Sovraprestazione, sovracomunicazione, sovrastimolazione. Sono queste le caratteristiche del tempo presente secondo il filosofo coreano Byung-Chul Han. Ma esiste una possibilità di scampo?

Ci viene costantemente chiesto di comunicare i nostri bisogni, i nostri desideri, le nostre preferenze, di raccontare la nostra vita. La libertà e la sorveglianza diventano inestinguibili”. Nel suo ultimo libro, La società senza dolore, il filosofo coreano Byung-Chul Han ha raccolto le sue riflessioni sull’era della pandemia, dove prefigura una “società della sopravvivenza”, che oppone a una pervasiva assenza di senso “un eccesso di positività che si esprime in una forma di sovraprestazione, sovracomunicazione, sovrastimolazione” tipica di un’epoca post-narrativa, dove “il corpo acquista potere là dove lo spirito si ritira”. Ma quale corpo? Byung-Chul Han non ha dubbi: si tratta di un corpo fragile, ipersensibile e rinunciatario, ossessionato solo dall’idea di sopravvivere. Un quadro non ottimista, che Han aveva già prefigurato nei suoi testi precedenti, pubblicati da Nottetempo: copertine azzurre di volumetti di un centinaio di pagine ognuno, tutti con la stessa struttura, annunciata da frasi che evocano contenuti densi, trattati in brevi capitoli attraversati da continue citazioni di filosofi e pensatori , da Roland Barthes a Giorgio Agamben, da Kant a Heidegger, con incursioni nel mondo del cinema (Lars von Trier), della letteratura e perfino dell’arte contemporanea.

CONTRO GLI ARTISTI MAINSTREAM

Han non è tenero con artisti mainstream come Ai Weiwei o Jeff Koons, accusato di realizzare sculture caratterizzate da “levigatezze specchianti”. “L’opera d’arte provoca un urto, scuote chi la contempla. La levigatezza ha tutt’altra intenzionalità: si adatta all’osservatore, gli strappa un like. Vuole soltanto piacere, non scuotere” (La salvezza del bello, Nottetempo, 2019). Anche Ai Weiwei è nell’occhio del ciclone: “Nel caso di Ai Weiwei, la morale stessa viene impacchettata in modo da spingere al like. Morale e compiacenza si fondono in una simbiosi ben riuscita” (La società senza dolore).
Secondo Han anche l’amore vive una profonda crisi: “L’amore si positivizza oggi nella sessualità, che è comunque sottomessa al diktat della prestazione. Il sesso è una prestazione” (Eros in agonia, Nottetempo, 2013). Non solo: “L’amore viene positivizzato oggi una formula per il godimento. Esso deve produrre soprattutto sentimenti piacevoli. Non è più una trama, una narrazione, un dramma, bensì emozione ed eccitazione prive di conseguenze”. Anche la politica viene presa di mira: “La vita del politico è caratterizzata dall’agire in senso enfatico, non è sottoposta al verdetto della necessità e dell’utilità. Oggi i politici lavorano molto, ma non agiscono” (La società della stanchezza, Nottetempo, 2012).

Byung-Chul Han – La società senza dolore (Einaudi, Torino 2021)
Byung-Chul Han – La società senza dolore (Einaudi, Torino 2021)

STANCHEZZA, BURNOUT, RETE

Nel mondo di oggi, che Han chiama “l’inferno dell’Uguale”, abbiamo rinunciato alla noia, alla contemplazione, al diritto alla stanchezza, che ci distingue dagli animali. “La stanchezza abitua l’essere umano a un particolare abbandono, a un quieto non-fare”: al contrario, siamo prigionieri della società della depressione. “Il burnout, che precede spesso la depressione, non rinvia tanto a quell’individuo sovrano al quale manca la forza ‘di essere padrone di se stesso’, ma è piuttosto la conseguenza patologica di un autosfruttamento volontario. Il soggetto di prestazione sfrutta se stesso fino alla consunzione”. E Han punta il dito sulla rete: “La società digitale della trasparenza priva il mondo di aura e mistero” e aggiunge: “La rete si trasforma oggi in un particolare spazio di risonanza, in una camera di risonanza dalla quale è eliminata ogni alterità, ogni estraneità” (L’espulsione dell’altro, Nottetempo, 2017).

IL RIMEDIO È NEL RITO

Dopo uno scenario così negativo, ci si potrebbe chiedere: esiste una via d’uscita dall’inferno dell’Uguale? Ebbene sì. La prima ricetta, secondo Han, è il recupero dei riti: “I riti riassumono il mondo, producono un forte rapporto col mondo, mentre alla base della depressione c’è una smodata autoreferenzialità. Del tutto incapaci di uscire da se stessi e di superarsi proiettandosi nel mondo, ci si incapsula” (La scomparsa dei riti, Nottetempo, 2021). Un’altra modalità è “una rivitalizzazione della vita contemplativa: la crisi del tempo sarà superata solo nel momento in cui la vita attiva, anch’essa in piena crisi, accoglierà nuovamente in sé la vita contemplativa” (Il profumo del tempo, Vita e Pensiero, 2017).

Ludovico Pratesi

Byung-Chul Han – La società senza dolore
Einaudi, Torino 2021
Pagg. 96, € 13
ISBN 9788806248673
www.einaudi.it

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.