Esce la prima edizione dell’Atlante delle Imprese Culturali e Creative italiane

Il settore, che occupa in Italia circa 830mila persone, ha espresso nel 2022 una domanda di lavoro di quasi 280mila contratti, più del 5% delle opportunità tra industria e servizi. Un po' di numeri nella nuova pubblicazione edita da Treccani

Quanto impiega, produce e offre il comparto culturale in Italia? È a questa domanda, e molte altre, che risponde il primo Atlante delle Imprese Culturali e Creative (ICC) del Paese, edito dall’Enciclopedia Italiana Treccani e frutto della partecipazione dell’associazione Cultura Italiae, di Unioncamere, di AICI, dell’Istat, dell’Istituto per il Credito Sportivo e di Intesa Sanpaolo e della collaborazione di ANCI, Federculture e Fondazione Fiztcarraldo. L’Atlante – progettato, diretto e presentato da Roberto Grossi -offre ai lettori, specialisti e non, una mappatura di oltre 180mila imprese divise in 10 settori, mostrando come il settore occupi in Italia circa 830mila persone. Dall’indagine è emerso inoltre come nel 2022 il comparto abbia espresso una domanda di lavoro di quasi 280mila contratti a tempo determinato e indeterminato, cioè oltre il 5% di tutte le opportunità offerte delle imprese di industria e servizi, contribuendo a creare una percentuale del valore aggiunto italiano che da circa il 3% può arrivare (considerati l’indotto e l’effetto moltiplicatore, dicono dal Ministero) fino al 16%.

GLI OBIETTIVI DELL’ATLANTE DELLE IMPRESE CULTURALI E CREATIVE

Obiettivo dell’Atlante – in cui è ovviamente inclusa anche Artribune – è “definire i connotati e i confini dell’impresa culturale italiana e, di conseguenza, della rete dei presidi della produzione artistica e creativa per come si declina anche sotto il profilo dell’economia e del mercato“. In pratica, il volume vuole costruire una mappa degli ambiti produttivi, dei settori e delle categorie di attività, ma anche delimitare i parametri e le dimensioni socioeconomiche e gli elementi di qualità del settore proponendo un modello definitorio unico, e allo stesso tempo analizzare le dinamiche più recenti dell’intero comparto realizzando una prima raccolta di esperienze e casi. Il libro è strutturato in tre sezioni: a un primo inquadramento generale del mondo delle ICC, con 5 saggi sui temi trasversali e 13 di settore, segue una sezione dedicata ai dati relativi a imprese e addetti e alla loro dislocazione territoriale; in chiusura, la sezione dedicata ai protagonisti del comparto, con una selezione di alcune “eccellenze” nostrane.

Un lavoro di indubbia qualità scientifica, un lavoro corale che accende un faro importante di approfondimento su un settore strategico. Le ICC sono una nicchia di eccellenza che rispetto alle altre imprese portano un Dna culturale, lo rendono contemporaneo e lo portano nel futuro”, ha evidenziato Carlo Brugnoni, consigliere del ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano. “La Dg Creatività contemporanea del MiC sta lavorando con l’Istat proprio per cercare di mappare in modo specifico e dettagliato il settore e far emergere l’effettivo contributo al sistema nazionale“. Gli ha fatto eco Angelo Argento, presidente di Cultura Italiae: “Per noi questo è un obiettivo fondamentale, si tratta del primo progetto che pensammo di sviluppare nel 2017 a Matera dove nacque la necessità di definire in maniera seria cosa fosse l’impresa creativa e culturale. Un progetto che è un contributo scientifico, che ha la finalità di definire soprattutto cosa non è impresa culturale e cosa invece merita di essere definita tale”. Così è nato questo volume, che il segretario generale di Unioncamere Giuseppe Tripoli ha definito “un libro per gli italiani perché mette bene in luce un dato di fondo, cioè che quella delle imprese culturali e creative è una realtà molto importante per il nostro Paese, una realtà che crea valore per l’economia, ma anche per le persone. Questa realtà crea inoltre valore anche per il futuro, è diventata una direttrice per lo sviluppo a livello mondiale e per l’Europa è diventata una linea guida delle sue politiche industriali su cui far convergere le risorse. Una realtà su cui vale la pena investire: 1 euro investito ha infatti una ricaduta sul resto dell’economia di 1,8 euro”. L’investimento, per Tripoli, si giustifica anche solo nella componente culturale come “soft power dell’Italia, che indica la capacità di attrazione e l’interesse che il nostro Paese suscita nel mondo. Il soft power alimenta il successo delle eccellenze italiane, il sogno dei turisti di raggiungere il nostro Paese o il desiderio di acquistare un prodotto ‘made in Italy’. E questo è un patrimonio che dobbiamo saper curare e accrescere”.

Giulia Giaume

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Giulia Giaume

Giulia Giaume

Amante della cultura in ogni sua forma, è divoratrice di libri, spettacoli, mostre e balletti. Laureata in Lettere Moderne, con una tesi sul Furioso, e in Scienze Storiche, indirizzo di Storia Contemporanea, ha frequentato l'VIII edizione del master di giornalismo…

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