Comunità e musei. Uno sguardo ad Amsterdam

Quanto è importante l’inclusione di diversi tipi di comunità all’interno delle attività di un museo? Nicole Moolhuijsen prende in esame le politiche culturali dell’Hermitage Museum di Amsterdam, a partire da una mostra.

Hermitage Museum. Photo Evert Elzinga
Hermitage Museum. Photo Evert Elzinga

Coinvolgere comunità locali e marginalizzate, includere pubblici diversi, incentivare la partecipazione dei visitatori sono concetti ormai sempre più diffusi nel vocabolario di chi studia e progetta nel settore culturale. Questi temi di rottura rispetto ai tradizionali canoni di produzione e fruizione della cultura richiederebbero tuttavia ripensamenti importanti a livello di mentalità e di governance. Spesso infatti si osserva il tentativo di rispondere a queste istanze con attività temporanee di breve respiro (come l’aperitivo al museo, la membership improvvisata, l’hackathon di un giorno) con un impatto limitato rispetto al modo di pensare e di agire di un’istituzione. La città di Amsterdam, nonostante il livello elevato di turismo mordi e fuggi, è un contesto propulsivo per considerare la complessità dei processi di inclusione di diverse comunità locali nel settore culturale. La mia prospettiva di ricerca è rivolta alle diversità di genere e alla sessualità, ma le considerazioni possono estendersi alla rappresentazione di diversi gruppi, o punti di vista, che tendono a essere ritenuti irrilevanti per narrare la storia e comprendere il presente. In linea con una metodologia queer, credo sia interessante considerare il sistema di produzione culturale e di valori ad ampio raggio, in cerca di meccanismi di sovversione delle gerarchie, di creazione di nuovi significati e di modi di pensare finalizzati ad azioni civicamente e politicamente coscienti.

IL PROGETTO NEW NARRATIVES

Un esempio in questo senso è il progetto New Narratives, con il quale diversi musei di Amsterdam intendono interrogarsi sui punti di vista trascurati nelle narrazioni ufficiali, che sono tuttavia fondamentali per comprendere il tessuto sociale passato e presente in cui le istituzioni si inseriscono. La mostra Dutch Masters Revisited, in corso presso l’Hermitage Museum di Amsterdam, ne è un esempio e la prima didascalia che si incontra nel percorso espositivo descrive l’intento del progetto: riflettere sulla natura parziale che caratterizza le politiche di rappresentazione nei musei e, in questo caso specifico, sulla mancanza di raffigurazioni di persone di colore nella ritrattistica del XVII secolo. I materiali testuali a corredo delle opere trattano quindi il tema della diversità socio-culturale che è assente nelle opere (evidentemente solo persone di un certo rango sociale potevano permettersi di commissionare dei ritratti), ma che è distintiva per conoscere il periodo in esame, oltre che il presente multiculturale di Amsterdam. Attraverso questa incursione temporanea nell’allestimento vengono integrate storie di persone di colore realmente esistite, a cui viene data visibilità attraverso testi che raccontano la loro vita e immagini di personaggi contemporanei a cui è stato richiesto di posare come figure del passato.
L’effetto visivo che ne risulta è dirompente: immaginiamoci una sala di un allestimento storico dove alle opere vengono giustapposte fotografie contemporanee di grande formato. Ma è soprattutto la portata simbolica di quest’operazione a trasmettere un messaggio forte. Nero su bianco, anche figurativamente, si capisce che quanto collezionato e raccontato nei musei riflette gerarchie di potere che trascurano la diversità del contesto dove si inseriscono. Da qui l’idea di promuovere riflessioni critiche su quanto viene rappresentato e a beneficio di quali gruppi sociali e quindi la volontà di coinvolgere la cittadinanza per includere nuove prospettive, sia a livello di ricerca (aggiornando collaborativamente le schede di catalogo) sia di allestimento, mediante nuove didascalie. All’interno del progetto New Narratives il museo di Amsterdam si interroga su metodi partecipativi per raccontare la città e dedica varie sezioni dell’allestimento (nonché della programmazione di attività) a tematiche LGBTQIA+.

Includere i cittadini nei processi di raccolta della memoria serve ad amplificare i significati della cultura materiale e a mantenerli vivi”.

