50 anni fa moriva Jean Giono. Quanti italiani lo conoscono?

Alla vigilia del 50esimo anniversario della scomparsa, il Mucem a Marsiglia celebra lo scrittore Jean Giono (1895-1970) nato a Manosque in Provenza. Una retrospettiva lontana dall’immagine stereotipata del romanziere, da scoprire fino al 17 febbraio.

Lucien Jacques, Le Moulin du Contadour en automne, 1942. Collezione privata Collection particulière © Mucem François Deladerrière
Lucien Jacques, Le Moulin du Contadour en automne, 1942. Collezione privata Collection particulière © Mucem François Deladerrière

La mostra dedicata a Jean Giono – ideata da Emmanuelle Lambert, autrice della monografia Giono, furioso (2019) – è articolata e densa di documenti. Pacifista convinto, Giono è profondamente segnato dalla Prima Guerra Mondiale ed è attraverso questo prisma che siamo invitati a scoprire la sua vita e la sua opera. Di questo artista che fu tra i più prolifici del XX secolo sono esposti per la prima volta quasi tutti i manoscritti, posti in dialogo con trecento opere e documenti, senza dimenticare i film da lui realizzati o prodotti e sceneggiati, gli adattamenti cinematografici.
La curatrice ha scelto di far intervenire alcuni artisti contemporanei all’interno del percorso espositivo. Noi abbiamo intervistato Clémentine Mélois, che ha ricostruito una biblioteca immaginaria ironica e irriverente di Jean Giono.

Com’è nata la tua installazione nel cuore della mostra di Marsiglia?
Emmanuelle Lambert, la curatrice della mostra, mi ha contattata mentre progettava la mostra. Jean Giono ha vissuto gran parte della vita nella sua casa a Manosque, Le Paraïs. Non viaggiava molto e viveva tra i suoi libri, che alimentavano la sua immaginazione. Le opere pittoriche di cui parla spesso nei suoi romanzi, le ha scoperte spesso attraverso le loro riproduzioni sui libri. Per evocare questa parte intima di Giono, questa fonte di ispirazione, il cuore vivo della sua casa, la curatrice desiderava invitare un artista e ha pensato a me.

Conoscevi Giono?
Non sapevo molto del suo modo di lavorare. Allora Emmanuelle mi ha proposto di visitare la biblioteca. Ho trascorso due giorni lì. Una biblioteca è come un ritratto di colui al quale appartiene. Possiamo scoprirne i gusti, le abitudini di classificazione, le annotazioni, le opere doppie possedute: è una parte molto intima di noi stessi. Scoprire queste sfaccettature di Giono è stato commovente. Si potrebbe dire che Giono fosse un autodidatta in materia di letteratura, e questo mi ha toccato ancora di più.

Lucien Jacques, dalla serie «… accompagnés de la flûte», 1959. Collection Association des amis de Lucien Jacques © Mucem François Deladerrière
Lucien Jacques, dalla serie «… accompagnés de la flûte», 1959. Collection Association des amis de Lucien Jacques © Mucem François Deladerrière

Hai lavorato a lungo sull’oggetto-libro. Perché?
Ho uno spiccato gusto per la lettura e l’oggetto-libro sin da quando ero molto giovane. Da studentessa, Estetica del libro d’artista di Anne Mœglin-Delcroix (1997) è stata una lettura fondamentale per me. Ero interessata alla questione del multiplo nell’arte, nonché alle modalità di diffusione e visualizzazione delle opere stampate. Queste nozioni sono diventate il cuore della mia ricerca e del mio approccio. Continuano a esserlo oggi.

Sei una delle più recenti componenti dell’OuLiPo, il gruppo internazionale di letterati e matematici fondato Raymond Queneau e François Le Lionnais e di cui hanno fatto parte autori come Italo Calvino, Georges Perec e Marcel Duchamp. L’OuLiPo e Giono sono compatibili? Quando uscirono i primi romanzi fantastici di Italo Calvino, il giornalista Indro Montanelli ne parlò come di un “nostro” Jean Giono…
I membri dell’OuLiPo – Ouvroir de Littérature Potentielle ritengono che il “vincolo”, una regola severa e quasi matematica, sia stimolatrice di creatività e generatrice di libertà per la scrittura. Inventiamo, classifichiamo e usiamo vincoli, spesso matematici, per scrivere. Non credo che Giono, nella pratica della sua scrittura, si sia servito volontariamente di vincoli di forma o di struttura ma so per certo che apprezzava molto Raymond Queneau, uno dei due fondatori dell’Oulipo.

Gisèle Freund, Jean Giono à Manosque, 1937. IMEC - Fonds MCC © IMEC, Fonds MCC, Dist. RMN-Grand Palais - Gisèle Freund
Gisèle Freund, Jean Giono à Manosque, 1937. IMEC – Fonds MCC © IMEC, Fonds MCC, Dist. RMN-Grand Palais – Gisèle Freund

Com’è organizzata la tua installazione al Mucem? Quale relazione si instaura fra testo e immagine?
L’installazione si trova nel cuore dello spazio espositivo e del percorso. Vuole essere come un respiro, dopo una serie di evocazioni piuttosto dolorose delle due guerre e del periodo dell’occupazione. Entriamo in una stanza con pareti dipinte di rosso – il rosso dell’Antica Grecia. Sulla parete di destra, la biblioteca, in cui ho usato le principali categorie di libri presenti nella sua casa, reinterpretandole a modo mio, come in un tributo irriverente: una serie di libri della Pléiade, la serie nera, collezioni bianche Gallimard. Ho realizzato questi libri fittizi e ho fatto ricorso alla dorure per le opere più preziose. Al centro della biblioteca, come nella sua casa di Manosque, un busto di Giono che ho colorato per renderlo come un “santone”, come quelle figurine in gesso tipiche dei presepi provenzali. Questa parte dell’installazione contiene anche statuette in terracotta, cartoline, numerosi piccoli oggetti, oltre a due video, evocazioni del romanzo L’uomo che piantava gli alberi e di racconti di mare e d’avventura cari a Giono. La parete opposta è ricoperta da dipinti re-interpretati, scelti tra le opere fondanti della mitologia personale dello scrittore, in particolare di Pieter Brueghel, Hieronymus Bosch e Paul Cézanne.

Elisabetta Villari

Marsiglia // fino al 17 febbraio 2020
Giono
MUCEM
7 promenade Robert Laffont (esplanade du J4)
https://www.mucem.org

 

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Elisabetta Villari
Elisabetta Villari, docente all’Università di Genova (DIRAAS), dove insegna Antropologia dell’immagine del mondo greco e antropologia del mondo antico. È stata invitata all’ENS a Parigi e all’UCSC in California come visiting professor. Ha tenuto seminari anche all’EPHE, all’INHA a Parigi e all’EHESS e ha svolto conferenze in molte università straniere. Dal 2005 ha organizzato a Genova una serie di incontri internazionali: le Giornate Warburghiane in collaborazione con istituzioni italiane e straniere. Ha collaborato con il Manifesto. Ha curato e scritto articoli per riviste straniere e libri, fra i quali “Walter Benjamin, Il viaggiatore solitario e il flâneur” (Melangolo 1998), “Musica corporis” (Brepols Turnhaut 2008), “Aby Warburg antropologo dell’immagine” (Carocci 2014), “Il paesaggio e il sacro” (De Ferrari 2013), “Politeismi antichi” Gup 2019.