Da alcuni anni Marrakech è considerata un centro vibrante per la scena artistica contemporanea africana. Abbiamo visitato antichi riad, atelier di designer e artigiani, musei, gallerie, spazi indipendenti, fondazioni d’arte, ci siamo inoltrati negli angoli più remoti della Medina per capire come sta evolvendo la città. Ecco il nostro reportage.

Tanto è impressionante l’omogeneità della città rossa vista dall’aereo quanto diventa tortuosa quando ci si cala nella medina e nei suoi vicoli colmi di suoni, rumori e colori, in un bagno di moltitudine così ben descritto da Elias Canetti nel suo Voci di Marrakech.

STORIA DI UN AMORE

Marrakech e il Marocco hanno accolto artisti come Eugène Delacroix, Henri MatisseJacques Majorelle, che qui realizza il suo giardino botanico. Negli Anni Cinquanta si rinnova l’interesse da parte di artisti e intellettuali, che esplode nel decennio successivo con la generazione di Hermès, il designer d’interni Bill Willis, Paul Getty, e poi Yves Saint Laurent e Alain Delon, ma sempre ai margini della medina.
Oggi Marrakech sta vivendo un nuovo fermento grazie a eventi quali la Biennale fondata da Vanessa Branson – sorella del magnate della Virgin, Richard Branson, la cui ultima edizione è però stata annullata –, la fiera d’arte contemporanea 1:54 e l’elezione nel 2020 a prima Capitale Africana della Cultura.

DAGLI ALMORAVIDI A OGGI

La città fu fondata nel 1070 da tre principi a capo dell’impero berbero delle tribù nomadi sahariane degli almoravidi, seguiti dalla dinastia degli almohadi, gli unificatori dell’Islam. Il governo almohade apportò grande splendore a Marrakech, come dimostrano le architetture dell’epoca, fra cui la maestosa fortezza con la moschea della qasba.
Con la fine della dinastia saadiana, Marrakech sprofonda nell’oblio e perde gran parte del suo prestigio. Solo con il regno di Sultan Muhammad Ibn Abdullah, a fine Settecento, la città riguadagna parte del suo antico splendore. Con l’istituzione del protettorato francese, nel 1912, la politica urbana è orientata all’accoglienza degli europei, che si stabiliscono nel nuovo distretto di Guéliz, fuori dalle mura della medina. Qui vengono realizzate molte ville Art Déco, anche se oggi ne sopravvive un numero ridotto. Come sottolinea l’architetto Quentin Wilbaux, “l’organizzazione spaziale della città presenta una bipolarità nord-sud, tra la medina e gli spazi riservati alla sovranità, e il suo piano urbanistico ha un carattere radiocentrico: le principali vie di circolazione convergono verso le zone centrali. Esiste anche una gerarchia di spazi interni ed esterni. Gli spazi collettivi e religiosi si trovano nel centro, in una forma allungata in direzione nord-sud. Il contrasto è impressionante fra il trambusto dei suk e le strade tranquille e silenziose dei quartieri residenziali (i derbs), dove le giornate sono scandite dalle cinque chiamate alla preghiera lanciata dal muezzin dalla cima del minareto”.
I marrakhci hanno progressivamente abbandonato le case all’interno della medina per trasferirsi in palazzi di recente costruzione nei quartieri popolari. Anche gli stranieri preferiscono stabilirsi in ville e complessi alberghieri distanti dal brulicante centro commerciale e spirituale di Marrakech. Progetti sui quali sono impegnati studi di architettura come quello di Abdelhakim Guilmi, che ci ha guidato tra cantieri e ville già realizzate con vista sull’Atlante.

Montresso Art Foundation, Marrakech. Photo © Cyril Boixel
Montresso Art Foundation, Marrakech. Photo © Cyril Boixel

IL CONTEMPORANEO AL CENTRO DELLA MEDINA

La medina accoglie molteplici spazi dedicati alla produzione contemporanea, come la Fondazione Dar Bellarj, la “casa delle cicogne”. All’inizio del 2000, dopo una fase di abbandono, è stata presa in gestione da una coppia di architetti svizzeri, Susanna Biedermann e Max Alioth, con lo scopo di preservare e valorizzare le tradizioni, le pratiche orali, coinvolgere le comunità, specialmente donne e bambini, seguendo il cammino intrapreso dalla sociologa e paladina dei diritti delle donne Fatima Mernissi con le sue Caravanes civiques e il collettivo Femmes, familles, enfants. Vengono organizzate mostre, concerti, workshop attraverso i quali diversi mondi si incontrano. Al riad Yima troviamo invece Hassan Hajjaj, artista pop di fama internazionale che ha trasformato la sua dimora in un atelier multicolor.
Un altro importante luogo di creazione artistica e dialogo culturale è il riad Denise Masson, amministrato dall’Institut français. La direttrice Sophia Tebbaa ci ha raccontato la nascita e l’attività attuale: “Denise Masson (1901-1994), islamista e traduttrice del Corano in francese, aveva acquistato da una famiglia marocchina questo grande riad. Ora è un luogo dedicato all’arte e alla cultura, al dialogo delle religioni. Tra le attività essenziali ci sono le residenze artistiche. Chiediamo agli artisti di offrire un po’ del loro tempo lavorando con le scuole e con le persone dei quartieri”.

