Una città dove tutti sono stranieri: l’Odessa immaginata prima della guerra in Ucraina
Il nuovo poema narrativo di Marco Cardetta, che arriva 10 anni dopo la storia ambientata nella Murgia del brigantaggio postunitario, ripercorre il mito di Odessa come luogo d’incontro fra culture e identità diverse. Due opere molto differenti, ma accomunate da una ricerca sulla lingua, sull’identità e sulla contaminazione culturale
A dieci anni da Sergente Romano, Marco Cardetta torna in libreria con …dal mare – Nero di Odessa (Les Flâneurs, 2026), poema narrativo e visionario che porta alle estreme conseguenze una ricerca già presente nel romanzo d’esordio: quella di una letteratura insofferente alle identità rigide e alle lingue normalizzate, sospesa fra memoria, corpo, storia e mito.
Odessa, città “degli altri”
“Ma che cos’è la patria / per chi è di Odessa… / la città de li stranieri?”. È forse questa la domanda centrale di Nero di Odessa. Cardetta non costruisce una tradizionale raccolta di liriche, ma un poema popolato da Romàn, Elia, nonna Ljubka, Drshy, zio Pesja e da una folla di figure che entrano ed escono dalla narrazione come da una città portuale. La sua Odessa è infatti meno una città geografica che un luogo mentale: crocevia di lingue, religioni, popoli e genealogie, “città degli abitanti di altrove”. Il riferimento alla città storica rimane, ma viene trasfigurato fino a farne l’emblema di un’identità che può esistere soltanto contaminandosi.
Già l’ “epitaffio stupido di Romàn” condensa questa poetica: “Eh sì, che mi dissero di nascere, / ed io, mi permisi di morir”. Il morto rifiuta il loculo e conclude: “Rinasco, rosa”. Vita e morte non sono opposti, ma momenti di una metamorfosi. Anche la matrice junghiana dichiarata dall’autore va cercata qui: nella logica onirica del poema, nelle apparizioni e nei ritorni, nella compresenza degli opposti.
Il corpo e il mare nel nuovo libro di Marco Cardetta
La poesia di Cardetta rifugge ogni spiritualismo incorporeo. Cibo, sesso, vino, animali, sudore ed escrementi convivono con interrogazioni metafisiche, secondo una vena grottesca e talvolta rabelaisiana. “Cambiare o morire…”, si legge; e subito dopo: “E non è la disgrazia / anch’essa una grazia?”. Anche la suggestione di Raimon Panikkar sembra agire soprattutto come rifiuto delle opposizioni rigide e concezione dell’identità quale relazione.
Il mare è l’immagine che contiene tutto. Alla domanda “Cosa viene dal mare?”, risponde un’accumulazione di tacchini, maschere, agnelli, zuppe di pesce, limoni, rose, vino e tabacco di contrabbando, fino alla formula: «dal mare viene il mare». Non esiste un’origine pura: all’origine è già la mescolanza.
La lingua impura di Cardetta
A questa visione corrisponde una lingua deliberatamente instabile. Cardetta mescola italiano, arcaismi, dialettalismi, termini slavi e forestierismi, spezza la sintassi e adopera la pagina come una partitura. Quando la nave Yuun cerca inutilmente la città, i marinai gridano “O-d-e-s-s-a… O-d-e-s-s-aaaaaaaaa!”, mentre il vento trasforma la risposta della costa in “Nooooooooooooooo!”. Odessa diventa così il luogo cui si continua a tendere senza potervi approdare definitivamente. Questa ricerca era già riconoscibile in Sergente Romano (LiberAria, 2016), romanzo sul brigantaggio postunitario che evita tanto l’agiografia filoborbonica quanto il pamphlet politico. La vicenda del sergente Pasquale Domenico Romano diventa il mezzo per raccontare dall’interno una civiltà contadina: masserie, rivalità paesane, religione, fame, violenza e oralità. La grande Storia vi perde ogni solennità. Mentre si discute di Francesco II, liberali e controrivoluzione, si mangiano coniglio, pane nero, patate alla cenere, melanzane e provola. Ma soprattutto nasce già quella lingua irregolare che Cardetta difende nella nota finale: “non-mi-piace-l’italiano”. La sua è una “scrittura di ritmo, primitiva nella sua semplicità”, che vorrebbe parlare “quattro o cinque italiani” insieme, mescolando Dante, Verga, Aretino e Pizzuto alla lingua degli analfabeti, di Totò e di Eduardo.
La lingua come liberazione
Dieci anni dopo, Nero di Odessa radicalizza quella scommessa: l’italiano contaminato della Murgia diventa la Babele del Mar Nero. In Sergente Romano Cardetta cercava l’identità scavando nelle proprie origini; nel nuovo poema la cerca nell’incontro con l’altro. Radicamento e cosmopolitismo finiscono così per coincidere: nessuna appartenenza è pura, perché ogni identità è fatta di memorie, incontri e contaminazioni. Nel 2016 Cardetta dichiarava di combattere “per una lingua di liberazione”: Nero di Odessa è forse il punto in cui quella promessa trova la sua forma più compiuta: una lingua che, come il mare, rimane viva soltanto finché continua a muoversi.
Giuseppe Balducci
dal mare – Nero di Odessa
Marco Cardetta
Les Flâneurs, 2026
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