Pubblicato lo scorso novembre, “La relazione generosa” è un manuale che unisce teoria e pratica per comprendere e rendere operativo il rapporto con i mecenati. Ribaltando una serie di stereotipi e fornendo gli strumenti utili per costruire un dialogo duraturo e proficuo.

È un libro importante quello che Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin hanno dato alle stampe alla fine del 2020. Importante per chi ha necessità e desiderio di costruire un dialogo aperto ed efficace con i filantropi. Importante però anche per la luce che porta su una serie di stereotipi e pregiudizi. Come quello, legittimo ma semplicistico, che Milena Gabanelli ha ribadito sul Corriere della Sera qualche giorno fa. Proprio da questo spunto siamo partiti nell’intervistare le autrici.

La filantropia è storicamente una strategia del potere economico per guadagnare rispettabilità sociale e orientare la politica. È quanto scrivono Milena Gabanelli e Francesco Tortora nell’articolo pubblicato nella rubrica Dataroom del Corriere della Sera il 20 gennaio. Vorrei partire proprio da questa critica massimalista e chiedervi: quali sono i rischi reali e attuali di ingerenza della filantropia nella politica? In altre parole: è possibile distinguere una sana filantropia dal filantrocapitalismo più freddo e calcolato (soprattutto dal punto di vista fiscale) e dal paternalismo filantropico?
Per rispondere concisamente, dobbiamo focalizzare tre punti. Il primo: la filantropia è un’attività umana che si muove nello spazio della volontà e delle libertà personali. Il secondo: nel tempo si è consolidata come un fenomeno globale con specificità del tutto locali. Il terzo: l’attività delle fondazioni e quella dei mecenati non sono coincidenti. Sono due segmenti diversi con alcune aree di sovrapposizione. Osservare le polarità della filantropia e farne una regola è un esercizio che non restituisce la complessità del fenomeno e riduce l’effettiva capacità delle persone di orientarsi in un settore che in molti contesti è ancora poco trasparente. La filantropia poggia su uno scambio che è, nella maggior parte dei casi, un trasferimento di denaro, anche se oggi vediamo aumentare interventi filantropici che includono scambi di beni immateriali come il know-how e la condivisione di reti.

Soffermiamoci sul denaro.
Nella misura in cui le elargizioni dei mecenati non coinvolgono le competenze centrali degli Stati ma sono a supporto delle iniziative delle istituzioni pubbliche, e concertate con gli stakeholder di riferimento, queste ultime non sono problematiche da un punto di vista democratico. Tuttavia, ogni volta che dei compiti fondamentali dello Stato vengono trasferiti al settore privato, sono indispensabili un intenso dibattito e una valutazione politica approfondita. Come mostrano i risultati di questo dibattito in vari Paesi, si può arrivare a conclusioni molto diverse fra loro.

Parliamo dell’“oligopolio”.
La concentrazione di grandi patrimoni nelle fondazioni può costituire di per sé una minaccia per la democrazia, soprattutto se i filantropi cominciano a esercitare un’influenza duratura sulla politica? È assolutamente legittimo porsi la questione, ma ogni società deve rispondere da sola a questa domanda e affrontare le conseguenze corrispondenti. La situazione americana non è sovrapponibile a quella italiana, la nostra filantropia ha caratteristiche diametralmente diverse. Per ridurre i rischi, occorre che la filantropia diventi un tema di discussione stabile all’interno delle istituzioni democratiche e lavorare per una maggiore collaborazione tra Stato, mercato e Terzo Settore, affinché gli interventi siano concertati e sinergici.

FILANTROPI, MECENATI, GENEROSITÀ

Facciamo un passo indietro. Il vostro libro si intitola La relazione generosa. E, poiché si tratta di un libro su filantropi e mecenati, il primo pensiero è che la generosità sia soltanto quella espressa dai donatori. E invece c’è addirittura un paragrafo dal titolo La generosità del richiedente. Ci spiegate di cosa si tratta?
In questo libro sfatiamo molti miti sul mecenatismo, in primis la posizione diciamo “subalterna” di chi cerca una donazione rispetto a chi la elargisce. Secondo il nostro punto di vista, l’artista o il professionista del Terzo Settore che necessita di supporto per realizzare il proprio progetto sta soprattutto offrendo al mecenate l’opportunità di entrare in contatto ravvicinato con un universo di valori e di significati, e di pratiche, di cui non avrebbe modo di godere altrimenti. L’atto di donare è legato alla soggettività dell’individuo, alla sua personalità e storia di vita. Per questo motivo ci siamo tanto soffermate sulla dimensione relazionale del mecenatismo, chiamando all’appello la psicologia, l’economia comportamentale e le neuroscienze.