UNA REALTÀ AL FEMMINILE

Nascosto nel quartiere di Riad Laarouss, il “giardino della sposa”, si trova lo spazio culturale 18 Derb El Ferrane, fondato dall’artista Laila Hida. Oggi conta un’équipe tutta al femminile formata da Laila, Francesca Masoero e Meriem Benhamed, che ci ha raccontato la vita del luogo e la situazione culturale di Marrakech: “Nel 2013 Laila ha preso in gestione questo riad per creare un centro culturale con residenze per artisti. Riceviamo artisti da tutto il mondo, la fotografia è tra gli assi principali con un ciclo espositivo che si chiama ‘Dabaphoto’. Un altro progetto faro è ‘Qanat’, sulla poetica e la politica dell’acqua. Collaboriamo anche con altri regioni, ad esempio la Vallonia-Bruxelles, e con l’Unione Europea, con partenariati e sponsor specifici per ogni programma. Siamo un’associazione senza scopo di lucro, dobbiamo cercare sempre dei fondi, è la grande difficoltà in un ambito che rimane precario. Il ministero della cultura sostiene principalmente la cultura nelle scuole. Ogni tanto affittiamo le stanze quando non sono occupate dagli artisti e questa è la nostra unica fonte di reddito, insieme alle vendite del bookshop”.
Ma Marrakech può essere identificata come Capitale Africana della Cultura? “Nel 2013 Rabat è stata eletta Capitale Marocchina della Cultura e ci si attendeva che Marrakech ottenesse questo titolo un giorno, ma capitale africana è troppo. È rimasta una città artigianale, non una città africana contemporanea”. È pur vero che qui si tiene la Biennale d’Arte Contemporanea. “Che però”, prosegue Benhamed, “ha avuto un problema di budget. Non hanno ricevuto l’aiuto che attendevano, si trattava di un budget enorme in un luogo modesto come Marrakech. Secondo me bisogna iniziare modesti ed evolversi, ma secondo i propri mezzi. Sicuramente la città è cambiata, c’era un monopolio dell’Institut français con la mediateca e gli eventi. Ma ora ci sono anche altre realtà. Gli spazi privati hanno animato un po’ la città e diversificato gli eventi. C’è più scelta ma gli spazi di qualità non sono molti: la galleria 127 è una delle migliori, altre sono solo commerciali. Inoltre c’è ancora una lacuna di eventi in arabo in un Paese dove si parla arabo e berbero. Criticano anche gli eventi che facciamo noi perché sono in francese e in inglese, ma abbiamo iniziato a tradurli in arabo. I grandi eventi sono per turisti, non per i locali, sono fatti spesso negli hotel di lusso, come nel caso della fiera d’arte 1:54 nell’hotel di lusso la Mamounia, il Festival internazionale del cinema al Palazzo dei Congressi… sono delle vetrine. Recentemente anche il défilé di Dior: a cosa serve? Si vuole che diventi una città come Parigi, ma Marrakech non lo permette neanche in termini di infrastrutture. Si vuole che la città accolga il maggiore numero di eventi, anche sportivi, che assorba tutto”.
Cosa dovrebbe fare allora una città come Marrakech? “Vorrei che la percezione della città fosse più profonda. Marrakech è una città imperiale e dovrebbe mantenere una dimensione originale”, insiste Benhamed. “Una città che accoglie tutti va bene, ma bisogna appropriarsi dei luoghi nel modo giusto; è piccola, è già satura. C’è stato un aumento di spazi culturali più che nel passato. È anche una moda: tutti vogliono lavorare nella cultura, ma manca un insegnamento culturale. Oggi ci sono dei master e altri corsi privati, ma non è abbastanza, non c’è una vera gestione del patrimonio. La fotografia marocchina ha avuto una grande crescita, con riconoscimenti anche all’estero, e ne sono molto fiera. Ci sono artisti di qualità che sono nati in condizioni difficili e sono arrivati a fare qualcosa di positivo nella loro vita”.

