Riccardo Muti e Massimo Cacciari incontrano Masaccio in un nuovo saggio

Muti e Cacciari dialogano sulla Crocifissione di Masaccio e su “Le sette parole di Cristo” di Franz Joseph Haydn. Quando anche l’immagine vacilla nel rappresentare il dolore assoluto, ci si affida ai suoni come ultima risorsa comunicativa. La musica allora si presenta come tavolozza sonora che fa sentire il dramma che incombe.

Riccardo Muti ‒ Le sette parole di Cristo. Dialogo con Massimo Cacciari (il Mulino, Bologna 2020)
Riccardo Muti ‒ Le sette parole di Cristo. Dialogo con Massimo Cacciari (il Mulino, Bologna 2020)

Il direttore d’orchestra Riccardo Muti e il filosofo Massimo Cacciari si incontrano al cospetto della Crocifissione di Masaccio, la tavola dipinta nel 1426 che si trova nel Museo Nazionale di Capodimonte a Napoli. Dalle loro riflessioni ne è scaturito un dialogo appena pubblicato dal Mulino nella collana Icone: Riccardo Muti, Le sette parole di Cristo. Dialogo con Massimo Cacciari.

COME GUARDARE IL DIPINTO DI MASACCIO

Qual è l’impatto immediato con l’opera? Se la guardiamo frontalmente si ha l’impressione che qualcosa non funzioni. La postura non è naturale. Cristo è senza collo, Totalmente risucchiato dal torace che si sporge fuori misura. Magari l’errore percettivo è imputabile a chi guarda. Stiamo assistendo agli ultimi spasimi del Salvatore. Sta per morire. E pronuncia le ultime delle sue sette parole. Si affida a Dio: “In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum”. Padre nelle tue mani rimetto il mio spirito. Come dobbiamo guardare allora? Dal basso verso l’alto. Quella che potrebbe apparire un’ingenuità figurativa di Masaccio è al contrario una geniale invenzione: proiettando il nostro vedere dal basso verso l’alto, il petto sovrasta il collo, facendolo scomparire. C’è come un “contrasto musicale” secondo Cacciari: “tra Cristo con il capo quasi incassato nel corpo e gli occhi ormai serrati e la disperazione della Maddalena”.
È lei a dominare la scena. Incarna l’acme della drammaticità con il suo invasivo, penetrante, drammatico abito/mantello rosso. I suoi capelli biondi e le braccia tese verso Cristo. Per inciso, Roberto Longhi ipotizzava che la Maddalena fosse stata aggiunta in un secondo momento, come farebbe pensare l’aureola priva di decorazioni che venivano aggiunte in una fase precedente alla pittura della tavola.

Masaccio, Crocifissione, 1426, tavola, 83x63 cm. Museo nazionale di Capodimonte, Napoli
Masaccio, Crocifissione, 1426, tavola, 83×63 cm. Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

IL GRIDO DELLA MADDALENA

La Maddalena è raffigurata di spalle. Masaccio ci nega la visione del volto, la sua possibile deformazione per il lacerante, insopportabile, strozzato grido di dolore. Materialmente non riusciamo a captarlo, anche se penetra dentro di noi, nella nostra anima. Il suo è “un grido metafisico”. Alla destra della Maddalena c’è la dolcezza di Giovanni, che trattiene a stento le lacrime. Alla sua sinistra la compostezza in viola della Madonna: sono personaggi umanissimi che risaltano nel contrasto oro del fondo. L’intera rappresentazione è proiettata in una dimensione dove lo spazio e il tempo si annullano. I personaggi messi in scena e noi fruitori stiamo precipitando in un abisso senza fondo, di assoluta disperazione. Eppure il Trascendente, e la speranza che implica, sembra esplodere. È ancora velato, sommerso, lontano, muto. Basta un piccolo gesto, sollevare quel velo, per vedere. Sembra che le braccia levate della Maddalena non rivelino solo compassione per il corpo di Cristo collassato, ma indicano anche il percorso, cosa c’è al di là di quel corpo, oltre l’apparenza. La salvezza nella trascendenza, appunto.

MASACCIO E HAYDN

È come se Masaccio fosse consapevole che nessuna immagine, per quanto geniale, possa raffigurare la solitudine della sofferenza. C’è qualche via d’uscita? Quando la parola rivela la sua impotenza, bisogna pensare per immagini. Se le immagini vacillano nel voler catturare il non raffigurabile, rimane la musica. Il grido non è più afono, riacquista la voce mediante la “tavolozza sonora” di un musicista come Franz Josef Haydn, che ha composto le sette suonate nel 1786 per le sette ultime parole del Cristo in croce. “I suoni”, sostiene Cacciari, “sono i mezzi più immateriali di cui disponiamo per comunicare. Dopo i pensieri. Ma è difficile comunicare da pensiero a pensiero”. Allora la musica ci viene in aiuto. Haydn crea una composizione dove realizza un perfetto equilibrio tra parole e musica, “senza perdere il senso della drammaticità della Crocifissione”. Così, nella quinta sonata che si fonda sulla richiesta del Cristo, Sitio, ho sete, “la musica ci trasporta in questo mondo dove la realtà irrompe con tutta la sua forza e implacabilità”, secondo l’interpretazione che fornisce Muti.

Fausto Politino

Riccardo Muti ‒ Le sette parole di Cristo. Dialogo con Massimo Cacciari
Il Mulino, Bologna 2020
Pagg. 140, € 12
ISBN 9788815287113
www.mulino.it

Dati correlati
Autori Masaccio, Massimo Cacciari
CuratoreRiccardo Muti
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Fausto Politino
Laureato in Filosofia con una tesi sul pensiero di Sartre. Abilitato in Storia e Filosofia, già docente di ruolo nella secondaria di primo grado, ha superato un concorso nazionale per dirigente scolastico. Interessato alla ricerca pedagogico-didattica, ha contribuito alla diffusione della psicologia cognitiva scrivendo per le riviste “Insegnare” e “Scuola e didattica”. Appassionato da sempre alla critica letteraria e artistica, ha pubblicato molti articoli come giornalista pubblicista per “il Mattino di Padova”. Ha scritto articoli d’arte per il blog Artesplorando. Attualmente collabora con la “Tribuna di Treviso”.