Maestri della fantasia e promotori di metodologie didattiche fondate sul gioco e l’inventiva, Bruno Munari e Gianni Rodari sono una delle coppie creative più famose, e ammirate, di sempre.

La linea didattica che lega Bruno Munari e Gianni Rodari, compagni di strada, di significative avventure editoriali e di luccicanti idee sull’educazione artistica, sull’avviamento all’estetica, sull’intrattenimento ragionato di prendere alla sprovvista le parole o le immagini, è tra le più affascinanti parabole teoriche e pratiche del secondo Novecento. Conosciuti nel mondo per aver trasformato i perimetri dell’inventiva e dell’inaspettato in Zündkerze di un discorso – di un processo educativo – che mira a sprigionare le forze creative dell’individuo, Munari e Rodari hanno disegnato metodi morbidi e vincenti, metodologie legate ai cieli limpidi dell’immaginario.
Diverse sinergie legano Rodari a Munari”, avvisa Laura Panizza, “entrambi attenti al mondo dell’infanzia e alla necessità di fornire ai lettori, con le parole e con le immagini, una nuova e diversa sensibilità nel guardare le cose. Munari, quando illustra i testi di Rodari, accentua il lato fantastico e non puramente descrittivo delle azioni e delle dinamiche narrative messe in campo, soprattutto attraverso la creazione di spaesamenti e situazioni fantastiche. Ad esempio, in ‘Filastrocche in cielo e in terra’ (1960) emerge proprio la capacità di Munari di essere leggero ma fulminante, di stupire costantemente e di giocare con pochi segni cromatici, che diventano la trama e l’eco delle parole. Un segno a tratti anche descrittivo e riconoscibile, ma soprattutto un segno cromatico evocativo essenziale, che va al cuore delle invenzioni rodariane. Come per Rodari la scrittura è testimonianza di libertà, così per Munari il segno è invenzione efficace, libera e irriverente nei confronti delle convenzioni. L’accostamento, anche casuale, di forme o parole fa volare lontani con l’immaginazione e, se tutto può essere proposto sotto forma di gioco, la creatività, nell’impiego delle parole di Rodari e delle immagini per Munari, non è fine a se stessa, ma svolge un ruolo fondamentale nello sviluppo autonomo del pensiero”.

Gianni Rodari, Grammatica della fantasia (1973)
Gianni Rodari, Grammatica della fantasia (1973)

IMMAGINAZIONE SENZA FILI

Uniti dal filo sottile del gioco e di un’immaginazione senza fili, Munari e Rodari hanno svolto, negli anni, un percorso parallelo e confluente nel mare della fantasia. “La creatività è una capacità produttiva dove fantasia e ragione sono collegate per cui il risultato che si ottiene è sempre realizzabile e praticabile”, ha avvertito Munari nel capitolo dedicato al rapporto tra Fantasia e creatività del suo Artista e designer (1971). Quasi a tracciare una continuità con questo discorso che si nutre di storie e di intuizioni e che diventerà via via un rapporto tra invenzione, creatività e immaginazione nelle arti visive, Gianni Rodari pubblica la Grammatica della fantasia (1973), una Introduzione all’arte di inventare storie dedicata alla città di Reggio Emilia che, dal 6 al 10 marzo 1972, aveva organizzato una serie di incontri grazie ai quali Rodari ebbe finalmente l’occasione di presentare “in forma, per così dire, conclusiva e ufficiale, tutti i [suoi] ferri del mestiere”. Dal lapsus al Witz freudiano, dalle dinamiche surrealiste all’errore come deragliamento dai sentieri della realtà (“gli errori sono necessari, utili come il pane e spesso anche belli: per esempio la torre di Pisa”), dal giocattolo alla fiaba o alla poesia di Jules Verne, il mondo offerto da Rodari si nutre di cose semplici, di quotidianità, di rapporti di partecipazione e di complicità, di dialogo costruttivo con i bambini. “Se un bambino scrive nel suo quaderno ‘l’ago di Garda’, ho la scelta tra correggere l’errore con un segnaccio rosso o blu, o seguirne l’ardito suggerimento e scrivere la storia e la geografia di questo “ago” importantissimo, segnato anche nella carta d’Italia. La Luna si specchierà sulla punta o nella cruna? Si pungerà il naso?”.

Illustrazione di Bruno Munari per Gianni Rodari, Il pianeta degli alberi di Natale, 1962
Illustrazione di Bruno Munari per Gianni Rodari, Il pianeta degli alberi di Natale, 1962

FANTASIA E DIDATTICA

Alla valigia piena di storie proposta da Rodari (alla sua arte di inventare storie), sempre negli Anni Settanta del secolo scorso Bruno Munari aggiunge la propria Fantasia (1977) per evidenziare un percorso dal versante delle icone e catalogare, con eleganza, i territori della fantasia, dell’invenzione, della creatività e dell’immaginazione. “La fantasia”, dice, “è la facoltà più libera delle altre, essa infatti può anche non tener conto della realizzabilità o del funzionamento di ciò che ha pensato. È libera di pensare qualunque cosa, anche la più assurda, incredibile, impossibile”.
Accanto a questi straordinari assunti teorici ci sono, poi, tutta una serie di intrecci che vedono Munari e Rodari fianco a fianco nella realizzazione di libri per l’infanzia. C’è, ad esempio, Il libro degli errori (1974) dove i disegni di Munari incontrano le parole di Rodari. Ci sono le Favole al telefono (1962). E poi la Proposta di una scuola di design che comincia dall’asilo (1974) avanzata da Munari o i Giochi nell’URSS (1984) di Rodari, gli Appunti di viaggio usciti postumi. Sono tutti frammenti di esperienza, di due esperienze che hanno sinergicamente disegnato – fra attivismo pedagogico, didattica dell’arte, sperimentazione e creatività laboratoriale (quella del Giocare con l’arte) – un nuovo modo di fare, un nuovo modo di educare la mente.

Antonello Tolve

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #35

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Dati correlati
AutoreBruno Munari
Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Antonello Tolve
Antonello Tolve (Melfi 1977) è teorico e critico d’arte. Dottore di ricerca presso l’Università di Salerno, insegna Pedagogia e Didattica dell'Arte e Antropologia dell'Arte all'Accademia di Belle Arti di Macerata. Studioso delle esperienze artistiche e delle teorie critiche del Secondo Novecento, con particolare attenzione al rapporto che intercorre tra arte, critica d’arte e nuove tecnologie. Pubblicista, collabora regolarmente con diverse testate del settore. Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, in Italia e all'estero e vari cataloghi di artisti. Collabora, a Salerno, con la Fondazione Filiberto Menna e dirige con Stefania Zuliani, per l’editore Plectica, la collana Il presente dell’arte. Tra i suoi libri Giardini d’utopia. Aspetti della teatralizzazione nell’arte del Novecento (2008), Gillo Dorfles. Arte e critica d'arte nel secondo Novecento (2011), Giuseppe Stampone. Estetica Neodimensionale / Neodimensional Aesthetics (2011), Bianco-Valente. Geografia delle Emozioni / Geography of Emotions (2011).

1 COMMENT

  1. Riconosco il valore di pilastri come Rodari e Munari ma è un peccato lasciare innominato il grande Lionni. La sua infinita immaginazione creativa, la caratterizzazione di testo-immagini e i significati universali dietro alla semplicità delle sue narrazioni. Un gioco narrativo per nulla secondo né a Rodari né a Munari.

Comments are closed.