Istituto Italiano di Cultura in Sud Africa: ecco cosa sta cambiando. Intervista a Fabio Troisi

Da addetto culturale all’IIC di New York a direttore dell’IIC di Pretoria, in Sudafrica. Fabio Troisi fa il punto con Ludovico Pratesi sui primi mesi del suo mandato. E ci racconta i progetti futuri

Cape Town
Cape Town

Da quanto sei arrivato a Pretoria per dirigere l’Istituto Italiano di Cultura nel luglio del 2018, quali sono i principali obiettivi che ti sei prefisso?
Il principale obiettivo è stato quello di allargare il raggio d’azione dell’Istituto fuori dalla capitale, rivolgendosi alle grandi metropoli. Inoltre, penso sia necessario dedicarsi maggiormente a espressioni culturali rappresentative del contemporaneo.

Quindi hai pensato di uscire fuori da Pretoria?
Si, ho pensato di lavorare nelle grandi città del Sudafrica: Johannesburg, Cape Town e Durban.

Quando è stato fondato l’Istituto a Pretoria?
Nel 1996, dopo la fine dell’Apartheid. È un istituto che non ha uno spazio per le proprie attività, quindi siamo costretti a collaborare con istituzioni già presenti sul territorio. Cosa non facile in Sudafrica, per le distanze, gli interessi diversi e i punti di vista contraddittori.

Ti sei orientato subito sulle grandi città…
Esatto. A Johannesburg nel settembre scorso ho partecipato all’Art Week, la manifestazione legata all’Art Fair della città, che aveva invitato l’artista italiana Marta Roberti. Per la Giornata del Contemporaneo 2018 abbiamo realizzato due eventi: il primo al Bioscope di Johannesburg, dove abbiamo realizzato una rassegna video con la Fondazione Volume! dedicata ai rapporti storici tra Italia e Africa. C’erano circa 60 persone e il dibattito successivo alle proiezioni è stato molto animato e vivace. A Cape Town abbiamo proiettato Nysferatu, un video d’animazione di Andrea Mastrovito alla fondazione Norval.

Fabio Troisi
Fabio Troisi

Solo arte contemporanea?
No. Abbiamo realizzato due rassegne di cinema e un tour di world music italiana, la Pizzica, con Maletiempu, l’ultimo album di Rachele Andrioli e Rocco Nigru. È stato un successo enorme e sorprendente, anche perché i sudafricani non ne avevano mai sentito parlare.

E quest’anno?
Abbiamo partecipato ad una coproduzione di opera lirica a Pretoria, stampando il libretto del Don Giovanni di Mozart, dedicandolo a Da Ponte, e abbiamo celebrato la Giornata della Memoria con un focus su Primo Levi. Infine abbiamo avviato la residenza dell’artista italiano Gian Maria Tosatti qui a Cape Town: uno dei progetti a cui tengo di più per celebrare l’anno della Cultura Italiana in Africa.

Come avete messo in piedi questa residenza?
Innanzitutto devo ringraziare il Mibac e il direttore generale Federica Galloni che hanno creduto nel progetto tanto da finanziarlo interamente. Ho cercato una partnership importante sul territorio e ho trovato la fondazione A4. Devo precisare che le borse sono due: una a Cape Town e la seconda a Johannesburg, che si svolge nella seconda parte dell’anno.

Come vengono selezionati gli artisti?
Abbiamo lanciato una call e gli artisti hanno inviato le loro candidature insieme ai loro progetti di ricerca Ne abbiamo ritenute valide 16 su 30, e abbiamo fatto una riunione via Skype con Carolina Italiano del Mibac e Josh Ginsburg, direttore della A4, e così è stato selezionato Tosatti sulla base del progetto presentato.

Market Theatre, Cape Town
Market Theatre, Cape Town

Che caratteristiche ha il progetto?
È un progetto complesso, che parla del territorio con un punto di vista esterno ma senza invaderlo, e questo punto è stato dirimente per Josh che si poneva il problema del contenuto politico del progetto.

Come funziona la borsa?
L’artista rimarrà qui per tre mesi, lavorerà in uno studio concesso dall’A4 e parteciperà a ad alcuni eventi. È un progetto di ricerca ma anche di produzione: questo è l’obiettivo.

La borsa di Johannesburg avrà le stesse caratteristiche?
Sarà differente, perché si svolgerà con due partners. La prima parte della borsa sarà alla August House, una struttura di residenze per artisti soprattutto africani, mentre la seconda parte sarà alla Nirox Foundation, una villa fuori città in un contesto idilliaco, che ha già accolto artisti italiani come Giovanni Ozzola o Pietro Ruffo.

È la prima volta che l’Italia manda artisti italiani in residenza in Africa?
Sì, e sono contento che anche l’Istituto ad Addis Abeba sta per avviare una residenza.

I prossimi progetti?
Quest’anno ho avuto dei finanziamenti extra sia dal Mibac che dal Ministero degli Affari Esteri, in occasione dell’anno italiano della cultura in Africa, e quindi ho potuto varare progetti più ambiziosi.

Quali sono?
A marzo apriamo una mostra sull’Opera italiana, affiancata anche da performance di studenti a Pretoria e da una produzione operistica a Cape Town. Sarà in due sedi, la prima a Pretoria in primavera e in estate a Cape Town, Qui l’opera italiana è amatissima da tutte le comunità, ed è un linguaggio che mi permette di coinvolgere il territorio in un progetto condiviso: gli studenti di TUT, una delle principali vocal school del continente si esibiranno durante il vernissage della mostra a Pretoria il 28 marzo.

Gli altri progetti?
A settembre porteremo Medea, una produzione del Teatro Patologico di Roma, perché in questo paese è molto sentito il problema della disabilità, che andrà in scena al Market Theater a Johannesburg. A giugno porteremo uno spettacolo di danza contemporanea che andra’ in tour in vari paesi africani. A novembre arriveranno I Bassifondi, un ensamble di musica rinascimentale/barocca; anche questa sara’ una prima assoluta per il continente.

E l’arte contemporanea?
In autunno portiamo qui una mostra di arte contemporanea in due sedi, a Johannesburg e a Cape Town. L’idea è quella di coinvolgere 10 artisti italiani tra i 35 e i 45 anni su temi africani, curata da Ilaria Bernardi.

Quanto il Sud Africa conosce dell’Italia contemporanea?
Ci sono aspetti dell’Italia che il Sud Africa conosce ed ama: il design, il cibo, l’opera. Su molti altri aspetti non c’è una grande conoscenza ma molta curiosità. È un paese che si sta aprendo, che sta costruendo la propria identità, e quindi il lavoro da fare è tanto.

– Ludovico Pratesi

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