Leonor Antunes, Silvia Bächli, Toba Khedoori, Susan Philipsz, Rachel Whiteread sono le protagoniste di “Resonating Spaces”, la mostra, poco convincente, allestita negli spazi della Fondation Beyeler, a Basilea.

La Fondazione Beyeler ci ha “viziati” sempre con grandi mostre. Alcune impeccabili dal punto di vista scientifico e di valore storico-artistico, altre dagli allestimenti dal forte impatto scenografico: Paul Gauguin, Balthus, Monet, Paul Klee, Georg Baselitz, Marlene Dumas, Peter Doig, solo per ricordarne alcune. Visitando la collettiva Resonating Spaces ci si trova spiazzati. La curatrice della mostra, Theodora Vischer, ha scelto cinque artiste (Leonor Antunes, Silvia Bächli, Toba Khedoori, Susan Philipsz, Rachel Whiteread) di provenienza, caratteristiche e background diversi, chiamate a confrontarsi sul concetto di spazio. “L’esposizione” ‒ leggiamo però nello stringato comunicato stampa ‒ “non tematizza l’approccio allo spazio, ma mira piuttosto, sulla scorta di posizioni diverse, a mettere in luce contenuti o realtà che nell’opera di queste artiste sono concretamente presenti ma che in genere non vengono recepiti”. Non ci è chiesto, quindi, di riflettere sul concetto di spazio in sé ‒ pieno e vuoto, visibile e invisibile ‒, che nell’arte non è certo un dettaglio irrilevante e dagli Anni Sessanta elemento fondamentale, ma di “leggere” il percorso di cinque artiste e coglierne aspetti ancora nascosti.

Resonating Spaces, installation view at Fondation Beyeler, Riehen Basel 2019. Photo Stefan Altenburger
Resonating Spaces, installation view at Fondation Beyeler, Riehen Basel 2019. Photo Stefan Altenburger

CINQUE PICCOLE PERSONALI

Quello che abbiamo sicuramente recepito è il fatto che le artiste scelte non sembrano esser state chiamate a dialogare, mischiando le loro opere nel tentativo di farci captare eventuali risonanze ‒ correndo anche il rischio di essere “disordinate” ‒, bensì a ognuna di loro sono state affidate una o due stanze. Piuttosto che a una mostra collettiva, ci troviamo di fronte a cinque piccole personali che ci danno un assaggio della poetica di ogni artista. Dall’installazione ambientale e coloratissima di Leonor Antunes, in cui ogni scultura contribuisce a dinamizzare visivamente l’intero spazio, ai delicati e precisi disegni su giganteschi fogli di carta di Toba Khedoori, dalle sculture di Rachel Whiteread chiamate a convivere con il monumentale dipinto di Balthus, Passage du Commerce-Saint-André (1952-54) alle gouache di Silvia Bächli, esercizi di stile che strizzano l’occhio all’accademico, fino all’installazione sonora immersiva di Susan Philipsz.

Resonating Spaces, installation view at Fondation Beyeler, Riehen Basel 2019. Photo Stefan Altenburger
Resonating Spaces, installation view at Fondation Beyeler, Riehen Basel 2019. Photo Stefan Altenburger

POCHE EMOZIONI

Resonating Spaces è una mostra algida, forzatamente concettuale, senz’anima, che non emoziona. Per tornare a emozionarci in quegli spazi forse dovremo aspettare il prossimo anno, il 26 gennaio, quando inaugurerà la mostra dedicata a Edward Hopper. Pare che il regista Wim Wenders stia girando un film in California seguendo le tracce del grande pittore. Oppure il 16 maggio, quando la Fondazione ospiterà quella che si preannuncia essere una delle mostre più importanti di Francisco Goya fuori dalla Spagna.

Daniele Perra

Riehen // fino al 26 gennaio 2020
Resonating Spaces
FONDATION BEYELER
Baselstrasse 101
www.fondationbeyeler.ch

Dati correlati
AutoriLeonor Antunes, Silvia Bächli , Susan Philipsz, Rachel Whiteread
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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Editorialista e responsabile della copertina di “ARTRIBUNE”, collabora con “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente di Contemporary Art and Visual Culture allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano”.