Art Rotterdam 2020: la nostra top ten

Art Rotterdam si conferma interessante polo d’attrazione per gallerie e artisti consolidati così come per le realtà emergenti. Si avverte la voglia di osare e di scommettere su giovani artisti, le piattaforme progettuali affiancano le gallerie classiche, e in mezzo una pluralità di tematiche sociali che fa riscoprire il lato impegnato dell’arte contemporanea.

1. CHARLOTTE KLOBASSA – ZELLER VAN ALMSICK

Charlotte Klobassa, Leaving Comfortzone, 2020. Courtesy Zeller Van Almsick

Le grandi campiture di colore sono reminiscenze dell’Espressionismo Astratto di Mark Rothko, ma Charlotte Klobassa (Vienna, 1987) vi incastona anche il gusto fumettistico di Philip Guston. Nascono opere “imprevedibili” ‒ dove la linea sembra prendere direzioni sempre nuove e cambiare sotto gli occhi dell’osservatore ‒, ispirate a quelle linee tracciate d’impulso per testare un pennarello o una matita. Linee che l’artista rielabora su scala più grande e colloca in un nuovo contesto “psicologico”, provando a immaginare i pensieri di chi l’ha preceduta. Una ricerca che ha in sé il senso ludico della curiosità, ma anche un certo spirito antropologo. Pur nell’astrattismo e nell’immediatezza che esprimono, le opere sono comunque permeate di un forte senso della composizione che ne definisce la bellezza formale.

www.zellervanalmsick.com

2. KOEN TASELAAR ‒ COKKIE SNOEI

Koen Taselaar, The Memphis mushroom blues, 2019. Courtesy Cokkie Snoei

Pittura, scultura, artigianato, design, una sperimentazione incessante di tecniche, forme, linguaggi. Nell’opera di Koen Taselaar (Rotterdam, 1986) l’onirico incontra il surreale e il quotidiano, l’ironia e la critica sociale. Difficilmente etichettabili, i suoi lavori sono un mélange di associazioni enigmatiche di forme senza tempo né luogo, feticci delle civiltà primitive e personaggi dei cartoni animati, distorsioni surreali e citazioni delle avanguardie storiche, in particolare attraverso la pratica del collage. Arte come una pratica “domestica”, l’atto creativo di un personalissimo universo semi-psichedelico in cui dettare forme e regole ed esplorare le possibilità del “gioco”.

www.cokkiesnoei.com

3. KATRIN KORFMANN E RUTA BUTKUTE ‒ BRADWOLFF & PARTNERS

Ruta Butkute, Array, 2018. Courtesy Bradwolff & Partners

Inatteso ma efficace dialogo fra due linguaggi artistici assai differenti. Katrin Korfmann (Heidelberg, 1971) presenta nuove opere fotografiche dedicate alla sensibilità ambientale e al riciclo: collage fotografici di un’isola ecologica e di mucchi di materiali da avviare al recupero. La raffinatezza della composizione formale riesce a catturare la relazione fra spazio e tempo, ovvero la contemporaneità e l’emergenza ambientale che interessa il pianeta. Le sue fotografie sono sia un’immagine della realtà che di memoria sociale collettiva.
L’indagine delle dinamiche fisiche è al centro dell’opera di Ruta Butkute (Kaunas, 1984), che dipinge su porcellana motivi geometrici e trompe-l’œil dall’affascinante sapore astratto e naturalistico. Opere continuamente alla ricerca di un significato, come parte di uno sforzo più profondo per rintracciare le origini di un materiale naturale che è stato polvere e tale ritornerà.

www.bradwolffprojects.nl

4. FELIX BURGER ‒ KOENIG 2

Felix Burger, Don’t be Maybe Partie, 2020. Courtesy Christine König Galerie, Vienna. Photo Andrea Kopranovic

Serigrafie, video, installazioni a tecnica mista: l’interesse di Felix Burger (Monaco di Baviera, 1982) risiede nel costruire opere che siano una fantasmagoria d’immagini, incalzanti e ossessive, pseudo-verità e strumenti di possibili manipolazioni. A Rotterdam, l’artista espone un’installazione su larga scala composta da cortometraggi, sculture, fotografie e disegni; un’opera d’arte totale di wagneriana memoria all’ideale ritmo di una danza macabra. Vi si respira un’inquietante atmosfera paranormale, poiché coglie il delicato e drammatico passaggio dalla realtà guidata dall’intelletto alla finzione determinata dal subconscio. Immagini che hanno un’origine non ben definita, siano sogni o riflessioni a occhi aperti. Sfondi oscuri e indefiniti di dantesca memoria, distorsioni percettive e sequenze temporali più o meno illusorie completano questa macchina teatrale dal sapore beckettiano.

https://christinekoeniggalerie.com/

5. LIEVEN HENDRIKS – GALERIE RON MANDOS

Lieven Hendriks, Untitled #17 (Fingerdrawing, Dust series), 2019. Courtesy Galerie Ron Mandos, Amsterdam © Lieven Hendriks

