Un vignettista di talento ed esperienza, un disegno pieno di ironia e intelligenza, la suscettibilità di chi piazza nuovi tabù nello spazio del dibattito collettivo. Chi crede alla favoletta dei talebani moderati? Come smontarla, a colpi di asterischi inclusivi.

Mentre l’Occidente inciampa nello scandalo feroce dell’Afghanistan, realizzando l’inutilità dei vent’anni di presidio militare, in termini di fioritura democratica contro il fanatismo talebano, il dibattito in Italia inciampa nientemeno che su una vignetta. Detonatore social di diatribe virtuali, con cui misurare le nevrosi che agitano la discussione pubblica.
E si discetta così di geopolitica, diritti civili, conflitti sociali, rimbalzandosi come pomo della discordia un disegno satirico, partorito dalla mano lieve di Andrea Bozzo, raffinato illustratore e graphic designer, uno che negli anni ha messo insieme collaborazioni con testate di peso, fra quotidiani e magazine come New York Times, Repubblica, La Stampa, Il Sole 24ore, oltre che con aziende, festival, brand: sue sono, dal 2016, la prima e l’ultima pagina di Linus, mentre allo IAAD di Torino, dove insegna Art Direction, è coordinatore del dipartimento di Communication and Graphic Design. Uno che al mondo del sociale ha sempre guardato con attenzione, tanto da aver curato grafica e illustrazioni per la cooperativa Arcobaleno, collaborando poi a iniziative di Medici senza frontiere, con la Cooperativa sociale Educazione Progetto, con realtà varie del Terzo Settore. Non un ennesimo Marione, per dirla fuori dai denti; non un paladino del politicamente scorretto al servizio di mitologie populiste e grettezze anti-sistema, anti-immigrazione, anti-gender: basterebbe, per capirlo, sbirciare rapidamente il suo lavoro, il suo profilo, oppure osservarne semplicemente il tratto, i contenuti, la cifra creativa.

Un'illustrazione di Andrea Bozzo sul New York Times
Un’illustrazione di Andrea Bozzo sul New York Times

TALEBANI E ATTIVISTI. L’IRONICO PARADOSSO

Tra vignette sui novax e sulla fantomatica “dittatura sanitaria”, ritratti di politici e di celebrità, note critiche, leggere e scherzose di cronaca o di costume, Bozzo tira fuori in questi giorni una serie sulla vicenda afghana. Disegni sempre diluiti con quella delicatezza di spirito, di segno e di parola che è spesso il miglior alleato per centrare un obiettivo.
Uno di questi schizzi si è tramutato dunque in miccia esplosiva. Discussioni fiume, segnalazioni, illustri prese di posizione, sull’onda di un articolo pubblicato da Gaypost.it, a firma di Dario Accolla Caterina Coppola. Già il titolo affibbiava l’aggettivo “vergognosa” all’incriminata vignetta: un talebano, fronte corrucciata e occhi strizzati in una smorfia d’ira, sfoggiava il rassicurante slogan “Tranquill*, stavolta facciamo i brav*”, condito da asterischi inclusivi. La parola “Talebani”, in alto, era sigillata da uno schwa (ə), sbocciato al posto della i: altro recente alleato – forse un vezzo, forse un’arma – nella battaglia per depurare il linguaggio dalla vetusta tossicità maschilista, patriarcale, omofobica. Segni nè maschili nè femminili, intitolati all’idea di pluralità e aperti alle identità fluide, non classificabili.

