American Dreamers

Firenze - 08/03/2012 : 15/07/2012

La mostra American Dreamers. Realtà e immaginazione nell’arte contemporanea americana, organizzata in collaborazione con l’Hudson River Museum (Yonkers, New York), propone una riflessione sul lavoro di artisti che utilizzano fantasia, immaginazione e sogno per costruire possibili mondi alternativi di fronte alla realtà sempre più complessa e difficile del presente.

Informazioni

Comunicato stampa

Il Centro di Cultura Contemporanea Strozzina (Palazzo Strozzi, Firenze) inaugura l’8 marzo la mostra American Dreamers. Realtà e immaginazione nell’arte contemporanea americana, a cura di Bartholomew Bland (Director of Curatorial Affairs, Hudson River Museum, New York), che propone una riflessione sul lavoro di artisti focalizzati sulla costruzione di possibili mondi alternativi attraverso fantasia, immaginazione, sogno come reazione ad un presente sempre più complesso e ostile.

Esiste ancora il “sogno americano”? Dall’11 settembre 2001 ad oggi gli Stati Uniti d’America hanno visto cadere certezze di invulnerabilità e sicurezza

Allo stesso tempo tuttavia uno spirito di ottimismo, una capacità di immaginazione, una volontà di credere sempre in un futuro a lieto fine attraverso il lavoro e l’esaltazione dei valori di libertà e uguaglianza sono rimasti centrali nell’idea stessa di “essere americani” e di “sogno americano”: una promessa di successo e felicità continuamente alimentata dall’immaginario hollywoodiano e dall’estetica delle campagne pubblicitarie delle grandi multinazionali, dalla Coca Cola alla Disney.

Fuggire dalla realtà diviene un modo per combattere l’avversità del presente: una rottura psicologica con la quotidianità o la creazione di un’alternativa migliore diventano strategie per sfuggire minacce concrete come gli alti tassi di disoccupazione, la crisi della situazione finanziaria internazionale, le previsioni apocalittiche sull’ambiente.

Gli undici artisti americani coinvolti nella mostra - Laura Ball, Adrien Broom, Nick Cave, Will Cotton, Adam Cvijanovic, Richard Deon, Thomas Doyle, Mandy Greer, Kirsten Hassenfeld, Patrick Jacobs, Christy Rupp - attuano una rilettura personale del presente o addirittura una fuga da esso, tramite la costruzione di mondi paralleli alternativi che esplicitamente rifuggono la realtà. Alcune opere la condensano in sistemi miniaturizzati, altre si espandono nello spazio creando scenari in cui lo spettatore si potrà immergere, altre ancora si nutrono di immagini oniriche e fantastiche o riflettono su temi simbolici come la casa o la famiglia, ancora oggi centrali nella costruzione del mito dell’American way of life.

Per alcuni artisti la costruzione di mondi fantastici costituisce la propria personale critica alla società contemporanea; per altri ciò permette di creare soluzioni nuove in cui ritrovare significati e valori che sembrano ormai persi. Alcuni inoltre sembrano inoltre avere in comune un’attenzione alla manualità che rimanda a principi di produzione tipici del passato o a forme di organizzazione diversa della vita, un atteggiamento volutamente anticonformista contrario ai principi di produzione in serie e all'eccesso di velocità imposto dalla società moderna.

Il percorso espositivo di American Dreamers esplora queste diverse tematiche facendo emergere le poetiche degli artisti coinvolti, così da creare mondi paralleli spesso in forte contrasto tra loro. La mostra si apre con l’intervento site-specific di Adam Cvijanovic (1960) la cui pittura su muro provoca un coinvolgimento visivo illusionistico in un sorprendente panorama che ritrae un idilliaco paesaggio urbano tipicamente americano, volutamente interpretabile sia in disfacimento sia, al contrario, in costruzione. A questo si contrappone l’estetica di Will Cotton (1965) e Nick Cave (1959). Se il primo dà vita a un mondo irreale di sovrabbondanza in cui tutto diviene zucchero filato, crema, panna, fondendo riferimenti alla cultura pop americana (dalla cantante Katy Perry alla citazione di Candy Land, gioco molto popolare tra i bambini americani) e alla storia dell’arte (la pittura del Settecento francese di François Boucher o Jean-Honoré Fragonard), il secondo espone una selezione dei suoi cosiddetti Soundsuits sculture indossabili colorate e stravaganti, strumento per un’esperienza multisensoriale nell’amplificazione dei movimenti degli arti e nella creazione di inaspettati effetti sonori quando vengono utilizzati dall’artista anche come costumi per le sue performance. L’immaginario apocalittico di Thomas Doyle (1976) è dedicato a micromondi dall’apparenza serena e controllata, che rivelano a uno sguardo più attento e ravvicinato