Qual è la differenza tra donazione e sponsorizzazione? Vi pongo questa domanda pensando ad esempio alle donazioni” che alcuni artisti, anche dal nome altisonante, effettuano a beneficio” degli spazi pubblici, e che le pubbliche amministrazioni spesso accettano con la disarmante motivazione che non costano nulla”. Il problema, al di là del valore artistico o meno dell’opera donata, mi pare risieda nel fatto che qui si tratta piuttosto di sponsorizzazioni, di ricerca di visibilità da parte dei donatori, e che manchi totalmente il dialogo sia con la politica che con la comunità.
Vi è una differenza normativa e di contenuto. La sponsorizzazione è un contratto a prestazioni corrispettive: tendenzialmente dietro compenso economico, un’azienda acquisisce visibilità nel supportare un’iniziativa artistico-culturale, di utilità sociale o sportiva. La donazione, invece, è un atto spontaneo e personale che in alcuni casi può anche essere influenzato da un atteggiamento opportunistico o autocelebrativo da parte del donatore, ma ricordiamo che dall’altra parte ci sono centinaia di mecenati che donano nell’anonimato. Osserviamo, poi, che c’è una crescente attenzione da parte dei mecenati alle ricadute delle proprie scelte filantropiche sulla collettività. Si guarda sempre di più ai risultati dei progetti finanziati e, anche in un campo immateriale e simbolico come quello artistico-culturale, vi è una crescente tendenza a definire indicatori che misurino l’impatto sociale degli interventi.

La concentrazione di grandi patrimoni nelle fondazioni può costituire di per sé una minaccia per la democrazia, soprattutto se i filantropi cominciano a esercitare un’influenza duratura sulla politica?”

Mi ha colpito la ripetuta sottolineatura, da parte vostra, del fatto che il filantropismo non è democratico e che la donazione è arbitraria. Sono affermazioni forti”, che però aiutano a definire il ruolo del mecenate, che si colloca – o meglio, che si dovrebbe collocare – accanto e non in sostituzione del mercato e della politica, in un’ottica collaborativa e non competitiva.
Riteniamo questo un punto fondamentale. Quando scriviamo che la filantropia non è democratica, intendiamo che non funziona secondo la regola della maggioranza/minoranza.
Il mecenate dispone del proprio denaro in modo arbitrario, soggettivo e personale, non secondo il desiderio dei più. Perché senza libera scelta non c’è generosità. Ancora una volta, questa non va intesa come una limitazione, ma come un vero punto di forza. Il mecenate esercita una libertà creativa attraverso l’elaborazione di una visione personale, e che si traduce tanto nel sostenere l’esistente, quanto nell’immaginare il possibile e nel creare le condizioni perché venga a esistere. La storia della filantropia ci mostra come questa autonomia non debba essere guardata in modo antitetico rispetto ai bisogni di una comunità, al contrario: in molti casi sono stati proprio i filantropi a intervenire in modo innovativo nella risposta a emergenze sociali. Dalla prima biblioteca pubblica di Roma promossa da Ottavia, sorella di Augusto, alla prima fondazione ospedaliera di Berna, l’Inselspital di Anne Seiler del 1354, al lavoro nelle carceri femminili di Giulia Colbert di Barolo nella Torino ottocentesca. Gli esempi sono innumerevoli, ma parlano tutti di forza di volontà, impegno per gli altri, intelligenza e grande capacità di visione.

Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin – La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati (Franco Angeli, Milano 2020)
Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin – La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati (Franco Angeli, Milano 2020)

