“Non esistono arti minori o femminili”. Ce lo spiega Domitilla Dardi nel suo nuovo libro
Chi ha detto che il ricamo è una cosa da donne? In “Cucire Universi”, Dardi ci spiega perché abbiamo una visione dualista, e sessista, della storia dell’arte e del design, e perché dovremmo provare a superarla
Ci sono arti di serie A e arti di serie B. Le prime sono quelle per entrare nelle quali le donne hanno dovuto sgomitare parecchio – vi ricordate il Bauhaus progressista in cui alle ragazze che volevano studiare la pittura o l’architettura veniva consigliato di dedicarsi al telaio? Questa è la storia dell’arte che abbiamo imparato e per certi versi introiettato, assorbendo insieme alle nozioni pregiudizi di genere e di valore. Cucire Universi, il libro di Domitilla Dardi per Einaudi fa una controstoria del progetto focalizzandosi in particolare su tecniche a torto considerate “femminili” e “di secondaria importanza” come il cucito, la ceramica, la cucina o la maglieria e mostrando il contributo che hanno saputo dare, e forniscono ancora oggi, in ambiti di ricerca tecnologicamente avanzati.
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Un estratto dal nuovo libro “Cucire Universi” di Domitilla Dardi
Lavorare a uncinetto, tessere a telaio o a maglia, tagliare e cucire, cucinare seguendo una ricetta, realizzare attrezzature di arredo e pulizia, piegare la carta: si tratta di tecniche per lo più relegate tra le materie non professionali (hobby) o minoritarie e tradizionalmente femminili. Eppure, basta spostare l’asticella nello spazio e nel tempo per accorgerci come in altri periodi e geografie – vedi ad esempio il Medio Evo e l’Oriente – molte di queste materie hanno determinato pensieri, invenzioni, idee, strumenti basilari anche per la nostra cultura occidentale contemporanea.
Per fare emergere queste storie mi sono spesso servita di personaggi reali che con le loro azioni hanno fatto da grimaldello per l’affermazione e la rivalutazione di ambiti d’espressione e di produzione scarsamente considerati dalle storie artistiche ufficiali. Pensiamo, ad esempio, a Emily Dickinson che riesce, nonostante tutto, a esercitare il suo talento letterario, ma si vede negato quello scientifico-botanico, perché alle donne della sua epoca non era concesso studiare quelle materie. E allora, su incentivo di una docente coraggiosa, sfogherà questo suo interesse in un celebre erbario, che non ha nulla da invidiare alle tassonomie scientifiche realizzate nelle università dell’epoca da studiosi maschi.

Superare una visione dualista dell’arte e dell’artigianato. Da “Cucire Universi”
Superare una visione dualista può aprire a notevoli riletture del mondo progettuale e delle sue tecniche. Esistono molti casi che servono a cambiare prospettiva e a insegnarci che la limitatezza o l’ampiezza della visione è tutta negli occhi di chi guarda o di chi è disposto ad ascoltare queste altre voci.
Spesso gli ambiti scientifici (come quelli della medicina e dell’ingegneria aerospaziale) sono quelli dove la lettura con occhi vergini delle tecniche conduce al fiorire di potenzialità sinora inespresse. In quei campi vale ciò che è efficace.
Per anni ho studiato la Storia dell’Industrial Design pensando che gli oggetti e i beni materiali fossero possibili solo nella loro accezione “meccanizzata”. Solo molto più tardi, e con tanta più conoscenza delle teorie del progetto, mi sono resa conto che nel corso di Storia delle Arti Minori – che era la materia più vicina al design nell’ordinamento della Facoltà di Lettere -– risiedeva una delle impalcature ideologiche più limitanti e discriminanti che la cultura occidentale abbia mai ordito. È stato il design contemporaneo, quello dei maestri Radicali, la lettura di testi come quelli di Ettore Sottsass o di Bruno Munari, che mi hanno aperto a un altro sguardo. Ed è stato amore a prima lettura; ma soprattutto una liberazione verso ambiti di ricerca che oggi considero estremamente fertili. Ogni tanto mi sono domandata cosa sarebbe successo se in quegli insegnamenti di allora avessi avuto la possibilità di studiare su libri di testo di grandi antropologi come Tim Ingold o Richard Sennet, piuttosto che su repertori noiosissimi e cataloghi infiniti di oggetti antiquari elencati come insetti in un trattato di entomologia, senza alcuna riflessione sulle ragioni che avevano portato un’intera civiltà a servirsi di certe forme e lavorazioni piuttosto che di altre.

Arti minori e pregiudizi. Domitilla dardi in “Cucire Universi”
Ma la questione delle arti minori non è liquidabile solo con una vaga forma di pregiudizio metodologico. Il retaggio culturale di disciplina, insito nella sua trattazione accademica, è frutto di una precisa ideologia.
Ancora più sclerotica e miope questa impostazione diventa quando al retaggio di disciplina si associa quello si genere: entrambi sono spesso due facce della stessa medaglia.
Nei ricami, nelle ceramiche, nei vestiti e nelle cucine risiedono intelligenze progettuali che hanno cambiato il mondo tanto quanto in quelle riconosciute in quadri, sculture, macchine o edifici.
Leggere queste discipline senza pregiudizio, riconoscendone appunto lo statuto di medium progettuale, ampliandone le possibilità di applicazione anche grazie alla scienza e alla tecnologia, può essere estremamente utile non solo alla revisione di una storia ideologizzata e patriarcale, ma anche e soprattutto ad aprire possibilità di progetto e produzione differenti rispetto a quanto generalmente istituzionalizzato.
Se ci è chiaro che non tutto ciò che è dipinto debba di diritto rientrare nella storia dell’arte, altrettanto ciò che è ricamato non dovrebbe esserne escluso a priori. Non esistono arti minori o maggiori e tanto meno femminili o maschili.
Proviamo a ripartire da qui.
A cura di Giulia Marani
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