Il Whitney Museum of American Art di New York fa ordine nella sua collezione e ribadisce il proprio ruolo: restituire e interpretare l’arte d’oltreoceano.

Il Whitney reinventa la sua collezione, facendo ordine. La scorsa estate il museo di arte americana ha presentato una nuova installazione di 120 pezzi della propria raccolta, che coprono oltre mezzo secolo di storia, con nomi che includono Alexander Calder, Edward Hopper, Jasper Johns, Andy Warhol, Joan Mitchell, Archibald Motley, Georgia O’Keeffe e molti altri. Un concentrato di arte americana del Novecento allestito in un nuovo percorso espositivo che consente una rilettura storica delle correnti che hanno attraversato il secolo scorso e che allo stesso tempo è occasione di ripercorrere la storia del museo, dando spazio anche a nomi che la storia ha trascurato.
La mostra, che al momento non ha una data di chiusura, vuole essere una riflessione sul ruolo del Whitney e sull’influenza che la sua storia ha avuto nel dare forma alla missione di un museo nato con l’idea di dare voce all’arte americana. Una missione che, in occasione dell’apertura, nel 1931, il curatore Hermon More aveva descritto con la frase “Ci rivolgiamo all’artista perché apra la strada”, svelando l’intenzione del museo di creare una raccolta che consentisse di leggere l’arte come espressione delle trasformazioni della società e della cultura.
La collezione è una costellazione di visioni artistiche individuali” ‒ ha commentato David Breslin, direttore della Collezione e curatore, insieme a Margaret Kross e Roxanne Smith, del nuovo allestimento ‒ “e mostre di questo tipo costituiscono un’occasione per creare connessioni attraverso le quali riorientare e reimmaginare la storia dell’arte americana”.
Fondato nel 1930 dalla scultrice e mecenate Gertrude Vanderbilt per dare struttura alla precedente esperienza del Whitney Studio, il Whitney Museum of American Art nasce con l’obiettivo di sostenere il lavoro di artisti americani viventi, in un periodo storico in cui, negli Stati Uniti, musei e collezionisti guardavano ancora (e solo) all’arte classica europea. Esponendo e acquisendo centinaia di opere e creando un luogo di ritrovo per la comunità artistica di New York, il Whitney fu decisivo nel ritagliare uno spazio per l’arte americana all’interno del contesto internazionale. Insieme a Juliana Force, prima direttrice del museo, Gertrude Vanderbilt fu in grado di mettere insieme una collezione storicamente rigorosa e allo stesso tempo idiosincratica, nuova, vibrante, dando spazio a opere che raccontavano con voce unica la complessità e il fascino dell’esperienza americana.

The Whitney’s Collection. Selections from 1900 to 1965. Installation view at Whitney Museum of American Art, New York 2019. Photo Ron Amstutz
The Whitney’s Collection. Selections from 1900 to 1965. Installation view at Whitney Museum of American Art, New York 2019. Photo Ron Amstutz

CAMMINARE NELLA STORIA

Oggi, passeggiando tra le sale del nuovo allestimento, l’impressione di camminare nella storia è netta. La mostra inizia con una galleria dedicata a una selezione di opere tratte dalla collezione originaria del museo, di cui la stessa sala ricostruisce la storia attraverso le fotografie di Charles Sheeler, che nel ‘33 documentò la prima sede del museo, su West 8th street. Allestite su una parete dal fondo blu, in questa galleria sono esposte anche opere appartenenti alla collezione originaria del museo, tra cui lavori di George Bellows, Stuart Davis, Catherine Schmidt. Al centro della sala, la statua di una donna americana in bronzo, opera di Gaston Lachaise, sembra rendere omaggio alla storia femminile del museo e allo spirito della sua fondatrice.
Seguono due sale tematiche che raccontano due visioni e due mondi diversi quanto complementari nel comporre l’esperienza americana: l’ambiente urbano industriale, moderno, fatto di macchine, e il paesaggio idilliaco del countryside, dove a dominare è la natura. Le luci e i materiali della città emergono dai lavori di Florine Stettheimer, Joseph Stella e Alice Neel, oltre che dalla pittura precisionista di Charles Sheeler. Mentre ci sono i silenzi della campagna nelle opere di Georgia O’Keeffe, Horace Pippin e Andrew Wyeth.
La sala che segue è uno dei pezzi forti della mostra: un riallestimento panoramico del Circus di Alexander Calder, un’opera composta da più di settanta figure in miniatura, tra personaggi e animali, un centinaio di accessori tra cui reti, trampolini, bandiere, lampade, e oltre trenta strumenti musicali. L’artista animava il suo circo mettendo in scena performance accompagnate da rumori, musica e luci, che duravano fino a due ore. Il Whitney ha riallestito l’intera opera, acquistata attraverso una campagna di fundrasing nel 1982, accompagnata da un video che mostra Calder in una delle sue performance.
Uscendo dalla sala dedicata al Circus, si passa in una galleria interamente dedicata al lavoro di Edward Hopper, cui la storia del Whitney è legata a doppio filo fin dalle origini del museo: la prima mostra personale di Hopper fu infatti proprio al Whitney Studio Club nel 1920 e il suo Early Sunday Morning fu una delle prime opere acquisite dal museo e pezzo centrale della mostra inaugurale. Nel nuovo allestimento, le opere di questo artista, identificato con il realismo americano, esprimono tutta la propria suggestione, mostrando come Hopper riproducesse una realtà carica di umori e atmosfere. In mostra anche alcuni studi di mani e bozzetti di autoritratti su carta.

