subito, con la rivoluzione tatcheriana , un devastante processo di industrializzazione, andate a Birmingham.
    Ripeto le parole come me le ricordo: “Andai a Birmingham per scrivere sulla realtà di quei posti ; non mi trovavo in un paese del terzo mondo ero nella mia europa ma quando la gente mi vide con la macchina fotografica mi tirarono le pietre : tu fighetto della grande città cosa sei venuto a fare qui? a fotografare poveracci disoccupati e ubriaconi?”.

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