Polemiche sulla Sirenetta nera. Walt Disney sceglie un’afroamericana per il film

Alla fine una risposta ufficiale è arrivata, con ironia, sui social di un canale tv Disney. Nessuna intenzione di sostituire la giovanissima attrice afroamericana, che interpreterà la Sirenetta. Così è deciso: abbattere gli stereotipi e imparare a sognare favole nuove. O è solo scaltro politically correct?

Halle Bailey e la Sirenetta
Halle Bailey e la Sirenetta

Il dibattito internazionale s’infuoca oramai  pure intorno alle bazzecole. Lo spirito del conflitto contagia la macchina dello spettacolo, l’industria del pop, il chiacchiericcio social e qualunque ingranaggio della supercomunicazione liquida. La scena è sempre la stessa: obiettivi sensibili e macro-temi sociali, che sono benzina per scontri politici e discussioni accese. Ma in mezzo ci infili pure le serie tv, gli spot commerciali, la moda, il porno, i manga giapponesi, il razzismo negli stadi, le inchieste giudiziarie su Mark Caltagirone, le versione gay-friendly di Uomini & Donne, il circo inclusivo della D’Urso, tra pseudofemminismo, surgery-freak e crociate arcobaleno. Tutto nello stesso frullatore. Mentre la politica, convertitasi a un’imitazione spinta dell’intrattenimento, si posiziona spesso al centro di un teatro degli eccessi, dei claim pubblicitari e degli orrori.

Halle Bailey, 2018
Halle Bailey, 2018

HALLE BAILEY NEI PANNI DI ARIEL

Nemmeno i cartoni animati fanno eccezione. Il caso scoppia intorno a Walt Disney e alla sua Sirenetta, celebre cartoon del 1989, ispirato all’ancor più celebre fiaba scritta nel 1837 dal danese Hans Christian Andersen: la ragazzina-pesce dalle chiome rosse e la pelle di luna è una delle icone più gettonate nell’olimpo globalizzato che ispira fughe fantasy, sogni ed eccitazioni sentimentali di generazioni di bambini. Succede che adesso, come da copione, arrivi anche il film. Un live-action diretto da Rob Marshall, già destinato a sbancare, vista la notorietà del personaggio, la mega produzione e la campagna di comunicazione che verrà. Anzi, che è già partita. Sul filo delle polemiche, appunto.
A sorpresa, non sarà una giovane attrice dai tratti e i colori nordici a impersonare Ariel, ma l’afroamericana Halle Bailey, 19enne della Georgia, pelle d’ebano, lunghi capelli ricci e scuri: il debutto sulle scene della pop music nel 2013, col baby duo Chloe x Halle, poi qualche comparsa fra cinema e tv e nel 2018 la partecipazione alla sit-com statunitense Grown-ish. La grande occasione arriva oggi, con la Disney che la incorona Sirenetta del XXI secolo. Una Sirenetta nera, totalmente difforme rispetto al cliché della fiaba animata che ha ormai colonizzato l’immaginario collettivo: che ci azzecca un’attrice di origini afro? Dov’è il nesso con la storia di Andersen, con la statua al porto di Copenaghen, con la ragazzina del cartoon?

La Sirenetta di Walt Disney
La Sirenetta di Walt Disney

IL SOLITO POLITICALLY CORRECT SUI NERI?

In mezzo all’attuale nevrosi sui migranti, che ha contagiato Europa e Usa tra le platee sovraniste dei Trump, degli Orban, dei Farage e dei Salvini – con l’altrettanto infuocata reazione dei democratici – una notiziola come questa diventa ennesima miccia popolare: la guerriglia tra sostenitori di società multietniche e costruttori di invalicabili barriere prosegue anche così. La Disney colpevole di estremo politically correct, pronta a usare pure le fiabe per quello che Fusaro chiamerebbe ‘mondialismo turbocapitalista anti-identitario’? C’è un messaggio politico dietro questa scelta, o la Beiley è solo piaciuta più delle altre candidate? Intanto, su Change.org, è partita una petizione per chiedere alla produzione di ripensarci: quando dici le battaglie fondamentali.
Difficile credere che il colosso americano abbia agito senza pensare alle conseguenze mediatiche e senza badare al coté politico della faccenda. Anzi, il messaggio sembra chiaro: abituarsi a ripensare modelli, stereotipi, tradizioni, ma soprattutto ritenere che – in un’ottica contemporanea, meticccia, di apertura e di contaminazione – qualunque colore di pelle o tratto somatico possa andar bene, in qualunque contesto o sceneggiatura. Insomma, che differenza fa? Tanto più se l’ambientazione della storia è in tal senso neutra, ‘sconfinata’ per eccellenza: un mondo subacqueo, irreale, senza frontiere, in cui nessuno sa – ad esempio – di che colore siano le sirene. Lo stesso cartone, per altro, fra caratteristiche dei personaggi e aspetti della trama, era già una rivisitazione dell’originale. Di fiaba in fiaba, di intuizione in intuizione.

