La Spagna della Belle Époque nella pittura di Joaquín Sorolla. A Londra

National Gallery, Londra ‒ fino al 7 luglio 2019. A oltre cento anni dall’ultima personale, tornano in Gran Bretagna le opere del più importante degli impressionisti spagnoli. La grande antologica “Sorolla: il maestro spagnolo della luce” racconta una carriera nel segno della modernità. Una mostra organizzata dalla National Gallery di Londra e dalla National Gallery of Ireland, di Dublino, in collaborazione con il Museo Sorolla di Madrid. A cura di Christopher Riopelle.

Joaquín Sorolla, Salto con la corda, La Granja, 1907 © Museo Sorolla, Madrid
Joaquín Sorolla, Salto con la corda, La Granja, 1907 © Museo Sorolla, Madrid

Dalla fine del Seicento, con l’inizio della decadenza imperiale in America Latina e la perdita della dominazione in Italia, la Spagna fu costretta a un ruolo subalterno sulla scena europea; l’involuzione portata dalla mentalità feudale della Controriforma, ottusamente sostenuta dalla Corona, si rivelò in tutta la sua antistoricità nella stagnazione sociale favorita da una società ancora chiusa in caste; nobiltà, militari, clero, popolo. Solo sul finire del Settecento l’Illuminismo riuscì a portare un soffio di efficienza e modernità, amministrativa e produttiva, ma l’invasione napoleonica fece ripiombare il Paese nel caos e nella stagnazione sociale. Ma sul finire degli Anni Sessanta del secolo, una serie di avvenimenti, iniziati con il rovesciamento di Isabella II, proseguiti con il regno provvisorio di Amedeo di Savoia, l’effimera prima repubblica, e terminati con la restaurazione borbonica del 1874, scossero la Spagna dalla sua inerzia.

TRA FRANCIA E ITALIA

Nato sotto Isabella II, il pittore Joaquín Sorolla y Bastida (Valencia, 1863 ‒ Cercedilla, 1923) visse sotto la corona borbonica, ma in anni assai turbolenti, agitati dalle contestazioni socialiste (il PSOE nacque nel 1879) e resi eccitanti dalle prime avvisaglie di apertura verso l’Europa: la Belle Époque entrava in punta di piedi anche in Spagna, e a percepirne le implicazioni artistiche non furono molti. Fra quei pochi ci fu appunto Sorolla, che sin dall’adolescenza dimostrò talento per la pittura e il disegno. Si formò nella natia Valencia, alla Escuela Normal Superior prima e alla Escuela de Artesanos dopo, ma completò l’istruzione accademica con numerosi “pellegrinaggi” a Madrid, dove poté vedere da vicino i vari Velázquez, Murillo, Ribera, ma soprattutto, fra il 1885 e il 1889, con numerosi soggiorni in Italia (Roma, Pisa, Firenze, Napoli, Venezia) e a Parigi, dove tornò anche nel 1900. Qui scoprì la modernità della pittura macchiaiola e impressionista, innovativa sia per gli sudi della luce, sia per la capacità di raccontare la società, l’euforia dei tempi, le luci delle città, dei teatri e dei cabaret. Per il giovane artista, si trattò di un vero e proprio “colpo di fulmine”, e decise di proseguire la carriera seguendo quei medesimi impulsi; si sentiva moderno, e aveva trovato il linguaggio per esprimersi al meglio.

Joaquín Sorolla, Clotilde ed Elena sugli scogli, Jávea, 1905. Esther Koplowitz Collection © Archivo fotográfico BPS
Joaquín Sorolla, Clotilde ed Elena sugli scogli, Jávea, 1905. Esther Koplowitz Collection © Archivo fotográfico BPS

LA COSCIENZA SOCIALE

Con Aureliano de Beruete e Darío de Regoyos, introdusse in Spagna la pittura impressionista, ma la Belle Époque venne dopo: all’inizio degli Anni Novanta del secolo, in quella Spagna attraversata dalle prime rivendicazioni popolari e agitata dal vento socialista, la coscienza del mondo della cultura cominciò a scuotersi, e Sorolla prestò attenzione, nelle sue tele, alle condizioni dei ceti più poveri, contadini e operai; una reazione che in Italia era stata propria dei divisionisti, e che sancisce il coinvolgimento del mondo dell’arte nelle questioni sociali. La modernità passava anche per una più ampia partecipazione politica. Ecco allora nascere tele sì nuove dal punto di vista estetico, ma drammaticamente vecchie per i problemi che portavano all’attenzione del pubblico: quello sfruttamento del ceto operaio che in Inghilterra esisteva già da almeno un secolo, o l’endemica povertà dei ceti rurali. Seguendo il gusto per il naturalismo, che in Spagna si era affermato in letteratura ma non in pittura, Sorolla colmò la lacuna con dipinti che raccontano la realtà sociale spagnola, dalla pietà religiosa alle dure condizioni di lavoro, fino allo sfruttamento della prostituzione. Una pittura che ha molti punti di contatto con la scuola napoletana, che Sorolla ebbe modo di conoscere di persona sul posto, e con il naturalismo francese precedente alla Scuola di Barbizon. Nei suoi toni prevalentemente scuri, accentua la drammaticità del contesto sociale e funge da eco all’agitata Spagna di fine secolo.