All’interno della collettiva proposta dalla galleria di Amsterdam, spicca Lieven Hendriks (Utrecht, 1970) il cui punto di partenza è sempre un dettaglio, per quanto piccolo, della quotidianità umana: frammenti di unghie, di vetri, di graffiti su un muro, riprodotti con certosina perizia e senso fotografico del reale. Immagini insignificanti, quasi antiestetiche che acquisiscono significato sostanziale soltanto dopo che l’artista le avvolge di una luce straordinariamente naturale, le lascia fluttuare in una dimensione eterea, senza tempo, che cade sulla tela inerte come un raggio divino. Una perfezione “cristallina” della scena che appunto per questo lascia dubitare di se stessa.

https://ronmandos.nl/

6. ANDRÉ KRUYSEN E ALEXANDRA ROOZEN – NL=US ART

André Kruysen, Headhouselight 012, 2019. Courtesy NL=US Art

Un dialogo di forme tridimensionali, quello fra André Kruysen e Alexandra Roozen, accomunati dall’approccio concettuale all’opera d’arte. Il primo, con le sue sculture, costruisce spazi fisici inesplorati dal sapore primordiale, residui di cataclismi di ere passate, dove l’alternarsi di pieno e vuoto crea giochi di luce e suggerisce l’idea della casualità dell’architettura “naturale”, dalla quale trasuda il lento accumularsi dei secoli. Roozen ha invece un approccio mutuato dal disegno tecnico, con cui crea a matita illusioni tridimensionali che possiedono un notevole dinamismo. Punti, linee, incisioni, ripetuti pressoché all’infinito, e che attraggono l’osservatore con la loro inappuntabile eleganza formale, la razionale giustapposizione di luce e ombra, che sembrano sempre essere sul punto di prendere nuove direzioni.

http://nlisus.com/

7. SOFIA GOSCINSKI ‒ UNTTLD CONTEMPORARY

Sofia Goscinski, Storyboard (without head), 2013. Courtesy unttld contemporary

Artista versatile dai molteplici linguaggi ‒ spazia infatti fra scultura, fotografia, performance, video e ready-made dal sapore dadaista ‒, Sofia Goscinski (Vienna, 1979) mette in discussione, con pungente ironia, i valori fondamentali, quei cardini della società moderna come la felicità, la libertà e la salute. L’artista adotta come punto di vista le condizioni opposte (angoscia, cattività, malattia), costruisce con le sue opere una sorta di gabbia concettuale dai molteplici lati oscuri, che però si “sciolgono” nella comicità, a volte grottesca, dei riferimenti al quotidiano dati dai soggetti o dai loro titoli. Una sardonica commedia umana che ricorda la drammaturgia di Antonin Artaud.

www.unttld-contemporary.com

8. BEL FULLANA ‒ GALERIA FRAN REUS

Bel Fullana, Stickers (space), 2020. Courtesy Galeria Fran Reus

Colori solari e il trionfo del corpo per tramite di uno stile fumettistico sottilmente aggressivo. Bel Fullana (Maiorca, 1985) incarna la vitalità e il libertarismo delle isole Baleari e della Spagna tutta. Non si tratta però di mero esibizionismo mondano: un po’ Carol Rama, un po’ Nan Goldin, al centro dell’arte di Fullana si ritrova l’emancipazione femminile, la parità di genere, il rispetto delle altre culture, la voglia di dialogare e condividere. Un tratto “naif” eppure poetico e profondo, per tramite del quale rivivono gli ideali degli Anni Settanta e i loro metodi di lotta radicale.

www.galeriafranreus.net

9. STEFFANI JEMISON – ANNET GELINK

Steffani Jemison, Similitude, 2019. Courtesy Annet Gelink

Artista poliedrica, spazia dal video alla performance dalla fotografia all’installazione, a Rotterdam Steffani Jemison (Berkeley, 1981) si prende una pausa dai risvolti sociali del “progresso” e le sue alternative che caratterizzano i suoi lavori più recenti, e nel video Similitude impiega un attore di colore per indagare il mimetismo postcoloniale, il gesto e l’astrazione in relazione al cinema americano ed europeo della metà del XX secolo. Una riflessione a sfondo sociale su quella che può essere la finzione del cinema, con la sua dimensione spirituale, e la multiforme realtà delle differenze: fino a che punto sono percepibili, e dove invece sfumano nell’atteggiamento mentale. Un’opera che coniuga immagine e linguaggio del corpo e lascia sgorgare una penetrante riflessione umanistica.

www.annetgelink.com

10. JUST QUIST ‒ CINNNAMON

Just Quist, Fortune teller, 2019. Courtesy Cinnamon. Photo Jan Adriaanse

Negli ultimi anni Just Quist (1965) si concentra sulla ricerca di un equilibrio fra astrattismo e figurazione, che a una più attenta lettura si presenta come la rappresentazione dell’incertezza politica e sociale dei nostri tempi. Il dilagare del web e della realtà virtuale hanno sfrangiato i confini della percezione, allargando pericolosamente la forbice della verità, per cui l’artista solleva domande su come le nostre vite siano storicamente interpretate e catturate in una rete preconcetta di significati e significanti, spesso definiti come “eventi”. L’adozione di un tratto minimalista accompagnato da un’analoga tavolozza è la traduzione per immagini del caos, dello smarrimento mediatico ma anche concettuale che caratterizza quest’inizio di III Millennio.

https://cinnnamon.com/wp/

Niccolò Lucarelli

https://artrotterdam.com/

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.