La Sirenetta di Edvard Eriksen, 1913, Copenhagen

LA RISPOSTA IRONICA DI DISNEY

E una risposta è arrivata, ironica e diretta, sulle pagine social di FreeForm, canale tv di proprietà della Walt Disney Company:”Sì, l’autore originale de La Sirenetta era danese. Ariel è una sirena, vive in un regno sottomarino in acque internazionali e può persino nuotare fin dove le pare (anche se questo spesso sconvolge il re Tritone). Ma per rimanere sull’argomento, diciamo che Ariel è danese, le sirene danesi possono essere nere perché il popolo danese può essere nero. Ariel può sbucare in superficie in qualunque momento per chiacchierare in compagnia dell’amico gabbiano Scuttle e del granchio giamaicano Sebastian (scusa, Flounder). I neri danesi, e così le creature acquatiche, possono geneticamente (!!!) avere i capelli rossi. Ma attento allo spoiler – mettilo in cima a tutto – il personaggio di Ariel è un’opera di fiction. E se dopo tutto quello che è stato detto e fatto non riesci ancora a superare l’idea che scegliere l’incredibile, sensazionale e talentuosa Halle Bailey sia stato il risultato di un’ottima intuizione ai casting, perché “non è come quella del cartone”… Oh ragazzo, avrei alcune cose da dirti… su di te“.
Se i riferimenti dell’incipit appaiono deliziosamente inequivocabili (tra quelle “acque internazionali” e il simbolo del potere conservatore incarnato da Re Tritone), il post è tutto un inno al multiculturalismo, alla separazione tra nazionalità e fattore etnico, alla libertà di essere chi si vuole, dove si vuole, con chi si vuole. Nella realtà, figuriamoci nella fantasia. Chiosa affilata, come una punta di tridente: come dire, “è di te che dovremmo parlare, caro il mio indignato…”.

Il messaggio sulla Sirenetta nera, postato dal canale Disney FreeForm
Il messaggio sulla Sirenetta nera, postato dal canale Disney FreeForm

Il problema allora è violare la tradizione – cosa che accade regolarmente con remake e adattamenti, nell’infinita catena di reinvenzioni filmiche e letterarie – o è il gesto forte di piazzare un’eroina africana in un racconto nordeuropeo, come se fosse normale? Così come forte sarebbe stata l’idea di una Frozen lesbica, che – solo ad averla sussurrata – aveva scioccato Giorgia Meloni e i nemici del fatidico gender, uniti in un sol coro: “non toccate i nostri bambini!”. Addirittura.
Insomma, il tema diventa politico: progressisti contro sovranisti? L’ombra del razzismo o solo un romantico attaccamento all’eroina nota? Quanto all’utilità di queste operazioni, in cui i miti popolari, il gioco della comunicazione e l’immaginario creativo si mettono al servizio di un delicato tema sociale, il dubbio resta. Aiutano o fanno peggio? Di certo aiuteranno il lancio del film. E se sarà un buon film, polemiche a parte, i botteghini resteranno l’unica misura, l’unico dato da valutare.
Vedi il bravo Mahmood, trionfatore all’ultimo Festival di Sanremo, per molti un usurpatore del più nazionalpopolare tra gli eventi italici, una pedina -dissero – del sistema buonista pro-islamizzazione: alla fine ha sbancato su Spotify, all’European Song Contest, ai concerti, tra le classifiche e su Youtube. Le polemiche sulla sua pelle, sulle strofe in arabo nella canzone, sul papà egiziano? Aria fritta, presto dimenticata. La Sirenetta nera, in realtà, è già gadget, feticcio culturale, testimonial ludico-politica e beniamina infantile, intorno a cui costruire una favola mediatica nuova.

– Helga Marsala

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Helga Marsala
Helga Marsala è critico d'arte, giornalista, notista culturale e curatore. Insegna all'Accademia di Belle Arti di Roma, dove è anche responsabile dell'ufficio comunicazione. Collaboratrice da anni di testate nazionali di settore, ha lavorato a lungo come caporedattore per la piattaforma editoriale Exibart. Nel 2011 è nel gruppo che progetta e lancia la piattaforma Artribune, dove ancora oggi lavora come autore e membro dello staff di direzione. Svolge un’attività di approfondimento teorico attraverso saggi e contributi critici all’interno di pubblicazioni e cataloghi d’arte e cultura contemporanea. Scrive di arti visive, arte pubblica e arte urbana, politica, costume, comunicazione, attualità, moda, musica e linguaggi creativi contemporanei. È stata curatore dell’Archivio SACS presso Riso Museo d'arte contemporanea della Sicilia e membro del Comitato Scientifico, collaborando a più riprese con progetti espositivi, editoriali e di ricerca del Museo. Cura mostre e progetti presso spazi pubblici e privati in Italia, seguendo il lavoro di artisti italiani ed internazionali. Dal 2018 lavora come Consulente per la Cultura del Presidente della Regione Siciliana e dell'Assessore dei Beni Culturali e dell'Identità Siciliana.