Arte, moda e fotografia in Sudafrica. La mappa dei creativi

Il nostro reportage dal Sudafrica si arricchisce di tre focus sui protagonisti della sua scena creativa. Spaziando dalla ceramica alla moda alla fotografia.

1. IL FUTURO È PLURALE

Una ceramica della coppia creativa formata da Andile Dyalvane & Zizipho Poswa. Courtesy Imiso Ceramics

Imiso significa ‘domani’ – o meglio, ‘i domani’, al plurale – nella lingua parlata dagli Xhosa, il secondo gruppo etnico più numeroso in Sudafrica, che ha espresso personalità come Nelson Mandela. Imiso Ceramics è il nome dello studio fondato nel 2006 da Andile Dyalvane e Zizipho Poswa a Cape Town, nel quartiere creativo di Woodstock (insieme ad alcuni amici, usciti poi rapidamente di scena).
Entrambi originari della provincia del Capo Orientale, culla della cultura xhosa, i due artisti-ceramisti-designer esplorano la comune eredità etnica riprendendo, in maniera diversa, tecniche e motivi ancestrali. Per Dyalvane, cresciuto in una comunità rurale, lavorare la ceramica è un mezzo per rinsaldare il suo rapporto con la natura e insieme rendere omaggio a un mondo in cui giornate e stagioni sono scandite dal duro lavoro manuale. Per questo, molte delle sue opere – vasi, sgabelli e altri oggetti dipinti nei colori primari e decorati con pattern ispirati alle pitture facciali tribali o a pratiche rituali come la scarificazione – portano nomi scelti nell’ambito semantico dell’agricoltura. Altri pezzi, che incorporano come fossili moderni frammenti di oggetti trovati in giro, per esempio parti di computer, ricordano l’impatto dell’uomo sull’ambiente, particolarmente evidente in certe parti del continente africano.
Il lavoro di Zizipho Poswa, che negli anni ha gradualmente spostato la sua traiettoria dalla realizzazione di oggetti di uso comune in ceramica a quella di pezzi unici di grandi dimensioni, totem astratti e coloratissimi già acquisiti da diversi musei internazionali per le loro collezioni, si ispira alla vita delle donne Xhosa. La serie Umthwalo, ad esempio, riproduce in maniera stilizzata le silhouette di donne impegnate nel trasportare pesanti carichi in equilibrio sulla testa, come avviene tradizionalmente in terra xhosa e in altre zone d’Africa.
“Scoperti” da Trevyn e Julian McGowan, i fondatori della galleria di design da collezione Southern Guild, che rappresenta il principale vettore a disposizione dei designer sudafricani per farsi conoscere fuori dal continente, i due artisti sono molto attivi nel supportare giovani creativi e piccole realtà locali in linea con l’idea africana di ubuntu, umanità e rispetto per l’altro.