Una vignetta di Andrea Bozzo
Una vignetta di Andrea Bozzo

La vignetta di Bozzo da questo immaginario attinge, per colpire ironicamente altri bersagli. La lettura è (o dovrebbe essere) immediata: mentre i ribelli alla conquista di Kabul offrono ai timori dell’Occidente un sinistro buonismo che odora di sangue e ipocrisia, le operazioni di repressione e rastrellamento presso abitazioni private, scuole, università, luoghi di lavoro, proseguono senza sosta e senza un briciolo di pìetas, dinanzi a un popolo piegato, terrorizzato. ‘Faremo i bravi’, dicono. Qualcuno ci crede – come il leader del M5S Giuseppe Conte, intervenuto a Ravello con un imbarazzante invito alla mediazione nei confronti dei talebani pentiti – mentre bene sintetizzano il senso dell’impostura parole di studiosi come il Prof. Stefano Silvestri, già Presidente dell’Istituto Affari Internazionali, docente di caratura internazionale: “Una dittatura soft della Sharia è peggio di una fake news. È un insulto all’intelligenza”.
Ecco che la “vergognosa vignetta” sfrutta e amplifica la finta veste tollerante sfoggiata dagli estremisti islamici, rendendola ancor più surreale con quell’attenzione ai simboli d’inclusività che l’attivismo femminista ed lgbtq ha incastonato sulle sue bandiere. Ve li immaginate i talebani col sacro fuoco dei diritti civili? Certo che no. Ecco, il senso è tutto qui. Un ironico paradosso, per irridere la favoletta dei Taliban moderati (contraddizione in termini). Davvero serviva lo spiegone?

Lo Schwa, nè maschio nè femmina
Lo Schwa, nè maschio nè femmina

INDIGNAZIONE, CENSURA E NUOVI TABÙ

E invece, per Gaypost, ne emerge una sottile e scaltra operazione critica, di stampo nazifemminista, volta a condannare la volontà di cancellazione del femminile a colpi di segni grafici e fonetici, stabilendo un orrendo parallelo con quella radicalità talebana che la dignità delle donne la cancella davvero, stavolta a suon di stupri, burqa, isolamento sociale, mortificazione quotidiana. Che dire? Ci vuole impegno (e coraggio) a estrapolare da un disegno satirico così efficace cotante subdole intenzioni.
Ma c’è di più. Il colpo di grazia arriva col gesto della senatrice Monica Cirinnà, madrina della legge sulle unioni civili sotto il Governo Renzi, pasionaria delle lotte per i diritti lbgt: Cirinnà riposta su Facebook l’articolo di Gaypost e lo accompagna con poche righe indignate, condannando chi, di fronte alla tragedia dell’Afghanistan, “ha tempo e fantasia di ironizzare, dimenticando che accanto alle donne afghane, che già stanno soffrendo moltissimo, a essere colpite saranno anche le persone LGBT+”. C’è sempre tempo, invece, per una buona vignetta, per un pensiero pungente, per un ribaltamento creativo delle cose. Com’era la storia della satira libera, che fin dalle origini traeva linfa dal reale in tutte le sue declinazioni, incluse la morte, la guerra, la sofferenza e le iniquità, contro ogni forma di potere? Chi decide su cosa si può o non si può satireggiare?

La vignetta di scuse, accompagnata dal commento:'Bisogna sapersi scusare quando un disegnetto fa scalpore'
La vignetta di scuse, accompagnata su Fb dal commento:’Bisogna sapersi scusare quando un disegnetto fa scalpore’

E ancora, eccola chiedersi “quanto profonda sia l’incoerenza e la contraddizione di chi, per invocare la difesa delle donne, dimostra un radicato pregiudizio omotransfobico”. Nesso non pervenuto, logica oscura: Bozzo ce l’aveva con omosessuali e trans?
Una slavina di commenti la sommerge (la maggior parte di severo disappunto), ma Cirinnà non cambia idea e non rimuove il post, obiettivamente tirato coi denti. Non sono però mancanti i supporter, anzi. Quelli che dinanzi al graffio di Bozzo si sono risentiti: l’idea di giocare col tema del linguaggio inclusivo ha urtato chi, in questa lotta, ci crede davvero. Fino al punto da farne un tabù: chi all’asterisco non si piega, finisce dritto nel registro dei più ottusi conservatori.
Fatto sta che la vignetta è presto sparita da Facebook. Lo shitstorm scatenatosi a seguito delle due condanne senza appello ha fatto partire una quantità di segnalazioni sufficiente a far scattare la censura. Manco fosse stata pornografia o incitamento all’odio. Che poi non è nemmeno quella satira nera, cruda e irriverente alla Charlie Hebdo: un esercizio di ironia, piuttosto, con la sua dose di grazia, di misura. Bozzo alla fine s’è pure scusato, con un altro “disegnetto” eccellente: gesto signorile, al margine di una gogna, ma non così necessario.