realtà drammatiche, espressione della precarietà della condizione umana, utilizzando simboli della vita borghese come la casa, il giardino e la famiglia in contesti stranianti, catastrofici o a volte sarcastici. Partendo da immagini stereotipate Richard Deon (1956) mette in scena la sua personale e suggestiva estetica da lui stesso definita “surrealismo sociale”. Con opere pittoriche di diversi formati che interagiscono con lo spazio, l’artista crea scene di persone e luoghi che emergono come surreali paradossi e che giocano con immagini e situazioni in apparenza familiari, impiegando forme e figure grafiche tipiche dei manuali di educazione civica degli anni Cinquanta. Rimandando alla storia dell’arte e ai linguaggi della pubblicità e della moda, Adrien Broom (1980) crea visioni di donne sospese tra realtà e sogno, ispirate a figure che spaziano dal drammatico personaggio femminile dell’Ofelia di Shakespeare fino a immagini di sante in estatica adorazione di fronte al divino tipiche dell’arte barocca. Questa sensazione di sospensione si ritrova anche nel lavoro di Laura Ball (1972) che elabora, attraverso la fluidità dell’acquarello, un mondo popolato di immagini allegoriche in continua mutazione e in dialogo con l’autoritratto dell’artista stessa, con chiari riferimenti alla psicanalisi junghiana. Con uno stile immaginifico, paure e sogni assumono una forma corporea come in un libero gioco di associazione.
Le opere di Kirsten Hassenfeld (1971) utilizzano un materiale ordinario come la carta da regalo riciclata per creare sculture sospese, collocate su un confine evanescente tra l’enigmatico e il domestico. A queste si contrappongono i lavori di Christy Rupp (1949), che riflettono sui temi della produzione di massa e dello sfruttamento degli animali nei processi industriali. Entrambe le artiste uniscono riferimenti alla tradizione decorativa dell’Arts & Crafts a elementi di denuncia socio-politica contemporanea. Le sculture di uccelli estinti di Rupp rimandano alle forme di scheletri esposti nei musei di storia naturale, ma in realtà sono costituite da innumerevoli frammenti di ossa raccolti dall’artista tra i rifiuti dei fast-food, luoghi simbolo del consumismo materialistico contemporaneo. Hassenfeld invece, con il materiale effimero della carta, crea oggetti e installazioni che con il loro alto grado di suggestività ci immergono in una dimensione altra, esaltando il valore dell’arte, capace di trovare nuovi significati in oggetti e materiali che la nostra società considera soltanto scarti. Mandy Greer (1973) realizza per la mostra un’installazione site-specific che il visitatore potrà esplorare come una sorta di foresta fantastica. Utilizzando la tecnica dell’uncinetto con inserti di vari materiali, l’artista crea oggetti scultorei dall’aspetto bio e fito-morfico che riportano a narrazioni mitologiche, unendo insieme sciamanismo e tradizioni degli Indiani d’America. Nella sala dedicata al lavoro di Patrick Jacobs (1971) lo spettatore si trova a confronto con oblò che permettono di osservare diorami costituiti da miniature di mondi immaginari, che ricostruiscono in dettaglio delle visioni soggettive di prati o di interni di un appartamento, ingannando lo sguardo tra realtà e illusione.

American Dreamers è organizzata dal Centro di Cultura Contemporanea Strozzina in collaborazione con l’Hudson River Museum (Yonkers, New York). Il catalogo della mostra è pubblicato da Silvana Editoriale.

La mostra si inserisce all’interno delle celebrazioni della città di Firenze per l’Anno Vespucciano, in occasione del quinto centenario dalla morte di Amerigo Vespucci, e si pone in dialogo con l’esposizione contemporaneamente in corso a Palazzo Strozzi: Americani a Firenze. Sargent e gli impressionisti del Nuovo Mondo (3 marzo-15 luglio 2012), che studia il rapporto tra pittori impressionisti americani e la città di Firenze, meta irrinunciabile del Grand Tour e luogo cruciale nello sviluppo della carriera di grandi artisti d’Oltreoceano.