Giulia Marani

http://imisoceramics.co.za/

2. THEBE MAGOGU: L’ASTRO NASCENTE DELLA MODA AFRICANA

Outfit Thebe Magugu © Thebe Magugu

Se vi è capitato di incrociare in un aeroporto africano di recente non potete non esservene resi conto: a Casablanca come a Nairobi, a Lagos come a Città del Capo, il colpo d’occhio sull’abbigliamento dei viaggiatori di origine africana negli ultimi dieci anni è cambiato profondamente. Sempre meno abiti etnici, ma una vera esplosione di interpretazioni locali spesso coloratissime di quel che noi riteniamo un abito griffato o un accessorio glam-sport.
Al continente africano e alla sua esplosione demografica i marchi moda da tempo guardano con attenzione, che siano i loro prodotti di fascia alta, sport o fast fashion. E ovviamente anche in Africa – esattamente come da qualsiasi altra parte – i talenti non mancano. Così lo scorso 4 settembre una giuria blasonatissima, composta fra l’altro da Jonathan Anderson (Loewe), Kris Van Assche (Berluti), Maria Grazia Chiuri (Dior), Nicolas Ghesquière (Louis Vuitton) e Clare Waight Keller (Givenchy), ha assegnato il primo premio della sesta edizione dell’LVMH Prize Young Fashion Designer al 27enne sudafricano Thebe Magugu, il primo proveniente da quel continente a ricevere un riconoscimento del genere.
All’inizio del 2019 Magugu aveva già vinto il primo premio all’International Fashion Showcase, sostenuto dal British Fashion Council. Ma l’LVMH Prize non è un riconoscimento come altri: a sponsorizzarlo è il più potente agglomerato del lusso esistente, a fare da madrina la figlia del patron Joséphine Arnault, ad affiancare la considerevole cifra di 300mila euro la possibilità di usufruire di un programma di tutoraggio, che copre molti settori di competenza (proprietà intellettuale, approvvigionamento, produzione e distribuzione, immagine e comunicazione, marketing, sviluppo sostenibile…). Una capsule collection realizzata per l’occasione da Magugu è inoltre già presente sul sito di vendita 24s sponsorizzato da LVMH.
Thebe Magugu è originario della cittadina di Kimberley ma si è trasferito a Johannesburg per studiare design, fotografia e media della moda presso la LISOF Fashion Design School. Dopo aver vinto il premio per la miglior collezione di laurea, si è fatto le ossa presso alcuni retailer. Nel 2017 ha dato vita all’etichetta che porta il suo nome: prêt-à-porter donna con una solida base in accessori, a cui si affiancano piccoli progetti multidisciplinari. Spaziando tra i codici della moda femminile e di quella maschile, Magugu fonde tradizione e innovazione e trae ispirazione dal savoir faire tradizionale sudafricano.
Parlando del suo marchio, Magugu si esprime così: “Cerchiamo costantemente nuovi modi di presentare alle donne abiti che rispettino e valorizzino il quotidiano. Il mio design si interseca con i motivi del passato leggendario del nostro continente, offrendo abiti eleganti ma dotati di riferimenti molteplici: è questo che li rende preziosi come la donna a cui sono destinati”. Magugu peraltro è attivo anche nel campo dei diritti civili. Qualche mese fa ha lanciato, in collaborazione con Lelo Meslani e Amy Zama e alle art director Abi e Claire Meekel (tutti sudafricani) Faculty Press, una rivista autoprodotta che ha l’obiettivo di dare visibilità al lavoro di amici e collaboratori innovativi che operano in settori diversi e che rappresentano il Sudafrica contemporaneo affrontando temi quali i diritti della comunità LGBTQ+ e il femminismo.

Aldo Premoli

https://www.thebemagugu.com/
https://www.facultypress.org/

3. L’AFRICA IN UNO SCATTO

Simon Njami & Sean O’Toole (eds.) The Journey. New Positions in African Photography (Kerber 2020)

Finanziato dal Goethe Institut, il libro The Journey. New Positions in African Photography (pagg. 342, € 49.99) è la recentissima ricognizione editoriale curata da Simon Njami e Sean O’Toole per le edizioni Kerber. All’interno ci sono i portfolio di 17 giovani artisti provenienti da Congo, Costa d’Avorio, Etiopia, Ghana, Kenya, Mozambico, Nigeria, Sudafrica e Sudan. Ad accompagnare le presentazioni fotografiche, ben 13 saggi. Si chiude così il primo decennio del progetto Photographers’ Masterclass.
A rappresentare il Sudafrica ci sono Lebohang Kganye, Monique Pelser, Thabiso Sekgala e Musa N. Nxumalo. Lebohang Kganye, classe 1990, presenta parte di un lavoro investigativo che l’ha condotta sulle tracce dei membri della famiglia materna. Al centro di Ke Lefa Laka: Her-story (2013) c’è proprio la madre dell’artista, raddoppiata fantasmaticamente dalla figura di Kganye. La serie Roles (2006) di Monique Pelser, nata nel 1976 a Johannesburg, vede protagonista la stessa Pelser nei ruoli di macellaia e agente di sicurezza, benzinaia e allevatrice, sperimentando su se stessa quel che Sartre chiamava “lo shock di essere visti”.
Di Thabiso Sekgala (1981-2014) è presentato parte del progetto Second Transition (2013), ritratto dell’area di Magopa, “black spot” eradicato nei primi Anni Ottanta dal governo razzista e trasformato in area mineraria, e poi ancora luogo di violenza quando nel 2012 ben 34 lavoratori in sciopero vennero uccisi dalla polizia. Infine Musa N. Nxumalo (1986), che in Alternative-Kidz (2008) narra la propria generazione post-Apartheid ritraendo i propri amici tra feste, scontri, sonni e veglie.

Marco Enrico Giacomelli

Simon Njami, Sean O’Toole (a cura di) ‒ The Journey. New Positions in African Photography
Kerber Christof Verlag, Bielefeld 2020
Pagg. 342, € 49,99
ISBN 9783735606822
https://www.kerberverlag.com

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #53

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Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.