LO SGUARDO MONDANO

All’inizio del Novecento, sbolliti gli entusiasmi giovanili, Sorolla inaugurò una nuova fase della sua carriera, e si concentrò con più continuità sul mercato, rivelandosi un talentuoso ritrattista, in particolare delle donne. Episodio determinante in questi cambio di rotta, l’Esposizione Universale di Parigi, che il pittore visitò di persona; osservando infatti in particolare Boldini, John Sargent e Anders Zorn, capì come la Belle Époque fosse raccontata in quelle pennellate guizzanti, quei corpi sinuosi, quella mondanità sensuale, ma soprattutto luminosa. In particolare, Sorolla si concentrò sui ritratti ‒ in cui la severità spagnolesca di Velázquez si combina con una pennellata guizzante ‒, e sulle scene di spiaggia: brillanti marine che dettero una scossa ulteriore al compassato sudario che avvolgeva l’arte spagnola portandovi un soffio di colorata modernità, e Sorolla si scoprì un maestro nella pittura di luce. Anche i parchi, sull’esempio del Bois de Boulogne a Parigi, divennero soggetti per la pittura, colti nel momento delle passeggiate mondane delle eleganti signore della buona società: abiti fruscianti, gonne ampie, cappellini e velette, volti spesso sensualmente seminascosti, e tutt’intorno un tripudio di fiori, di prati, di cieli azzurri. La pennellata si fa sempre più rapida e fugace, quasi a voler suggerire la caducità dei piaceri della vita, ma anche il suo gaudente dinamismo. La sensualità propria del modo di essere degli spagnoli rimane intatta, ma questa nuova pittura libera i soggetti di quell’aura di tragico fatalismo ascetico che vi gravava sopra, e letteralmente li apre alla vita.

Joaquín Sorolla, Figure di Salamanca, 1912 © Museo Sorolla, Madrid
Joaquín Sorolla, Figure di Salamanca, 1912 © Museo Sorolla, Madrid

LA SPAGNA POPOLARE

Ispirandosi agli impressionisti, Sorolla scoprì la pittura en plein air, che gli permise di alleggerire la tradizionale severità e staticità spagnola: in particolare, le scene sulla spiaggia, in cui moglie e figlia si prestano a fare da modelle, colpiscono per la naturalezza e la luminosità, tratti assai nuovi in Spagna. Che, forse per la prima volta, si accorse di essere viva. Un capitolo importante della pittura di Sorolla sono infatti le opere dedicate alla Spagna, ai suoi costumi e alla vita quotidiana, intrise di indagine psicologica e, in un certo senso, umanistica: da quei caldi colori esalano il profumo del selciato di una piazza cittadina affollata di gente in un giorno d’estate, la polvere dell’altopiano di Toledo, l’allegria delle feste popolari. E nelle donne e negli uomini in costume (simili nell’intento ai contadini abruzzesi di Filippo Palizzi), si legge la fierezza di ataviche tradizioni, a cominciare dalla corrida.
Dalla pittura di Sorolla emerge il racconto di un Paese antico e orgoglioso, ma che cominciava ad aprirsi alla modernità e a liberarsi da quel sudario controriformista che solo dopo Napoleone aveva cominciato a vacillare. Poco interessato agli sviluppi dell’avanguardia cubista da parte del suo compatriota Picasso, Sorolla fu nominato docente all’Accademia di Belle Arti di Madrid, incarico che mantenne fino alla scomparsa.

Niccolò Lucarelli

Londra // fino al 7 luglio 2019
Sorolla: Spanish Master of Light
THE NATIONAL GALLERY
Trafalgar Square
www.nationalgallery.org.uk

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Niccolò Lucarelli
Laureato in Studi Internazionali, è curatore, critico d’arte, di teatro e di jazz, e saggista di storia militare. Scrive su varie riviste di settore, cercando di fissare sulla pagina quella bellezza che, a ben guardare, ancora esiste nel mondo.