La faccia non mente (l’algoritmo forse sì): dal ritratto al selfie, la nuova storia del volto nell’era dell’IA

Dal ritratto antico ai selfie fino ai volti generati dall’intelligenza artificiale, la storia dell’immagine più umana attraversa una nuova trasformazione: quando una faccia diventa anche un dato. Vediamo come cambia il volto (con qualche consiglio di lettura)

Prima di diventare un filtro di Instagram, un codice biometrico o un’immagine generata dall’intelligenza artificiale, il volto è stato per secoli il grande enigma della rappresentazione artistica. Pittori e scultori non hanno mai cercato soltanto una somiglianza. Un ritratto non era mai una semplice riproduzione di una persona, ma un modo per costruirne la memoria, il prestigio, il ruolo sociale. Il volto del sovrano, del santo, del committente o dell’artista diventava un’immagine capace di sopravvivere al corpo. Oggi quella stessa superficie che per secoli abbiamo dipinto, scolpito e fotografato è diventata anche altro: un insieme di dati. Una sequenza di punti biometrici, una traccia digitale, un elemento riconoscibile e classificabile da sistemi automatici. La domanda allora cambia: cosa succede quando il volto smette di essere soltanto un’immagine da guardare e diventa un’informazione da elaborare? A partire da questa domanda si muove Riccardo Falcinelli con Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie (Einaudi, 2024), un volume che attraversa secoli di immagini per raccontare come il volto non sia mai stato un semplice dato naturale, ma una costruzione culturale. Ogni epoca ha elaborato il proprio modo di rappresentarlo: attraverso la religione, la politica, il ritratto, la fotografia, il cinema, la pubblicità e oggi attraverso gli schermi digitali. Il volto, prima ancora di essere una parte del corpo, è sempre stato un’immagine. Ma cosa accade quando quell’immagine entra nell’epoca dell’intelligenza artificiale?

Riccardo Falcinelli
Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie
Einaudi, 2024
pag. 552, € 25

Riccardo Falcinelli, Visus. Storie del volto dall'antichità al selfie
Riccardo Falcinelli, Visus. Storie del volto dall’antichità al selfie

Dal ritratto al database: quando il volto diventa un dato

Prima di diventare un dato informatico, il volto è stato a lungo interpretato come una superficie capace di rivelare una verità nascosta. Tra Settecento e Ottocento la fisiognomica cercò di stabilire un rapporto tra caratteristiche fisiche e caratteristiche morali: i lineamenti del viso avrebbero potuto indicare il carattere, le inclinazioni, persino la pericolosità di un individuo. Oggi queste teorie sono considerate prive di fondamento scientifico, ma hanno lasciato una traccia profonda nella cultura occidentale: l’idea che il volto sia un testo da leggere, un codice attraverso cui interpretare la persona. La fotografia segnaletica ottocentesca porta questa logica in una nuova dimensione. La cosiddetta mug shot trasforma il volto in un documento identificativo: non più soltanto un’immagine, ma una prova. Il riconoscimento facciale contemporaneo riprende lo stesso principio attraverso strumenti infinitamente più sofisticati. Non è più l’occhio umano a cercare corrispondenze tra volto e identità, ma un algoritmo capace di confrontare milioni di immagini, individuare caratteristiche e creare archivi. La tecnologia cambia, ma resta una domanda antica: chi ha il potere di interpretare un volto? Come racconta Kate Crawford in Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’intelligenza artificiale (Il Mulino, 2021), i sistemi di intelligenza artificiale non sono strumenti neutrali: dipendono da infrastrutture, dati e scelte politiche. Dietro ogni algoritmo esistono processi di selezione e classificazione. Il volto, quindi, non è soltanto qualcosa che mostriamo: è qualcosa che può essere estratto, analizzato e utilizzato.

Kate Crawford
Né intelligente né artificiale. Il lato oscuro dell’intelligenza artificiale
Il Mulino, 2021
pag. 320, € 20

La faccia non mente (l’algoritmo forse sì): dal ritratto al selfie, la nuova storia del volto nell’era dell’IA
Né intelligente né artificiale. Il lato uscuro dell’IA, Kate Crawford