Yves Saint Laurent Museum, Marrakesh © Fondation Jardin Majorelle, Marrakech. Photo Nicolas Matheüus, 2017
Yves Saint Laurent Museum, Marrakesh © Fondation Jardin Majorelle, Marrakech. Photo Nicolas Matheüus, 2017

L’ARTE DEL RICAMO

La medina è anche luogo dove scoprire nuove tendenze di design e artigianato di altissimo livello, ad esempio alla boutique di Valérie Barkowski, che ci ha raccontato il suo primo viaggio artistico a Marrakech per dipingere su ceramica, la fondazione di una residenza per artisti, la cui vasta collezione è stata donata alla Fondazione ONA di Rabat, e il lavoro di creatrice di biancheria per la casa. Ci ha anche aperto le porte del suo atelier nella zona industriale di Marrakech, dove maestri artigiani realizzano minuziosamente i progetti della creatrice belga con tecniche antiche legate alla tradizione locale: “Ho messo tre anni a mettere a punto questa collezione, perché sapevo che c’era un’antica tradizione di ricamo in Marocco. Le giovani ricamano il loro corredo di matrimonio, ma non era visibile all’esterno, perché lo fanno in casa. Nel tempo abbiamo formato un’équipe di donne che lavorano con le tecniche e le decorazioni tradizionali. Ho raggiunto velocemente un grande successo con centinaia di ricamatrici e boutique sparse in tutta Europa. Era troppo e, dopo vari cambiamenti, ho ripreso il lavoro qui a Marrakech con una piccola équipe che mi dà grandissime soddisfazioni”. Intanto ci mostra un grande ordine pronto per partire per l’Italia. “Per sette anni ho anche portato avanti un progetto di residenze a Marrakech e nel deserto con la Sahart Foundation. Con alcuni artisti collaboro ancora, come nel caso di Tatiana Panova, che ha fotografato le nuove collezioni e che ha anche realizzato una collezione di bracciali”.

Montresso Art Foundation. Jardin rouge, agosto 2018. Photo © Cyril Boixel
Montresso Art Foundation. Jardin rouge, agosto 2018. Photo © Cyril Boixel

GALLERIE E MUSEI

Le gallerie d’arte sono prevalentemente concentrate nella zona d Guéliz, ai margini dei giardini Majorelle. Fra le più importanti vanno citate la galleria David Bloch e la galleria 127, mentre l’italiana Voice è situata nella zona industriale.
Quanto agli spazi istituzionali, la Maison de la Photographie, nel cuore della medina, espone istantanee del Marocco e della vita marocchina dal 1870 agli Anni Sessanta. Il Museo Yves Saint Laurent, inaugurato nel 2017 e consacrato allo stilista innamorato di Marrakech, presenta invece un défilé permanente dei suoi abiti iconici e una piccola sala per esposizioni temporanee.
Dobbiamo uscire dalla Medina per visitare il MACAAL – Museo d’Arte Africana Contemporanea. E, sempre allontanandosi dalla città, si giunge alla Fondation Montresso, creata dall’imprenditore francese Jean-Louis Haguenauer nel 2009 e che accoglie artisti da tutto il mondo. Il team di comunicazione della fondazione ci ha aperto le porte di atelier e spazi espositivi e fatto scoprire graffiti e installazioni sparse tra gli uliveti: “Riceviamo trenta artisti all’anno e dal 2016 abbiamo anche l’Espace d’Art con l’intenzione in futuro di aprire al pubblico tutti i giorni, perché per ora le visite si fanno su appuntamento il venerdì e il sabato. Questo permette di offrire una visita personalizzata con un team che si occupa della stampa, del pubblico in generale e dei collezionisti. Il progetto espositivo ‘In-Discipline’, lanciato durante la fiera 1:54, ogni anno prevede un Paese ospite: per la prossima edizione sarà il Congo. L’altro progetto espositivo ciclico è ‘XXL’, che riunisce tre artisti sul tema della monumentalità. Gli artisti invitati possono venire a passare un mese di residenza. Amiamo lavorare sul lungo periodo e possono ritornare per creare dei progetti qui, in Marocco e all’estero. Come nel caso di Maya Inès Touam, che ci dischiude il suo universo di oggetti che fa dialogare in intense nature morte contemporanee. Ci sono artisti già affermati ed emergenti: è utile questo scambio nel processo di creazione”.
Proprio questo dialogo ritrae al meglio una città in fermento culturale, con tanti i progetti di valorizzazione del patrimonio, percorsi di collaborazione sociale e artistica, che restituiscono un’immagine urbana più profonda e autentica.

Giorgia Losio

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #52

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Giorgia Losio
Giorgia Losio, nata a Milano, è storica dell’arte e appassionata di design. Ha studiato storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Milano e si è specializzata in storia e critica dell’arte contemporanea all’Université Sorbonne Paris-IV e in museologia e museografia all’École du Louvre. Ha collaborato alla realizzazione di progetti espositivi con istituzioni internazionali quali MACBA, Cittadellarte-Fondazione Pistoletto Biella, MAMAC Nizza, Pinacothèque de Paris, Palais de Tokyo Parigi, Le Fresnoy-Studio national des arts contemporains Tourcoing. Ha pubblicato articoli su Artribune, Exibart, Tema Celeste e Corriere della Sera.