NON PROFIT E FUNDRAISING

Spesso le piccole organizzazioni non profit hanno una scarsa consapevolezza di sé, e non parlo soltanto di accountability. La necessità del fundraising, e quindi di costruire rapporti trasparenti e duraturi con i filantropi, può aiutare retroattivamente ad acquisire quella consapevolezza? Magari sbattendoci il naso”, ovvero: non ottenere donazioni proprio a causa della mancata consapevolezza di sé può convincere le organizzazioni non profit a dedicare più tempo alle attività interne e istituzionali – attività che inizialmente erano magari considerate solo perdite di tempo?
Entrare in relazione con un mecenate significa compiere un grande esercizio di valutazione e di autovalutazione: quali sono i valori reali che il progetto tocca e quali i messaggi che veicola? Chi beneficerà del progetto e per quanto tempo? Ci si attende un cambiamento a raggiungimento dello scopo del progetto? Come verrà misurato? Chi partecipa al progetto e con quali competenze? Queste sono solo alcune domande-chiave di un processo di analisi e narrativo che La relazione generosa affronta in dettaglio. L’obiettivo ultimo è certamente arrivare a una piena consapevolezza di chi si è e di che cosa si fa e si progetta di fare: solo questo permetterà di trovare il mecenate giusto e costruire con lui una relazione produttiva e felice.

Entrare in relazione con un mecenate significa compiere un grande esercizio di valutazione e di autovalutazione”.

Ho trovato particolarmente interessante, nell’ambito del Moves Management, la parte dedicata alla stewardship e al caso particolare della sindrome rancorosa del beneficato”. Anche in questo caso, siete riuscite a ribaltare la prospettiva dalla quale abitualmente si guarda al fenomeno del dono, sottolineando come il beneficato – singolo o organizzazione – talora infici la relazione con il donatore a causa di una sorta di complesso di inferiorità più o meno esplicito. Ci spiegate meglio questa dinamica e questo rischio?
La fase di stewardship, che potremmo un po’ sbrigativamente definire come il momento in cui si ringrazia il mecenate per la donazione ricevuta, è la fase che si trascura più facilmente, anche se è quella che influisce maggiormente sulla possibilità di donazioni successive. Ci sono casi, però, in cui il ringraziamento non avviene per un motivo preciso: chi ha ricevuto la donazione la considera come un atto dovuto, e addirittura sviluppa un sentimento di rigetto verso chi ha supportato il progetto con denaro. Questo avviene per svariati motivi, tra cui l’incontro di personalità troppo antitetiche fra loro e la scarsa capacità di adottare una visione distaccata del progetto da parte del suo creatore. La psicologa Parsi di Lodrone ha codificato questa condizione come una “sindrome rancorosa”. Noi crediamo che ci siano diversi modi per evitare di cadere in questo problema, come investire di più nei processi di indagine interna ed esterna per valutare attentamente il proprio grado di predisposizione verso la relazione con un mecenate; affidarsi a consulenti e organizzazioni intermedie; investire nell’acquisizione di nuove competenze in materia filantropica, finalizzate a trovare il giusto equilibrio e distacco per le attività di raccolta fondi.

Torniamo infine alla relazione generosa. Il libro insiste sull’importanza della relazione: da quella fra donatore e beneficato, in senso biunivoco, a quella fra mecenati, politica e mercato, a quella fra organizzazioni, comunità e filantropi, fino all’importanza delle relazioni costruttive che si possono e si devono instaurare fra organizzazioni e fra mecenati. In quest’ultimo caso, pensavo alle attività della rete delle Fondazioni per l’Arte Contemporanea italiane. In questo contesto, l’attività di lobbying può essere produttiva e consigliabile in un’ottica sistemica e di lungo periodo, pur sempre affiancata alle attività di breve-medio periodo?
Certamente sì. Le crisi economiche, come quella del 2008 e quella che ci attende nello scenario post-pandemico, impongono tagli alla cultura nella spesa pubblica e anche le risorse che provengono dai privati sono gestite sempre più in maniera attenta e mirata. In questi giorni Cicerchia e Montalto hanno analizzato su La Voce i primi dati relativi agli effetti della crisi sanitaria sull’occupazione nel settore culturale: “In Italia […] il settore culturale ha perso il 10,5% delle posizioni lavorative. […] Si tratta del peggior calo registrato, dietro a quello del settore turistico”. Non solo non è più tempo per un eventuale sperpero di risorse, ma sarà la capacità di fare sistema a fare la differenza. Siamo persuase che proprio lo slancio, la creatività, la capacità di generare visioni saranno le colonne portanti del cambiamento che verrà.

– Marco Enrico Giacomelli

Elisa Bortoluzzi Dubach e Chiara Tinonin – La relazione generosa. Guida alla collaborazione con filantropi e mecenati
Franco Angeli, Milano 2020
Pagg. 188, € 23
ISBN 9788835107644
www.francoangeli.it

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.