Flussi migratori: una realtà da definire per generare dinamiche virtuose
In un mondo sempre più connesso, le persone si muovono e, tra immigrazione ed emigrazione, sarebbe molto utile dotarsi di strumenti per canalizzare i flussi al fine di attrarre figure professionali che potrebbero rappresentare un valore aggiunto per la società
L’Italia ha una popolazione di circa 59 milioni di persone. Un Paese che tende progressivamente all’invecchiamento, che presenta molteplici difficoltà strutturali, anche dal punto di vista occupazionale. Al momento, siamo il 25° Paese per popolazione, anche se è facile ipotizzare che, guardando i nostri tendenziali, nel giro di qualche anno, lasceremo la posizione al Kenya.
Attualmente, il Paese più popoloso è l’India, con una popolazione di 1.476.625.576 abitanti, e complessivamente, nel mondo, siamo più di 8,3 miliardi. Cifre utili per definire un perimetro di riflessione che tenga conto del nostro Paese all’interno dell’intero scenario globale.
Flussi migratori: una questione su cui riflettere
Si tratta di un inquadramento necessario, per affrontare il tema della mobilità delle persone. Un fenomeno che nel nostro Paese viene considerato prevalentemente attraverso due logiche: l’analisi dell’immigrazione, spesso associata a fenomeni irregolari, e l’analisi dell’emigrazione, spesso associata al confronto tra le opportunità di lavoro e qualità della vita in Italia e all’estero. Più rare sono invece le riflessioni legate alla necessità di “immigrazione qualificata”, e la difficoltà che talvolta si incontra nel selezionare professionisti internazionali per lo sviluppo di attività su territorio italiano.
Il Global Talent Visa lo strumento per attrarre leader di cui si è dotato la Gran Bretagna
In questo senso può risultare d’interesse uno degli strumenti adottati dalla Gran Bretagna, che oltre ad avere una VISA tradizionale, che in genere richiede tutta una serie di requisiti legati all’occupazione, si è dotata del Global Talent VISA, strumento sviluppato per selezionare talenti da introdurre all’interno del contesto economico britannico, svincolandoli dai normali requisiti occupazionali.
Il Global Talent Visa è infatti progettato per attrarre leader, consolidati o emergenti, in settori come la tecnologia, la scienza, la ricerca, il mondo accademico e le arti. Invece di una sponsorizzazione, necessita di una referenza che confermi il talento o il potenziale. A differenza della Skilled Worker VISA, il Global Talent offre molta più libertà e consente anche di lavorare come professionisti autonomi.
La necessità di definire una politica virtuosa per canalizzare i flussi migratori
Perché questo strumento è importante? Perché definisce, in modo pragmatico, una politica di immigrazione, aprendo il Paese all’intera popolazione mondiale, ma selezionando soltanto quei talenti globali o le persone che potrebbero essere tali. Strumento che rappresenta un punto di partenza per numerose riflessioni, una tra tutte: la possibilità di creare un elenco globale di “professionisti” attivi nel mondo delle industrie culturali e creative, che possa essere un valido elenco di riferimento per imprese di tutto il mondo.
La canalizzazione dei flussi migratori: uno strumento per favorire l’incontro tra domanda e offerta
Uno strumento di questo tipo, infatti, sviluppato secondo criteri molto rigidi di accettazione, potrebbe favorire un matching tra domanda e offerta di lavoro culturale e creativo a livello globale, favorendo la possibilità da parte delle nostre imprese di estendere il proprio mercato di riferimento accelerando processi di internazionalizzazione sia attraverso il coinvolgimento di professionisti internazionali, sia attraverso l’avvio di cooperazioni con professionisti italiani richiesti da imprese estere.
Da questo punto di vista, la riflessione non dovrebbe limitarsi esclusivamente agli strumenti di ingresso nel Paese, ma estendersi alla costruzione di meccanismi permanenti di riconoscimento delle competenze.
L’assenza di standard condivisi per valutare le professionalità: una criticità del nostro sistema culturale
Uno dei principali problemi che caratterizzano le Industrie Culturali e Creative a livello internazionale riguarda infatti l’assenza di standard condivisi per la valutazione delle professionalità, soprattutto nei segmenti caratterizzati da elevata interdisciplinarità, lavoro autonomo e percorsi professionali non lineari. La creazione di una “Patente della Creatività” potrebbe quindi configurarsi come un sistema di accreditamento volontario basato su criteri oggettivi, quali esperienza professionale documentata, portfolio di progetti realizzati, partecipazione a programmi di ricerca e innovazione, attività internazionali, pubblicazioni, premi e capacità di operare in contesti multiculturali. Tale strumento potrebbe essere gestito attraverso piattaforme digitali interoperabili con i sistemi europei delle competenze, favorendo processi di selezione più efficienti, una maggiore trasparenza del mercato del lavoro creativo e la costruzione di reti professionali transnazionali capaci di generare nuove opportunità economiche, culturali e occupazionali.
In un contesto nazionale in cui la presenza di professionisti autonomi è così diffusa, predisporre delle “patenti della creatività”, associate allo sviluppo del cluster delle Industrie Culturali e Creative, potrebbe favorire notevolmente i rapporti tra le ICC italiane ed estere, condizione che, chiaramente, diviene sempre più necessaria. Definire strumenti nuovi, in grado di connettere sempre più il nostro Paese con le catene di creazione di valore globale, non può più essere soltanto uno slogan.
Stefano Monti
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