Freud si identificava con Mosè (ce lo spiega lo storico dell’arte Horst Bredekamp nel suo ultimo libro) 

Spesso pensiamo Freud solo attraverso le sue parole, dimenticando il ruolo delle immagini per il suo pensiero. Ce lo ricorda Horst Bredekamp in “Immagini che curano”, attraversando il rapporto tra Freud e la figura di Mosè, ma anche il suo conflitto con Jung

In Immagini che curano. La psicoanalisi visiva di Sigmund Freud, a cura di Federico Vercellone, Raffaello Cortina editore, 2025, Horst Bredekamp dimostra come sia poco fondata la convinzione che Freud abbia incentrato l’analisi esclusivamente sulla parola, evitando di ricorrere alle immagini. Hanns Sachs, condirettore insieme a Otto Rank della rivista Imago dal 1912,ricordava che Freud aveva l’abitudine di esaminare “con la vista e col tatto” le statuette della sua collezione archeologica mentre parlava con i pazienti. Riteneva infatti che i reperti del passato, evocando un sentimento di “arcaismo”, consentissero di accedere ai ricordi dell’infanzia. Freud amava accostare lo scavo archeologico, che porta alla luce le testimonianze del passato, al lavoro analitico, che lascia emergere il materiale inconscio.

Horst Bredekamp, Immagini che curano. La psicoanalisi visiva di Sigmund Freud
Horst Bredekamp, Immagini che curano. La psicoanalisi visiva di Sigmund Freud

Le statuine di Freud e il rapporto con le immagini

Le statuine allineate sulla sua scrivania non erano disposte secondo un ordine cronologico. Bredekamp connette questa scelta a un preciso intento, che Freud chiarisce nei Consigli al medico nel trattamento analitico. In quel breve saggio, del 1912, scriveva che, dinnanzi a un ordine sistematico, cogliamo solo ciò che cerchiamo intuitivamente, mentre in una “caotica confusione” andiamo incontro a collegamenti imprevedibili. La collezione, commenta Bredekamp, produceva pertanto un trasferimento dell’attenzione uditiva verso l’aspetto visivo e tattile. Freud evitava di fissare negli occhi il paziente e non amava essere guardato, perché riteneva che l’espressione del suo volto potesse influenzare il corso della seduta. Le sculture divenivano così “un interregno”, che indicava il parallelismo da lui delineato tra l’archeologia e l’indagine dell’inconscio. La collezione si intrecciava con il suo stesso percorso intellettuale, come comprese Ludwig Binswanger, che, quando si recò a Londra per incontrare Martha Bernays, la vedova di Freud, trovò “qualcosa di spettrale” in quei reperti, ormai privati dell’aura che li aveva circondati quotidianamente per tanti anni.

La figura di Mosè in Freud

La difficoltà di ammettere il suo profondo rapporto con le immagini, derivava dal timore che ciò potesse associarlo a Jung, ma rinviava anche all’aniconismo ebraico, riguardo al quale l’atteggiamento di Freud era ambivalente. La sua identificazione con Mosè, che disprezzava gli idoli, non impediva infatti alla sua collezione di incidere nella pratica analitica. I reperti archeologici rendevano lo spazio del suo studio, scrive Bredekamp, “un luogo simbolico di libertà, la cui essenza consisteva nel dire no a tutte le paure”, tanto a quelle derivate dai divieti del Super-Io religioso, quanto alle diverse norme che ostacolavano “il comandamento dell’assoluta sincerità”. Nel gennaio del 1909, Freud scriveva a Jung di sentirsi come il Mosè biblico, che non riuscì a condurre il suo popolo al Giordano e affidò questa missione a Giosué. Sarebbe stato Jung, come un moderno Giosué, a prendere possesso “della terra promessa della psichiatria”, che Freud avrebbe visto “solo da lontano”. Tra il 1901 e il 1913, Freud visitò Roma sei volte, riservando una particolare attenzione al Mosè di Michelangelo, custodito nella chiesa di San Pietro in Vincoli. Nel 1912 il suo soggiorno romano si protrasse per sei settimane, e più volte tornò a rivedere la scultura. In quel periodo, come rivela una lettera a Sándor Ferenczi, si sentiva più vicino al Mosè storico che a quello di Michelangelo, in quanto pensava che Jung, lungi dal dimostrarsi il suo Giosuè, lo aveva tradito, e meritava la punizione che lo stesso Mosè aveva inflitto agli ebrei. Il suo interesse quasi ossessivo intorno a quel tema lasciava affiorare, commenta Bredekamp, la difficoltà di gestire il trauma del distacco da Jung, “se con l’infanticidio o con l’autocontrollo”. Nel timore che ciò potesse cogliersi fra le righe decise, nel 1914, di pubblicare Il Mosè di Michelangelo su Imago firmandolo Von *** (Il saggio fu incluso solo nel 1924 nell’edizione delle sue opere).

Sigmund Freud, by Max Halberstadt - detail
Sigmund Freud, by Max Halberstadt – detail

Il Mosè di Michelangelo secondo Freud

Michelangelo, scrive Freud, mostra “un altro Mosè, che va al di là del Mosè storico. Elaborando il motivo delle tavole della legge infrante, egli non le lascia spezzare dalla collera di Mosè, ma fa acquietare quest’ira attraverso la minaccia che esse possano rompersi, o per lo meno la frena mentre sta per passare all’azione”. Freud vede la scultura in rapporto alla prima salita al Sinai, quando Mosè vuole punire il popolo che danza intorno al vitello d’oro, mentre Michelangelo lo rappresenta pensando alla seconda salita, quando riceve i Comandamenti. Al di là dell’errore interpretativo, la conclusione va ricondotta, scrive Bredekamp, al conflitto con Jung, e rappresenta “un messaggio per lo stesso Freud affinché seguisse una linea di massimo autocontrollo invece di scatenare la propria ira”. Ecco perché, quando nello stesso anno in cui pubblica il Mosè, identifica il narcisismo con una regressione della libido oggettuale verso l’Io, “è come se si stesse facendo la diagnosi da solo”.

Elio Cappuccio

Artribune è anche su Whatsapp. È sufficiente cliccare qui per iscriversi al canale ed essere sempre aggiornati

Elio Cappuccio

Elio Cappuccio

Elio Cappuccio (Siracusa 1954) è stato vicedirettore della rivista Tema celeste. È Presidente del collegio di Filosofia siciliano. Insegna Filosofia moderna e contemporanea all’Istituto Superiore di Scienze Religiose San Metodio. Ha curato, tra l’altro, la raccolta di saggi "Duchamp dopo…

Scopri di più