Dylan Dog, 40 anni di incubi. Ecco come il personaggio di Sclavi è diventato icona indiscussa del fumetto italiano
Era il 1986, e in edicola arrivava un fumetto che avrebbe rivoluzionato la cultura pop italiana: Dylan Dog. A 40 anni dall’esordio, ripercorriamo le ragioni del suo successo
I quarant’anni di DylanDog, apparso nel 1986, sono un’occasione per riflettere sul suo successo anche tra chi, di solito, non leggeva fumetti. La stessa Bonelli avrebbe riconosciuto come i testi di Tiziano Sclavi fossero riusciti a raggiungere giovani lettori spesso disinteressati alla lettura. E Dylan Dog avvicinò al fumetto bonelliano anche una percentuale di pubblico femminile allora inconsueta. Ma quali sono state le cause di un tale successo? Sclavi aveva saputo distillare nelle sue pagine qualcosa che, soprattutto nella prima grande stagione della serie, dall’Alba dei morti viventi del 1986 al leggendario Il lungo addio del novembre 1992, finì per diventare quasi un riflesso dell’inconscio di una società le cui certezze stavano lentamente cambiando. Dall’orrore fisico e cinematografico dei primi numeri, la serie si avvicina all’incubo psicologico, privato, legato alla memoria e alla solitudine. La grande paura diventa la perdita degli affetti e la difficoltà di distinguere ciò che è reale da ciò che esiste solo nella mente. Il lungo addio non ha bisogno di mostri, se non di quelli dell’inconscio: bastano un amore perduto, l’adolescenza e il tempo trascorso.
Dylan Dog tra memoria, solitudine e inquietudine
C’è chi pensa che Il lungo addio, nato da un soggetto di Mauro Marcheselli e sceneggiato da Tiziano Sclavi, vada messo in relazione con À la recherche du temps perdu di Marcel Proust: una parola, “niente”, e un nome, “Marina”, fanno riaffacciare un intero universo di memorie, come la famosa madeleine di Combray. Ma se in Proust il ricordo recupera per un istante il tempo perduto, per Dylan l’atmosfera dell’innamoramento è perduta per sempre. Ovviamente si tratta di una suggestione: tra la Recherche e Il lungo addio c’è stato di mezzo l’intero “Secolo breve”!
Anche il momento storico conta. L’Italia che usciva dagli Anni Settanta spostava il proprio baricentro dalle grandi appartenenze collettive verso la dimensione privata, i consumi e la costruzione individuale della propria identità. Sotto la superficie edonistica degli Anni Ottanta apparivano crepe meno rassicuranti. I sogni di successo convivevano con la solitudine, le dipendenze, la marginalità e una nuova attenzione per il disagio individuale.
La Londra immaginaria di Dylan Dog
Sclavi aveva già elaborato una parte di questo universo qualche anno prima. Nel 1983 aveva scritto Dellamorte Dellamore, romanzo rimasto inedito fino al 1991 e ambientato nell’immaginaria Buffalora. Francesco Dellamorte vive in un cimitero e si occupa, con una certa rassegnazione, di morti che tornano in vita. Vi compaiono già, in nuce, la vicinanza quotidiana con la morte, l’umorismo nero e la solitudine della provincia informe e infinita. Non sembra quindi peregrino cercare una parte dell’atmosfera di Dylan nel paesaggio in cui Sclavi era cresciuto. La sua Londra dei primi anni non nasceva da un’osservazione diretta della città britannica: Sclavi ha raccontato di averla costruita attraverso libri, cinema e immaginario “pop”. Perfino Craven Road era stata scelta come omaggio a Wes Craven, senza sapere inizialmente che a Londra esistesse davvero una strada con quel nome. Quella Londra nebbiosa può allora ricordare più un inverno in pianura padana che una ricostruzione precisa del Tamigi: strade bagnate, silenzi, luoghi familiari che improvvisamente sembrano diversi.
In questa Londra domina una forma di Unheimlich, il perturbante nel senso freudiano del termine: qualcosa di familiare e persino banale improvvisamente smette di esserlo e si svela come molto più inquietante. Davanti a qualcuno che sostiene di aver visto un fantasma, Dylan Dog ascolta il testimone, entra nella storia e cerca di capire che cosa sia accaduto. La sua indagine è spesso psicologica prima ancora che poliziesca.
Il confronto con i grandi maestri del genere horror
Il fumetto italiano si muoveva intanto vicino alle sperimentazioni angloamericane: Dylan arrivò quasi contemporaneamente alla nuova ondata di autori britannici e alla maturazione del comic statunitense. Alan Moore trasformava Swamp Thing; nel 1986 uscivano Watchmen di Moore e Dave Gibbons e The Dark Knight Returns di Frank Miller. Poco dopo sarebbe arrivato The Sandman di Neil Gaiman. Sclavi compiva questa operazione nelle edicole italiane, raggiungendo volumi di vendita inattesi per una serie ispirata alla letteratura del terrore. Era un’epoca straordinaria per il cinema horror: A Nightmare on Elm Street di Wes Craven era uscito nel 1984. John Landis aveva mostrato con Un lupo mannaro americano a Londra quanto facilmente horror e commedia potessero contaminarsi e, con Thriller di Michael Jackson, aveva portato zombie e trasformazioni mostruose nel cuore della cultura pop. A metà degli Anni Ottanta l’horror era entrato nella musica, nei videoclip e nell’immaginario degli adolescenti.
