L’infografica non è un fenomeno recente, eppure oggi gli occhi sono puntati come mai prima sulle sue caratteristiche. Qui ne spieghiamo origini e sviluppi.

Succede, come sempre, che fenomeni “nuovi” prendano uno spazio sempre più ampio, diventino mainstream, come si usa dire, e inneschino critiche conservatrici, quelle all’insegna dell’“era meglio prima”. È andata così anche per il fenomeno che va sotto il nome di infografica. Dando un rapidissimo sguardo all’editoria quotidiana nazionale, si è rapidamente passati dagli “specchietti” de la Repubblica (visti ora, di un’ingenuità clamorosa) ai complessi arzigogoli della pagina dedicata all’infografica su La Lettura, il settimanale culturale del Corriere della Sera.
In realtà, come (quasi) sempre accade, il fenomeno è insieme vecchio e nuovo. L’infografica ha un progenitore che si chiama graphic design: non esiste, cioè, infografica senza un’idea soggiacente di disegno grafico. E quest’ultima è una disciplina tutt’altro che recente, difatti ha prodotto studi critici a bizzeffe, oltre che una torma di professionisti e un’altrettanta nutrita schiera di docenti. Se volete farvene un’idea, in particolare per quanto riguarda la comunicazione audiovisiva, c’è il bel libro di Bruno Di Marino ad attendervi, intitolato Il segno mobile (Bietti, pagg. 174, € 20). Se invece preferite guardare e studiare un centinaio – centodieci per la precisione – di maestri del genere, allora dovete procurarvi Area 2 (pagg. 444, € 75). Manco a dirlo, Phaidon ha apparecchiato un volume fondamentale, chiedendo a dieci curatori di nominare a loro volta dieci giovani graphic designer e un “classico” del comparto. Così avete tutto sott’occhio: la prospettiva critica, il terreno solido su cui poggiare, le emergenze più lodevoli. Terza possibilità, qualora voleste approcciarvi con metodo storico: il secondo volume di The History of Graphic Design, che copre il periodo dal 1960 a oggi (Taschen, pagg. 480, € 50).

Visual Journalism (Gestalten, Berlino 2018). Pagg. 60-61
Visual Journalism (Gestalten, Berlino 2018). Pagg. 60-61

EDITORIAL DESIGN

Attenzione però: qui stiamo parlando di disegno grafico in generale, che comprende anche i titoli di coda di un film o la pubblicità murale di un profumo. Per avvicinarsi al tema dell’infografica occorre dunque fare un passo ulteriore e concentrarsi sul design grafico a scopo editoriale, l’editorial design. Qui il libro-da-avere si intitola Turning Pages ed è pubblicato dalla berlinese Gestalten, specialista (fra l’altro) in quest’ambito. Manco a dirlo, uno spazio ampio e doveroso è riservato a Francesco Franchi, che è fra i più talentuosi grafici editoriali di questo millennio. Ancora più recente, sempre per i tipi dell’editore tedesco, Newspaper Design (pagg. 288, € 49,90) di Javier Errea, che percorre l’“editorial design from the world’s best newsroom”.
Ora che abbiamo ben chiaro in mente di cosa si parla quando si parla di design grafico, e in particolare di design grafico editoriale, affrontiamo la questione dei contenuti, dei dati, delle informazioni. Ovvero: come si dispongono visivamente le informazioni che intendiamo comunicare, specie quando si tratta di informazioni numerose e interlacciate in maniera complessa? Ad affrontare il problema ci pensa un’altra disciplina, che sta sempre nel capiente e generoso alveo del design e che risponde al nome di information graphics. Supporto libresco da non perdere in questo caso: il volumone edito da Taschen e intitolato per l’appunto Information Graphics (pagg. 480, € 50), che esplora il fenomeno della comunicazione visiva nell’epoca dei big data attraverso quattrocento esempi.
Ma non staremo assegnando troppo valore ai nostri occhi, assecondando il secolare primato della vista che tanto ha occupato antropologi e filosofi, neurologi e museografi? La risposta è sì, ciò però non toglie – anzi, avvalora – la tesi della profonda storicità dell’infografica. Per dire: da sempre e da ogni dove ci orientiamo nel mondo utilizzando le mappe, le quali non sono altro che la rappresentazione grafica (da fruire tramite il senso della vista) di informazioni spaziali. Le mappe, quindi, non sono antenate dell’infografica, sono già infografica. Tutto questo lo racconta con grande fascino uno degli ultimi libri pubblicati da Phaidon, Map: Exploring the World (pagg. 352, € 49,95), con circa trecento mappe provenienti da epoche e luoghi i più diversi, nonché un nutrito corpus di saggi.

Visual Journalism (Gestalten, Berlino 2018)
Visual Journalism (Gestalten, Berlino 2018)

VISUAL JOURNALISM

Ora, se sommiamo queste discipline e la loro funzione, ovvero comunicare visivamente delle informazioni di pubblica utilità, qual è il risultato? Il Visual Journalism (che è il titolo di un altro libro di Javier Errea per Gestalten, pagg. 256, €49,90), ovvero l’utilizzo degli strumenti del disegno grafico informativo per rendere pubblico, in maniera prevalentemente visiva, un insieme di dati (data set) e la loro analisi (data analysis).
Ci si prova pure sulle pagine del nuovo Artribune Magazine, vi basterà sfogliare il giornale: le infrastrutture progettate da Riccardo Morandi o la distribuzione autoriale e geografica di Viaggio in Italia avremmo potuto raccontarvele in una ventina di pagine terribilmente noiose oppure con alcune infografiche che ci auguriamo siano più efficaci, più immediate, più ricche e più democratiche. Più democratiche perché, nella maggior parte dei casi, l’infografica mette a disposizione il set di dati e non soltanto la loro analisi. In un quadro che – l’occhio vuole doppiamente la sua parte – dovrebbe risultare anche piacevole alla vista.

Marco Enrico Giacomelli

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #46

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Deleuze, Revel, Augé e Bourriaud. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.