Gli artisti che sfidano l’occhio dell’algoritmo

È proprio su questo terreno che diversi artisti contemporanei hanno iniziato a lavorare, anticipando questioni che oggi sono diventate centrali nel dibattito pubblico. Paolo Cirio ha affrontato il tema della sorveglianza attraverso un ribaltamento dello sguardo: se le immagini dei cittadini possono essere raccolte e analizzate dalle istituzioni, cosa accade quando lo stesso procedimento viene applicato a chi controlla? Nel progetto Capture, l’artista ha lavorato sul rapporto tra immagini, identificazione e potere, mettendo in discussione il confine tra sicurezza e sorveglianza. Zach Blas nella serie Facial Weaponization Suite (2011-2014) ha invece lavorato sulla possibilità di sottrarsi alla leggibilità algoritmica. Attraverso maschere costruite a partire da dati biometrici collettivi, l’artista mette in crisi l’idea che ogni volto debba necessariamente corrispondere a un’identità riconoscibile. Anche Hito Steyerl ha indagato il rapporto tra visibilità e controllo nell’epoca digitale. Nel video How Not to Be Seen (2013), l’artista trasforma l’invisibilità in una possibile forma di resistenza, mostrando come essere visti sia diventato contemporaneamente un privilegio e una vulnerabilità. Sono pratiche differenti, ma condividono una stessa intuizione: quando il volto diventa un dato, la possibilità di sottrarsi allo sguardo automatico diventa una questione politica.

Dal selfie al volto generato dall’intelligenza artificiale

Il paradosso contemporaneo è che, mentre gli algoritmi cercano di catturare e classificare i nostri volti, siamo noi stessi a produrre continuamente immagini di noi. Il selfie rappresenta l’ultima trasformazione di una lunga storia dell’autoritratto. Ma rispetto al passato introduce una novità: non è più un’immagine destinata soltanto alla memoria, bensì una pratica quotidiana di costruzione dell’identità. Filtri, applicazioni di modifica del volto e immagini generate dall’intelligenza artificiale hanno reso sempre più instabile il confine tra volto reale e volto costruito. Come osserva Jia Tolentino in Trick Mirror. Riflessioni sulla società dell’illusione (NR, 2020), la cultura digitale ha trasformato la rappresentazione di sé in una pratica continua: non mostriamo soltanto chi siamo, ma produciamo costantemente versioni possibili della nostra identità. Il volto contemporaneo vive così una contraddizione: è ovunque, continuamente esposto, ma allo stesso tempo sempre più difficile da definire. L’arrivo degli strumenti di intelligenza artificiale generativa rende questa trasformazione ancora più radicale. Oggi non soltanto modifichiamo il nostro volto: possiamo crearne di nuovi, produrre identità visive inesistenti, costruire immagini capaci di sembrare più vere del vero. La questione non riguarda più soltanto la rappresentazione del volto, ma la fiducia che attribuiamo alle immagini. Se per secoli il ritratto ha avuto il compito di testimoniare una presenza, il volto artificiale introduce una nuova possibilità: un’immagine senza origine, una faccia senza persona.

Jia Tolentino
Trick Mirror. Riflessioni sulla società dell’illusione
NR, 2020
pag. 300, € 20

Trick Mirror, Jia Tolentino
Trick Mirror, Jia Tolentino

Cosa resta del ritratto nell’epoca dell’algoritmo?

La riflessione sul volto appartiene da sempre alla storia dell’arte, ma oggi attraversa anche la storia dei dati. In Facce. Una storia del volto (Carocci), Hans Belting ha mostrato come il volto sia sempre stato sospeso tra natura e immagine, tra corpo e rappresentazione. Il volto non coincide mai completamente con la persona: diventa tale quando viene riconosciuto, interpretato, guardato. È proprio questa dimensione ambigua ad aver reso il volto uno dei soggetti più importanti della storia dell’arte. Il ritratto non ha mai raccontato soltanto un aspetto fisico, ma una relazione tra chi guarda e chi viene rappresentato.

Hans Belting
Facce. Una storia del volto
Carocci, 2014
pag. 376, € 37

Facce. Una storia del volto, Hans Belting
Facce. Una storia del volto, Hans Belting

Oggi questa relazione è sottoposta a una nuova trasformazione. Gli algoritmi non guardano un volto come farebbe un essere umano. Non cercano memoria, emozione o identità: analizzano caratteristiche, ricorrenze, probabilità. La macchina vede una struttura di dati dove noi vediamo una persona. La storia del ritratto non è quindi terminata. Sta attraversando una nuova fase, forse la più complessa: quella in cui il volto continua a essere un’immagine, ma diventa anche un codice. Dal ritratto antico al selfie, il volto ha sempre rappresentato un tentativo di lasciare una traccia di sé. La differenza è che oggi quella traccia non appartiene più soltanto alla persona che la produce. Può diventare informazione, archivio, previsione. La domanda più urgente non è soltanto se le macchine riusciranno a riconoscere sempre meglio le nostre facce. È se noi riusciremo ancora a riconoscere il valore di un volto oltre i dati che lo descrivono.

Beatrice Moscatelli


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