E naturalmente c’è George A. Romero. Già il titolo L’alba dei morti viventi gioca con l’immaginario degli zombie che il regista americano aveva trasformato a partire da La notte dei morti viventi e soprattutto da Dawn of the Dead. Romero aveva fatto dello zombie qualcosa di diverso dal semplice mostro: una massa anonima attraverso la quale riflettere su consumismo, conformismo e collasso della società. Sclavi raccoglie questa possibilità. In Dylan Dog il mostro può fare paura, ma può anche essere una vittima, un escluso o qualcuno che la società ha deciso di definire mostruoso. E poi c’è Stanley Kubrick. Sclavi lo indicava fra i registi che amava maggiormente e dichiarava di apprezzarne la simmetria, il contrappunto e la freddezza della regia. Shining, uscito nel 1980, aveva trasformato un hotel e una famiglia in un manifesto dell’Unheimlich, rendendo sempre meno distinguibili il soprannaturale e la disgregazione psichica. La citazione di Kubrick è diretta: nel Dylan Dog n. 30, dal titolo La casa infestata, scritto da Sclavi nel 1989, il bambino protagonista si chiama Danny Lloyd, come il giovane attore che interpretava Danny Torrance nel film.
Ma c’è spazio anche per il cinema più leggero: Groucho è stato rapito dalle pellicole comiche. La sua funzione è però essenziale nell’economia delle storie, dato che serve a stemperare la tensione. Quando l’orrore rischia di diventare troppo cupo, arriva una battuta, spesso stupida, a volte semplicemente assurda. Se Dylan è tridimensionale, Groucho è invece bidimensionale: non risolve nulla, ma modifica per un istante il tono della scena. Un altro tema dominante è la complessità psicologica dei personaggi. Il cattivo non è necessariamente l’incarnazione di un male ontologico. Può essere una persona infelice, qualcuno che vive in uno stato di tortura, disagio, rabbia o isolamento. E anche quando il mostro è realmente un mostro, Sclavi tende a chiedersi che cosa veda lui quando guarda noi. La distinzione tra normalità e mostruosità diventa così molto meno stabile.
Le evoluzioni recenti del fumetto di Tiziano Sclavi
Nel corso degli Anni Novanta, Sclavi si è via via ritirato dalla scrittura regolare della serie. La curatela passa a Mauro Marcheselli, dal 1993 al 2009, poi a Giovanni Gualdoni e, dal 2013 al 2023, a Roberto Recchioni. La “cura Recchioni” è stata un decennio di sperimentazioni e cambi di direzione che talvolta hanno stupito il pubblico abituale: pare che più di qualcuno, leggendo gli albi di questo periodo, abbia esclamato “Giuda ballerino!”. È nel quadro del rinnovamento che, nel 2014, il Maxi Dylan Dog assume la formula Old Boy: una linea parallela destinata a ospitare storie ambientate nell’universo classico del personaggio, precedente al nuovo corso.
L’utilizzo del colore in alcuni albi della serie Color Fest porta Dylan fuori dalla “comfort zone” della bicromia. Recchioni interviene sulla continuity, decostruendo e ricostruendo il personaggio storico e facendo andare in pensione l’ispettore Bloch. Anche i nomi degli artisti coinvolti esulano dallo stile realistico tipico delle produzioni bonelliane: vengono scelti grandi nomi del fumetto contemporaneo, come Zerocalcare o Maicol&Mirco.
Nel 2019 arriva il numero zero del crossover con la DC Comics, in cui Dylan incontra nientemeno che Batman. Dal 2023 la linea editoriale del “Detective dell’Incubo” è passata a Barbara Baraldi, la cui guida pare conciliare alcune sperimentazioni recenti con i grandi personaggi della saga, come l’ispettore Bloch o Groucho. Tiziano Sclavi continua però ad avere un ruolo concreto di supervisione. La stessa Baraldi ha spiegato nel settembre 2026 di essere in costante contatto con lui: Sclavi legge tutti i soggetti sottoposti alla redazione, restituisce osservazioni e indicazioni e, in alcuni casi, avanza proprie proposte. Forse è proprio questo coraggio, questa capacità di cambiare costantemente, la chiave della longevità di un personaggio che ancora oggi ha il suo pubblico fedele, magari composto anche da chi ha scoperto l’albo nei primi Anni Novanta, lo ha poi abbandonato e lo sta riscoprendo.
Thomas Villa
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