Il Guggenheim di Bilbao rende omaggio all’opera di Lee Krasner, facendo riscoprire una delle artiste chiave dell’Espressionismo astratto. Non soltanto moglie di Jackson Pollock.

Malgrado l’aumento preoccupante dei contagi in tutta la penisola iberica, la vita dei musei spagnoli per fortuna non si ferma, dimostrando come arte e cultura, se ben gestite, non siano fonti di propagazione del virus.
In attesa della grande mostra dedicata a Kandinsky, prevista per il 20 novembre, fa tappa al Guggehnehim di Bilbao la prima retrospettiva europea dedicata a Lee Krasner, (New York, 1908-1984), pittrice di origini russe che sposò Jackson Pollock nel 1945 e che visse con lui a Springs fino al 1956, anno della sua morte improvvisa. La mostra Color Vivo ‒ co-prodotta con il Barbican Center di Londra e curata da Eleanor Nairne insieme alla spagnola Lucía Aguirre ‒non è solo un tardivo omaggio a un’artista emarginata dell’Espressionismo astratto. È un’opportunità unica per conoscere da vicino l’opera completa e appassionante di una pittrice americana quasi sconosciuta.

LEE KRASNER E IL LATO FEMMINISTA DELLE AVANGUARDIE

I movimenti artistici si identificano spesso in poche personalità di spicco e tralasciano figure minori, apparentemente secondarie, ma non per questo marginali o meno interessanti. La fortuna di alcuni e la sfortuna di altri dipende spesso da ragioni biografiche o da pura casualità. È il caso di Lee Krasner, al secolo Leda Krasner, artista di origini russe nata e cresciuta nella comunità ebraica ortodossa di Brooklyn, in piena Grande Depressione. La sua storia è uno spaccato realistico della condizione femminile nel mondo dell’arte, negli Stati Uniti della prima metà del Novecento. Testimonia l’impegno e la tenacia necessari alle donne dell’epoca non solo per affermarsi tra gli esponenti di spicco delle Avanguardie ‒ popolate da mostri sacri come Kline o Rothko, De Kooning o Pollock ‒ ma anche solo per affrontare il mestiere dell’arte, a partire dalla formazione a livello accademico.

Lee Krasner, Self Portrait, 1928 ca. The Pollock Krasner Foundation. Courtesy the Jewish Museum, New York
Lee Krasner, Self Portrait, 1928 ca. The Pollock Krasner Foundation. Courtesy the Jewish Museum, New York

BIOGRAFIA DI UN’ARTISTA NELL’OMBRA

Per Lee parlano oggi un centinaio di opere esposte a Bilbao, molte delle quali viaggiano per la prima volta in Europa. Piccole e grandi tele, collage, mobili e fotografie raccontano la storia di un’artista per molti anni rimasta nell’ombra, il cui valore negli Stati Uniti fu riconosciuto soltanto in età avanzata. La sua prima personale con grandi dipinti al Whitney Museum risale infatti al 1973 e l’antologica del 1984, al MoMa, si svolge a due mesi dalla sua morte.
La biografia è il filo conduttore della mostra a Bilbao. L’evoluzione pittorica in Lee Krasner è infatti un processo costante di reinvenzione, riappropriazione ed esplorazione di tecniche e formati diversi, lungo una vita segnata da incontri artistici, difficoltà economiche, lutti, rotture e depressioni, oltre che dal peso incontestabile della figura di Jackson Pollock. La coppia frequentava i medesimi ambienti d’avanguardia e le stesse gallerie newyorchesi (quella di Betty Parson o la Stable Gallery); eppure da sempre Lee preferì seguire una traiettoria artistica personale, autonoma rispetto al celebre marito, che implicava un uso originale del colore e del collage, ma che fece fatica a imporre sul mercato.

Lee Krasner, Palingenesis, 1971. The Pollock Krasner Foundation
Lee Krasner, Palingenesis, 1971. The Pollock Krasner Foundation

L’ASTRATTISMO VIVO DI LEE KRASNER

La natura era una delle fonti di ispirazione del suo lavoro. “Voglio che una tela respiri e sia viva. Essere viva è il punto”, sosteneva Lee Krasner. Pur restando nell’ambito dell’astrattismo, rifiutava di identificarsi con una cifra stilistica, di essere etichettata con un genere o una corrente determinata; per questo, forse, la sua opera rimase al margine delle tendenze del secondo dopoguerra.
Ammirava Matisse e Picasso (evidente l’omaggio a Les Demoiselles d’Avignon nella sofferta tela Profecy, del 1956) e da giovane si era formata alla scuola del Cubismo analitico di Hans Hoffmann, a New York. Lavorava per cicli e si esprimeva sempre in maniera diversa, spesso recuperando idee o resti di opere precedenti, come collage di carte colorate riassemblate, con una pratica di auto-cannibalismo. A Bilbao è documentato tutto il suo percorso: dai primi autoritratti alle piccole immagini giovanili, dense di colore, solcate da una moltitudine di segni cuneiformi; composizioni più ampie e luminose, create con pennellate decise e intense; grandi tele dipinte di notte, con toni più cupi e tratti tormentati, fino all’utilizzo quasi biomorfo di macchie di color vivo su tele dal fondo bianco e luminoso. Nell’arte di Lee Krasner il passato invade ogni volta il presente e lo trasforma nel suo futuro.

Federica Lonati

Bilbao // fino al 10 gennaio 2021
Lee Krasner: Color Vivo
GUGGENHEIM MUSEUM
Avenida Abandoibarra 2
www.guggenheim-bilbao.es

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Federica Lonati, nata a Milano nel 1967, diploma di Liceo classico a Varese, si è laureata nel 1992 in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano con una tesi dedicata all’opera lirica e alla sua riproducibilità audiovisiva (Comunicazioni Sociali). Giornalista professionista dal 1997, dai primi anni Novanta collabora con “La Prealpina”, quotidiano di Varese, scrivendo soprattutto di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 è assunta nella redazione di “Lombardia Oggi”, settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero, allegato domenicale al quotidiano “La Prealpina”. Redattore ordinario fino all’agosto del 2005, si occupa delle pagine di arte, musica classica e attualità in generale. Dal settembre 2005 vive a Madrid. Dalla Spagna ha scritto articoli per “Libero”, “Qui Touring”,”Il Corriere del Ticino”, “Il Sole 24 Ore” e “Grazia”. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con “Agrisole”, supplemento settimanale del “Sole 24 ore”, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola spagnola.