La sfida del web intrapresa dai musei a causa dell’epidemia. Parla Andrea Concas

A seguito della totale chiusura dei musei un materiale impressionante di contenuti culturali si è riversato sulle piattaforme digitali. Un passo che andava affrontato ben prima? Abbiamo intervistato Andrea Concas, che da anni approfondisce la materia

Andrea Concas
Andrea Concas

I musei sono costretti a chiudere le loro porte? Bene, che si aprano quelle del web! Con l’iniziativa #iorestoacasa, tantissime istituzioni culturali hanno intrapreso una nuova e faticosa sfida, quella della rete. Ma c’era bisogno del Covid-19? C’è una spiegazione per l’evidente ritardo? Lo abbiamo chiesto ad Andrea Concas, fondatore e CEO della startup dell’arte Art Backers e di Art Rights – piattaforma per la gestione e certificazione delle opere d’arte con tecnologia Blockchain, Intelligenza Artificiale e di ArtCollateral, primo escrow agent per l’Art Lending. Fondatore delle gallerie d’arte The AB Gallery e ProfessioneARTE.it, la prima community dedicata alla formazione, aggiornamento e orientamento sulle professioni dell’arte. Autore del libro ProfessioneARTE – I protagonisti, le opportunità di investimento, le nuove sfide digitali e ideatore del primo libro ChatBOT nel mondo dell’arte – edito da Modadori Electa- con la collana 100 Domande 150 Risposte che, grazie ad ArteConcasBOT, risponde alle domande sugli artisti, sulla loro vita, senza tralasciare opere e mercato. I primi due volumi sono stati dedicati a Leonardo da Vinci e Bansky. 

#iorestoacasa, l’iniziativa a cui hanno aderito numerosi musei per far fronte all’imminente chiusura data dall’emergenza sanitaria, ha creato un vero e proprio vortice di discussione. Qual è la tua opinione a proposito di questa nuova sfida culturale?

Una grande sfida culturale, hai detto bene, non solo tecnologica ma anche sociale e quasi epocale dove il mondo dell’arte e i musei, come tutti, si sono trovati a fronteggiare. Un vortice che ha portato l’esigenza di ingegnarsi per uscire dalla individuale “comfort zone” e trovare nuove modalità di comunicare, promuovere e valorizzare il proprio patrimonio culturale e più in generale l’arte, superando i limiti della fisicità. In questi anni molto è stato scritto e in tanti sono intervenuti sull’utilità, efficacia e modalità dell’online, più spesso criticando o guardando con sospetto chi utilizzasse questi mezzi. Ora, l’idea di riservare lo stesso trattamento di diffidenza critica a chi sta approcciando in questo momento al mondo digitale e on line, a mio avviso è un grave errore. Con la chiusura forzata, i musei hanno trovato nella rete una finestra per la loro mission, per me nulla da dire, anzi di più: Benvenuti nel Mondo dell’Online! 

“Da un male può nascere un bene”, siamo tutti d’accordo. Ma possiamo dire che è evidente il ritardo delle istituzioni italiane rispetto alla comunicazione digitale, nonostante ci siano degli esempi che ci fanno sperare in scenari positivi post- coronavirus senza render vano lo sforzo fatto. A cosa pensi sia dovuto questo ritardo?

Ancor prima dell’avvento del Coronavirus, e in tempi non sospetti, nel mio libro ProfessioneARTE, edito da Mondadori Electa, parlavo della digitalizzazione del settore in questi termini: “la quasi totalità del mondo dell’arte, dal punto di vista dell’innovazione, è come una prateria, un far west, una landa desolata non digitalizzata, indietro di almeno cinque anni, in pratica un’infinità, rispetto altri settori”. Questo per una peculiarità del Sistema dell’Arte che vede coinvolti innumerevoli protagonisti, in un mercato, immenso nei numeri, ma basato su dinamiche ben radicate in mano a pochi e potenti player che, con regole non scritte, difendono il proprio status e le modalità operative in un contesto caratterizzato, peraltro, dall’età avanzata dei “gatekeepers”.

Cosa sta succedendo quindi?

Viceversa, l’ambito dei musei pubblici sta coraggiosamente intercettando “la via della rete” con un notevole background di contenuti, cercando di superare la burocrazia interna, gli indugi e la troppa “prudenza” verso l’innovazione, tenendo conto che i dati ISTAT confermano che su 5.000 strutture museali solo il 50% circa ha un sito internet ed un account sui principali social network. Questo significa che in ambito museale, e più in generale per il Sistema dell’Arte, l’innovazione non è Tecnologica, ma bensì di Processo ed allora parliamo di vera e propria “alfabetizzazione digitale”. 