Norman Lewis, American Totem, 1960. Whitney Museum of American Art, New York © Norman Lewis. Courtesy Michael Rosenfeld Gallery LLC, New York, NY
Norman Lewis, American Totem, 1960. Whitney Museum of American Art, New York © Norman Lewis. Courtesy Michael Rosenfeld Gallery LLC, New York, NY

IL NOVECENTO

Il percorso prosegue con una successione cronologica di movimenti artistici che hanno segnato il corso del Novecento, con incursioni nel Realismo magico e nel Surrealismo di George Tooker, Man Ray e Yves Tanguy. Una stanza a sé è dedicata alla War series di Jacob Lawrence, che racconta l’esperienza dell’artista afroamericano nella marina militare durante la Seconda Guerra Mondiale. Dopo un primo periodo in Florida all’interno di un’unità segregata, Lawrence fece amicizia con un comandante che condivideva il suo interesse per l’arte e fu trasferito in un’unità mista al seguito della quale documentò, con i suoi dipinti, la guerra in Italia, Inghilterra, Egitto e India. Le quattordici opere qui in mostra non sono quelle originali, andate quasi tutte perse, ma sono delle versioni dipinte dall’artista tra il 1946 e il ‘47, grazie al contributo di una Guggenheim Fellowship. La sequenza di dipinti a tempera compone una narrazione che va dalla preparazione della spedizione (Shipping Out, 1947) alla vittoria sul campo di battaglia (Victory, 1947), passando per momenti più intimi (The Letter, 1946) e momenti di vita collettiva (Docking ‒ Cigarette, Joe?, 1947), dando corpo alla convinzione dell’artista che non si possa “raccontare una storia in un singolo dipinto”.

ESPRESSIONISMO ASTRATTO E POP ART

Le ultime due gallerie sono dedicate rispettivamente all’Espressionismo astratto e alla Pop Art. Nella prima, lo stile riconoscibilissimo di Pollock, de Kooning, Kline e Rothko viene affiancato a opere meno note di Ed Clark, Joan Mitchell e Norman Lewis. Di quest’ultimo, uno dei pochissimi artisti neri associati all’Espressionismo astratto, è in mostra una recente acquisizione del museo, American Totem (1960), dipinto in bianco e nero, parte di una serie realizzata dall’artista per esplorare l’impatto emotivo e psicologico del movimento per i diritti civili. Il totem nero che campeggia su sfondo bianco evoca gli incappucciati del Ku Klux Klan e la sua figura è composta da una moltitudine di apparizioni, teschi, maschere, dando forma a un terrore astratto e allo stesso tempo concreto, conscio e inconscio.
Nell’ultima galleria, trova spazio la Pop Art di Jasper Johns, Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Allan D’Arcangelo, Marisol. Le opere in mostra evidenziano le due anime di questo movimento artistico: da una parte c’è la graffiante critica della società capitalistica, dall’altra c’è la celebrazione dell’estetica del consumo. Godibilissimo il gruppo in legno di Marisol, Women and Dog (1963-64) che, come spiegò l’artista, è una sorta di autoritratto collettivo: sul viso della figura centrale c’è una foto dell’artista, i volti moltiplicati delle due donne ai lati sono modellati sui tratti di Marisol e la bambina rappresenta l’artista da piccola. Per chiudere, uscendo sulla terrazza del museo, si trovano opere di Barnett Newman, Arthur Lee e David Smith. La mostra, che occupa un intero piano del museo, offre un’occasione per rivisitare grandi pezzi del Novecento e allo stesso tempo scoprire una produzione che, schiacciata dalle grandi correnti del secolo scorso, non è riuscita a trovare una completa espressione. Questo nuovo allestimento rende giustizia agli artisti minori mentre rimette in prospettiva i grandi movimenti e i grandi nomi.

Maurita Cardone

https://www.whitney.org

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Maurita Cardone
Giornalista freelance, abruzzese di nascita e di carattere, eterna esploratrice, scrivo per passione e compulsione da quando ho memoria di me. Ho lavorato per Il Tempo, Il Sole 24 Ore, La Nuova Ecologia, QualEnergia, L'Indro. Dal 2011 New York è il posto che chiamo casa e che nutre senza sosta la mia curiosità. Qui per quattro anni ho codiretto il giornale italiano La Voce di New York e mi sono appassionata del carosello di storie che fanno la ricchezza di questa città.