Tra le più influenti personalità del sistema dell’arte, ora anche selezionata da Ralph Rugoff per la prossima Biennale di Venezia, Hito Steyerl (Monaco, 1966) ha ricevuto il Käthe Kollwitz Prize 2019, conferito dall’Akademie der Künste di Berlino. Nella sua sede più recente, dotata di spazi espositivi algidi, con immateriali vetrate protese verso la storica gravità […]

Tra le più influenti personalità del sistema dell’arte, ora anche selezionata da Ralph Rugoff per la prossima Biennale di Venezia, Hito Steyerl (Monaco, 1966) ha ricevuto il Käthe Kollwitz Prize 2019, conferito dall’Akademie der Künste di Berlino. Nella sua sede più recente, dotata di spazi espositivi algidi, con immateriali vetrate protese verso la storica gravità della porta di Brandeburgo, la videoartista e filmmaker tedesca allestisce un’antologica con la problematicità per la quale è ormai rinomata. Reclutata in una scuderia in cui a farle compagnia ci sono, tra i vincitori delle passate edizioni del premio, Mona Hatoum, Katharina Sieverding, Adrian Piper, Steyerl affina le sue armi critiche e una strategia militante di resistenza al capitalismo aggressivo e mutante. Sono molti, infatti, gli interrogativi sollevati in merito al ruolo liberatorio o, viceversa, oppressivo delle nuove tecnologie, con riflessioni ad ampio raggio sul senso dell’arte in un presente agitato da guerre civili permanenti.
Temi affidati nei suoi saggi a più compiute redazioni, ma già in campo nella prima opera in mostra, Abstract (2012), un video binario, commemorativo di una perdita e al contempo testimonianza civile, con un sincopato flusso di immagini generato dalla stessa artista che riprende sia Berlino sia la zona di guerra dove è stata uccisa Andrea Wolf, militante del PKK e sua cara amica. Situazione concettualmente complessa che pone implicazioni a catena sulla responsabilità etica di chi guarda o sulla duplice vocazione della tecnologia, documentaria per un verso e in grado di manipolare la realtà per l’altro.

Hito Steyerl. Installation view at Akademie der Künste, Berlino 2019 © VG Bild-Kunst, Bonn 2019. Photo Andreas Franz Xaver Süß. Courtesy the artist & Andrew Kreps Gallery, New York & Esther Schipper, Berlino
Hito Steyerl. Installation view at Akademie der Künste, Berlino 2019 © VG Bild-Kunst, Bonn 2019. Photo Andreas Franz Xaver Süß. Courtesy the artist & Andrew Kreps Gallery, New York & Esther Schipper, Berlino

HITO STEYERL E LA TECNOLOGIA

Quesiti aperti, governabili con un’arte duty free, come recita il suo famoso testo, in grado cioè di trasmutare verso pratiche insurrezionali pur mantenendosi libera da ogni obbligo di rappresentare o di sbandierare valori o ideologie. Difficile, del resto, cercare una risposta o intravedere un ordine di senso se è la stessa tecnologia a mostrare tutta la sua schizofrenia quando costruisce robot per migliorare le condizioni di vita del pianeta, sebbene con maldestri tentativi (Robots Today, 2016), o quando utilizza gli stessi per distruzioni di chirurgica precisione nelle zone di guerra.
Vale, su tutto, Hell Yeah We Fuck Die, opera “memento” ideata per la Biennale di San Paolo 2016, passata l’anno successivo allo Skulptur Projekte di Münster, che conserva, nel minimalismo luminoso della grande scritta campeggiante, una sintetica e irriverente verità.
In mostra sono presenti anche lavori della fine degli Anni Novanta, video e cortometraggi che indagano realtà urbane mutate da processi sociali e politici, ibridate dagli effetti della globalizzazione e sopraffatte da violenze palesi o sottese. Già in quegli anni, Steyerl rispondeva a una società appena digitalizzata con installazioni multimediali e montaggi fatti d’immagini e testi, mescolando il linguaggio del documentario a quello dell’animazione. Materiali che oggi convergono anche nella sua attività didattica presso l’Università delle Arti di Berlino (UdK), dove ha co-fondato il Research Center for Proxy Politics. Qui tiene lezioni di sociologia politica, non certo in un senso accademicamente ortodosso, ma affrontando temi che incrociano una critica profonda al sistema dell’arte contemporanea in rapporto alle nuove forme di potere, al mondo iperconnesso, in cui la tecnologia assume il valore di un leviatano mediatico, manipolatore e produttore di “stupidità artificiale”. Relazioni pericolose, sostiene l’artista, da cui non sono immuni biennali, fiere e istituzioni museali, sorrette dalle stesse logiche speculative dell’economia neoliberale e con le quali l’artista dovrà coerentemente fare i conti nell’imminente sfida veneziana.

Marilena Di Tursi

Berlino // fino al 14 aprile 2019
Käthe Kollwitz Prize 2019. Hito Steyerl
AKADEMIE DER KÜNSTE
Pariser Platz 4
www.adk.de

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AutoreHito Steyerl
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Marilena Di Tursi
Marilena Di Tursi, giornalista e critico d'arte del Corriere del Mezzogiorno / Corriere della Sera. Collabora con la rivista Segno arte contemporanea. All'interno del sistema dell'arte contemporanea locale e nazionale ha contribuito alla realizzazione di numerosi eventi espositivi, concentrandosi soprattutto sulla promozione dei giovani artisti pugliesi dal 1988 fino ad oggi. È autrice di numerose pubblicazioni e di testi critici di presentazione dell’opera di giovani artisti, contenuti in cataloghi redatti in occasione di mostre personali e collettive. Per conto della Fondazione Corriere della Sera, in qualità di membro del consiglio scientifico, ha curato cicli di incontri dedicati all’arte contemporanea nell’ambito dell’iniziativa “Da Est a Ovest Bari incontra il mondo” (2015/2016) e “Quanto è contemporanea l’arte contemporanea?” (2016, con Marco Scotini, Achille Bonito Oliva, Domenico Fontana, Marco Senaldi). Laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Bari, con una tesi in Storia dell’arte contemporanea, ha conseguito la specializzazione triennale in storia dell’arte medievale e moderna presso l’Università “La Sapienza” di Roma e il titolo di Dottore di ricerca in Documentazione, catalogazione, analisi e riuso dei beni culturali presso la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bari. Insegna Storia dell’arte nel locale Liceo artistico.

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