Le motivazioni che giustificano tale indugio possono differire dall’istituzione pubblica a quella privata?

Assolutamente sì, il museo privato sia esso governato da una società di gestione, fondazione, associazione, trust o altra forma, fa mediamente capo ad un direttivo, al supporto decisionale della proprietà spesso attenta e profilata con competenze imprenditoriali, e con possibilità di avvalersi di consulenze esterne, ai piani di immagine e comunicazione. Per i musei statali, dopo la riforma Franceschini, gli orizzonti si stanno positivamente allargando, prioritariamente per i musei dotati di autonomia speciale, recentemente aumentati sino a poco più di quaranta, distribuiti sul territorio nazionale. 

In che senso?

Questi musei, seppure ancora stretti nelle maglie non aggiornate della burocrazia, hanno ottenuto la presenza qualificata di un comitato scientifico, un consiglio di amministrazione, con nuove figure di direttori che vantano curriculum aggiornati, di respiro internazionale e di tutto rispetto. Più complessa la vita degli altri musei statali, regionali e delle amministrazioni locali, dove la burocrazia determina il sistema contrattualistico datato più di trent’anni, frenano ogni slancio, persino quello volontaristico dello stesso personale. Risulta evidente come per un Direttore illuminato, la sola ipotesi di inserimento nell’organico di una competenza esterna, anche temporaneamente, comporti una serie di complessi adempimenti di evidenza pubblica, di ricerca, incarico, funzioni, contratto, procedure che in questo stato di allarme nazionale risultano al limite dell’impossibile.

Andrea Concas - photo LUIGI CORDA
Andrea Concas – photo LUIGI CORDA

A proposito delle campagne di comunicazione convenzionali e non viste fino ad oggi, in quali hai notato delle potenzialità e in quali la criticità?

In questi giorni si è manifestata una sorta di “frenesia” che ha prodotto dirette, post, visite virtuali o pseudo tali, una vera “corsa all’oro digitale”, un’ondata sollecitata dallo stesso Ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini. Nel “fermento” collettivo nel dare il proprio contributo, probabilmente non c’è stato il tempo per sofismi, strategie o visioni innovative, per contro si è manifestata una chiara, e devo dire interessante, volontà di partecipazione. 

E questo a cosa porta?

In questo nuovo scenario c’è da dire che la stragrande maggioranza dei musei, così come gallerie, artisti e professionisti, non sempre sono strutturati tecnologicamente o hanno nel proprio organico competenze e professionalità dedicate alla gestione e pianificazione della comunicazione online. Viceversa, molto più spesso è lo stesso staff che si reinventa come social media manager o addirittura volto e voce del museo. È doveroso riconoscere il concreto impegno di tutti, superando ogni preconcetto, analisi o pensiero studiato a tavolino.

Quali scenari prevedi dopo questa alfabetizzazione digitale?

Ci sarà a mio avviso un naturale e generale rallentamento, una “pausa digitale”, una sorta di disintossicazione dovuta all’abuso di social network, pay tv e televisione alla ricerca della “fisicità perduta”. È probabile che si manifesterà un ridimensionamento del fenomeno in termini di quantità e qualità, dovuto ad una percezione e presa di coscienza della portata complessiva dell’online, che porterà a valutazioni più attente. È ipotizzabile che una buona parte si troverà ad un bivio: scegliere se e come strutturarsi digitalmente, oppure rivolgere le proprie energie per recuperare visitatori, programmazione e attività nelle sedi. Tuttavia, sono certo che quanto fatto, al termine di questa emergenza pandemica, sarà un’ottima base per la crescita e sviluppo futuro della comunicazione dell’arte on line.

E le nuove figure professionali che animeranno lo scenario culturale?

Comunicare i beni culturali è molto complesso perché richiede, oltre alle canoniche regole del marketing e della comunicazione, altri innumerevoli aspetti legati ai valori intrinseci dell’arte, degli artisti, dei collezionisti, delle istituzioni. Tra tutto, emerge l’esigenza di una puntuale e corretta trasmissione dei “contenuti” siano essi culturali, scientifici, tecnici, istituzionali, per consentire una vera e costante crescita sociale collettiva. Risulta evidente come la trasversalità delle competenze necessarie possano e debba essere ampia, per questo serviranno nuovi professionisti che conoscano le dinamiche delle istituzioni pubbliche come di quelle private e del mercato, a sostegno di musei, gallerie e operatori del settore.