Andrea Bozzo, ancora una vignetta che irride l'idea di una dittatura sanitaria
Andrea Bozzo, ancora una vignetta che irride l’idea di una dittatura sanitaria in tempi di Covid

LINGUAGGIO E SPAZIO CRITICO-POLITICO

Ora, se – come in molti hanno evidenziato – il senso corretto era il più immediato, ovvero una palese frecciata contro le fandonie talebane, è anche vero che un’apertura a ulteriori significati, in termini di critica a un certo integralismo rivendicazionista, non è da escludere, né da stigmatizzare. Un’opera – artistica, satirica, letteraria – funziona meglio e di più se non conclude il proprio raggio d’azione, se non riduce la propria complessità. Se mantiene una certa indefinitezza virtuosa. Asterischi e schwa come semplice belletto, nella diffusa corsa al politically correct che spinge il giudizio fino all’intolleranza? Magari c’è spazio anche per questa deduzione. Magari c’è tempo per ricordarsi di quella recente attitudine al “pinkwashing” e “rainbow washing”, con simboli e simboletti che diventano strumenti facili di marketing acchiappaconsensi. Legittimo parlarne, come legittimo è difendere l’idea di una lingua senza genere e senza gerarchie, intitolata al neutro e all’orizzontalità piena. Dibattito, non conflitto. Una lingua che contesta norme e consuetudini grammaticali, in barba a secoli di letteratura, rammentando quanto la parola sia terreno politico e straordinario termometro sociale. Sfida teorica interessante, che non evita però di enfatizzare oltremisura l’escamotage delle nuove convenzioni grafico-lessicali, rendendole stucchevoli: asterischi come micro-icone di tendenza, più che come concrete occasioni di lotta e di cambiamento.
Che la lingua sia materia duttile e viva, aperta a continue evoluzioni, che sia anche spazio di coscienza politica e di rivendicazione, è cosa sacrosanta. Diverso è farne luogo d’intoccabilità, tra nervi scoperti e prove muscolari, edificandovi attorno una specie di idolatria decorativa, una religione della superficie che non ammette punti di domanda. Nel mentre, ad accostare sul serio la questione asterischi-schwa all’atroce situazione afghana, il rischio che si corre è quello di un effetto tragicomico. E come argutamente appunta Guido Vitiello sul suo Facebook, “Possiamo parlare di taliban, possiamo parlare di asterischini inclusivi. Preferibilmente però non nella stessa frase, anzi neppure nello stesso paragrafo o nello stesso ragionamento, qualunque sia l’intento ideologico. (…) Ne sono esentati i vignettisti, gli umoristi e i surrealisti, che del resto avevano già fatto pratica con l’ombrello e la macchina da cucire, concettualmente molto più vicini”.
Omofobia, femminismo, diritti civili, oppressione di popoli ed emarginazione di singoli: che la satira prosegua a pungolare e ragionare, anche a suon di paradossi. Per il resto, tra kalashnikov e asterischi c’è un oceano: in mezzo ci passano il peso della realtà, la misura delle cose e il senso, doloroso, delle battaglie per la libertà.

– Helga Marsala

 

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Helga Marsala
Helga Marsala è critica d'arte, giornalista, editorialista culturale e curatrice. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è stata anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatorice dell’Archivio S.A.C.S (Sportello Artisti Contemporanei Siciliani) presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 al 2020 ha lavorato come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.