Nell’ambito di un percorso di formazione e ricerca che sto svolgendo nei Paesi Bassi partecipo a un tour LGBT in quest’istituzione che ha lo scopo di dare voce ai legami fra collezione e storia della comunità queer della città. Questo aspetto del progetto viene organizzato insieme a un volontario dell’istituzione e l’atmosfera che si respira durante la visita è amichevole e di scambio. Si riflette su concetti di mascolinità e femminilità nel presente e nella storia, dove i ritratti di celebri coppie eterosessuali e cristiane divengono il pretesto per ragionare su questi temi in rapporto alla religione e al cambio di valori nel corso del tempo. Davanti a un modellino del comune di Amsterdam si parla delle punizioni inflitte a uomini e donne in caso di reato, mentre nella sezione dedicata all’Olocausto si discute sulle implicazioni del triangolo rosa attribuito a persone sospettate di essere omosessuali nei campi di concentramento. Risulta evidente che aggiungere, o includere, una prospettiva queer alle narrazioni del museo è una questione di scelte e non di significato intrinseco della collezione. È una questione di volontà e di presa di responsabilità, nonché di posizione, rispetto all’idea di concepire un museo e un’istituzione culturale (lo stesso ragionamento vale infatti per biblioteche e archivi) come organismi prodotti da diverse comunità e al servizio di queste. Includere i cittadini nei processi di raccolta della memoria serve ad amplificare i significati della cultura materiale e a mantenerli vivi. Una collezione, nella museologia contemporanea, non dovrebbe più dirsi ‘permanente’ poiché i significati che la costituiscono sono in evoluzione costante. Ammettere la parzialità di sguardo dello staff di un museo, declinata solitamente nella tendenza a inscrivere il significato di un oggetto in un ambito disciplinare, costituisce forse il primo passo verso la costruzione di pratiche culturali maggiormente inclusive.
Ed ecco che al tour LGBTQ a cui partecipo vengono invitati rappresentanti della comunità ebraica, con l’intento di aprire il confronto su quali contenuti andrebbero aggiunti alla collezione (sia a livello di possibili acquisti sia di presentazione) per rappresentare una minoranza fondamentale per comprendere la città. La prospettiva del confronto è intersezionale, ovvero considera i meccanismi di inclusione ed esclusione di molteplici identità; in questo caso la comunità ebraica LGBTQ.

DIALOGO E PARTECIPAZIONE

Ciò che mi colpisce è la disponibilità dello staff a mettersi in discussione a porte aperte, poiché l’appuntamento è rivolto al pubblico, e dalle conversazioni si desume che ‘gli esperti’ siano i rappresentanti invitati, non il museo. Si comprende come una prospettiva di ascolto, di consultazione e di collaborazione sia imprescindibile per aggiungere conoscenza al museo. Questa azione, oltretutto, fa parte di una strategia di più ampio respiro che vede il museo impegnato a riflettere sul tema dell’inclusione a 360° e che si concretizza in operazioni che vanno dalla consultazione di diverse comunità per aggiornare le schede di catalogo alla revisione delle politiche di acquisizione e di presentazione degli oggetti. Vanno quindi ben oltre l’organizzazione a spot di attività temporanee per diversi pubblici, lasciando un impatto nel DNA dell’organizzazione. Storie legate alla comunità LGBTQ vivono quindi nell’archivio aggiornato del museo, in un sito apposito online (dove è costantemente possibile aggiungere contenuti), nelle didascalie dell’allestimento e nei punti di vista di volontari e cittadini che vengono abitualmente invitati per aggiungere prospettive di significato agli oggetti. In questo modo, la comunità che si intende raggiungere viene prima considerata come portatrice di un sapere che è necessario per sviluppare l’istituzione in un’ottica di rilevanza sociale nel medio-lungo termine, anziché segmento di audience che è interessante far entrare nelle sale una volta ogni tanto. Troppo spesso nel dibattito culturale attuale parliamo di coinvolgimento di comunità e di audience in maniera frettolosa e senza ragionarci a fondo. Sarebbe utile interrogarsi sulle implicazioni di questi concetti in profondità e in relazione al raggiungimento di modalità di lavoro realmente democratiche e collaborative con strategie e visioni di lungo respiro. Poiché il rischio che stiamo vivendo è quello di un’appropriazione veloce di etichette, seguendo il flusso di un interesse crescente per l’audience engagement/developement che ne trascura tuttavia le implicazioni a livello di management, sulla filosofia organizzativa e rispetto al senso etico e civico che riveste un’azione culturale in un determinato contesto.

‒ Nicole Moolhuijsen

Amsterdam // fino al 2 febbraio 2020
Dutch Masters Revisited
HERMITAGE AMSTERDAM
Amstel 51
https://hermitage.nl/en

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Nicole Moolhuijsen
Nicole Moolhuijsen è ricercatrice e freelance, specializzata in Museum Studies presso l’Università di Leicester (UK). Si occupa di studi sui visitatori, interpretazione e audience development con un focus sui musei d’arte. Ha collaborato con istituzioni in Italia e all’estero e attualmente è responsabile dello sviluppo di allestimenti in ottiche di accessibilità presso We Exhibit. Collabora con l’Università Ca’ Foscari di Venezia, dove per il Dipartimento di Management è cultrice della materia in Economia e Gestione delle Produzioni Culturali. Nel 2019 ha vinto un bando di ricerca sulle questioni di genere e conduce la sua attività fra l’Italia e i Paesi Bassi. È membro del board della commissione internazionale di ICOM per i musei d’arte (ICFA).