Chi potrebbe trarne beneficio?

Si presenteranno nuove opportunità per esperti di Marketing Culturale, di Comunicazione, Social Media Manager, Uffici Stampa specializzati, Curatori Digitali, ma ancora di Critici e Storici, insieme alle startup innovative, agenzie e società per i servizi digitali.

Quando si parla di web, ovviamente, si fa riferimento alle tante piattaforme social che animano la rete. Come vedi il loro utilizzo?  

I social network sono i nostri contemporanei canali e strumenti di comunicazione, piattaforme di assoluto interesse che servono finché c’è un pubblico interessato al tuo argomento, nel nostro caso all’arte. In questo momento si configurano come “opportunità” cruciali ed interessanti per raggiungere e confrontarsi con un pubblico eterogeneo classificabile e quantificabile secondo tipologia, sesso, studi, interessi, reddito e città con una costanza incredibile.

Pensi che ci siano delle mancanze in alcune e potenzialità in altre?

Per l’arte possono essere usati per la fruizione, promozione e vendita variando i contenuti e le strategie comunicative proposte, basandosi su un concetto di community, ossia di un gruppo di persone che seguono ed interagiscono tra loro condividendo la visione e i valori. Quindi bisogna capire solo dove trovare il nostro miglior pubblico, attualmente i professionisti sono su LinkedIn, Facebook ha un’età media più alta rispetto a Instagram, che ora è il “place to be” dell’arte, mentre i più giovani sono già verso altri lidi quali TikTok o Triller. Ognuno di questi ha proprie peculiarità, regole, opportunità e pubblico differente, perciò sarebbe opportuno adottare strategie e contenuti differenziati secondo gli obiettivi prefissati, ma c’è ancora, chi più chi meno, spazio per tutti, solo che per emergere serviranno contenuti migliori, piani editoriali e budget più consistenti. 

Come pensi che cambierà la concezione rispetto all’esperienza reale e a quella virtuale? Si potrà – finalmente – parlare di “gioco di squadra”?

Il mondo attuale dell’arte è prettamente “fisico” con propri e consolidati valori, usuali percorsi condivisi e validazioni, che a mio avviso restano imprescindibili anche per chi opera online. È bene chiarire, una volta per tutte, che l’online NON SOSTITUIRÀ MAI IL “FISICO”, inoltre che neppure è una sua vocazione, mentre può essere un canale parallelo di fruizione, comunicazione, promozione e vendita.

Due binari finalmente complementari.

I due mondi, fisico e online, in questa fase devono solo ed esclusivamente iniziare a parlarsi tra loro per trovare nuovi equilibri, non sostitutivi, ma complementari nel rispetto delle reciproche peculiarità e dinamiche. Ogni altra strada che non comporti il dialogo e il costante confronto, si dimostrerà come un vicolo cieco, un ottuso arroccamento su posizioni, ormai e nei fatti, già superate! 

Rispetto al piccolo talk-live firmato ARTRIBUNE, “10 alle 10” su Instagram, volevo chiederti in riferimento all’affermazione “(…) Poi ci sono stati degli utilizzi maldestri e ingenui di applicazioni, anche più aggressive, che poco si confanno ad alcune strutture museali”, cosa intendi?

Ci sono ampi studi, legati all’efficacia o meno del marketing non convenzionale, che passano attraverso strategie di comunicazione alternative per ovviare alla mancanza di persuasione di quelle tradizionali.  Tuttavia, dobbiamo tenere in considerazione che, nella maggior parte dei casi, queste strategie vengono elaborate da professionisti che hanno obiettivi prefissati, e agiscono nel rispetto dei valori di comunicazione dell’ente rappresentato e del pubblico da coinvolgere.

Fin qui tutto ok.

Il problema emerge quando, ignorando queste premesse deontologiche e applicando modelli di terzi con superficialità, magari solo perché di moda o divertenti, si rischiano effetti dannosi e controproducenti per l’immagine del museo o dell’istituzione. Peggio ancora quando a far questo sono musei e istituzioni pubbliche che, tra le loro ragioni fondanti, hanno proprio l’erogazione di servizi rivolti alla collettività. 

Ovvero?

Rovesciando il mio ruolo di intervistato faccio una domanda provocatoria: siamo certi che lo stesso post ironico, visto da migliaia di persone, lo pubblicheremo nella quarta di un quotidiano nazionale o in uno spot televisivo, con altrettanta disinvoltura? L’online è un vero e proprio media e come tale, seppure con alcune attenzioni, deve essere inteso e trattato, perché dialoga con un pubblico che, talvolta, è più vasto e costantemente presente rispetto agli altri canali tradizionali di comunicazione. 

Sempre in diretta IG hai parlato con entusiasmo dell’iniziativa del Museo Egizio, del MAXXI e della GAMEC- Radio. Sono molte le istituzioni museali italiane (pubbliche e private) che con grande volontà sono state in grado di rispondere alla chiamata dell’online, ognuno con quanto era nelle loro competenze e possibilità, con mio grande plauso ed ammirazione per quanto hanno fatto e continuano ad oggi a fare.

Quali sono le altre realtà che ti hanno colpito?

Tra questi, come citato nella diretta, il Museo Egizio con il suo giovane e lungimirante Direttore Christian Greco e le sue “passeggiate” virtuali tra le sale dell’istituzione torinese, così ancora la Triennale di Milano con il progetto Decameron: storie in streaming, o il format video 2 minuti di MAMbo che ha coinvolto non solo il Direttore Lorenzo Balbi e il suo staff con gli artisti, ma anche il suo Dipartimento educativo, perché ricordiamoci che i musei sono luogo anche per i nostri bambini. Posso citare anche la Fondazione Palazzo Strozzi di Firenze e il progetto IN CONTATTO che ha visto coinvolti il suo Direttore Arturo Galansino, l’artista Tomás Saraceno e Marina Abramović o ancora la GAMeC di Bergamo che ha creato un palinsesto radiofonico in diretta per una città che è stata colpita duramente.

Vorrei chiederti del “lato umano” che trapela dai contenuti online. Un’espressione poetica che hai usato per parlare dei tanti volti svelati di chi lavora tutti i giorni dietro le quinte di un’istituzione.

Ci troviamo in una fase “coraggiosa”, “intrepida”, “sperimentale” del mondo culturale, dove molte delle iniziative sono state pensate e realizzate proprio dai dipendenti delle strutture museali, nonostante non fossero per niente tenuti a farlo, né per mansione o competenza. Tutto questo è bellissimo e molto forte umanamente, socialmente e culturalmente, per questo mi trovo in forte disaccordo nel giudicare o redarguire chi sta facendo qualcosa di buono, seppur non tecnicamente perfetto. Ripeto, ci sarà tempo per migliorare, nei dovuti modi, tempi e modalità ed anzi sono il primo a mettermi a disposizione gratuitamente per qualsiasi ente o struttura pubblica che abbia bisogno di consulenza o supporto in questa delicata fase della nostra storia. 

Cosa pensi che accadrà alla fine di questo momento?

Credo che sarà stata un’intensa parentesi nella vita di tutti noi, per molti un’avventura digitale, per altri una vera e propria svolta con la scoperta di un nuovo mondo, con infinite opportunità e percorsi.

Si tornerà alle vecchie abitudini dimenticando l’impresa attuata dai musei?

È impensabile che si prosegua con questo ritmo e a queste condizioni, ma sicuramente molte iniziative si evolveranno in progetti più strutturati e spero continuativi. Ci saranno da gestire altri problemi di natura economica, gestionale e di calendario, ma almeno tutti sapremo che è possibile contare su un pubblico online che ha apprezzato e riconosciuto l’impegno del settore culturale.

Come vuoi concludere questa intervista?

Per concludere un grazie a nome di tutti per il contributo che state dando in questi giorni e, per i nuovi arrivati, ancora una volta “Benvenuti nel Mondo dell’Online!”.

– Valentina Muzi

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Valentina Muzi
Valentina Muzi (Roma, 1991) è diplomata in lingue presso il liceo G.V. Catullo, matura esperienze all’estero e si specializza in lingua francese e spagnola con corsi di approfondimento DELF e DELE. La passione per l’arte l’ha portata a iscriversi alla Facoltà di Studi Storico-Artistici dell’Università di Roma La Sapienza, laureandosi in Storia dell’Arte Contemporanea e svolgendo il tirocinio formativo presso il MLAC - Museo e Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Ateneo, parallelamente ha frequentato un Executive Master in Management dei Beni Culturali presso la Business School del Sole24Ore di Roma. Dal 2016 svolge attività di PR, traduzione di cataloghi, stesura di testi critici e curatela indipendente. Dal 2017 svolge l’attività di giornalista di taglio critico e finanziario per riviste di settore. Attualmente è membro del Board Strategico presso l’Associazione culturale Arteprima noprofit, nella stessa ha svolto il ruolo di Social Media Manager ed è Responsabile organizzativa della piattaforma Arteprima Academy.