La storia della democrazia spagnola. Da Venezia a Madrid

Museo Reina Sofía, Madrid ‒ fino al 25 novembre 2019. Parte dalla Biennale del ’76 la riscoperta dell’arte contemporanea spagnola. Una mostra a Madrid raccoglie le opere e le immagini della Transizione, a quarant’anni dall’entrata in vigore della Costituzione. Con il contributo fondamentale dell’Archivio Storico di Venezia.

Juan Genovés, El abrazo, 1976. Museo Reina Sofía, Madrid (c) Juan Genovés, VEGAP, Madrid 2018
Juan Genovés, El abrazo, 1976. Museo Reina Sofía, Madrid (c) Juan Genovés, VEGAP, Madrid 2018

È compito dei grandi musei riflettere sul ruolo dell’arte nelle vicende politiche e sociali di una nazione. In occasione del quarantesimo anniversario dell’approvazione della Costituzione in Spagna, il Museo Reina Sofía allestisce Poetiche della democrazia. Immagini e contro-immagini della Transizione. L’esposizione racconta attraverso 250 opere ‒ pittura, video, fotografia, ma anche cinema, grafica e fumetti, perlopiù provenienti dai fondi del museo ‒  l’esperienza artistica della decade degli Anni Settanta, alla fine del franchismo e a partire dalla morte del dittatore, nel novembre del 1975. In Spagna si denomina infatti Transizione la delicata tappa di passaggio dalla dittatura alla democrazia, epoca di rivendicazioni civili e sociali, culminata con il referendum di approvazione e la promulgazione della Costituzione, nel dicembre del 1978. È proprio allora che in Spagna, insieme con la cultura anti-franchista e i suoi esponenti più attivi e noti a livello internazionale, sorge una subcultura urbana, giovanile, che propone per la prima volta una nuova estetica di carattere partecipativo, rivendicativo e fortemente sociale.

1976. L’ANNO DELLA SPAGNA ANTI-FRANCHISTA IN BIENNALE

Il punto di partenza della mostra è un evento culturale tutto italiano, la Biennale d’arte di Venezia del 1976, presieduta da Carlo Ripa di Meana, intellettuale progressista particolarmente sensibile alle vicende politiche internazionali. Dopo l’omaggio alla resistenza cilena contro Pinochet (Biennale d’arte del ’74), Ripa di Meana decide di focalizzare l’attenzione sulla lotta spagnola contro il franchismo e le sue ripercussioni nell’ambiente artistico e culturale. Incarica perciò una commissione di dieci intellettuali spagnoli (fra i quali i più noti sono Antonio Saura, Antoni Tapiés e Manolo Valdés) ‒ con la collaborazione di Eduardo Arroyo, allora residente in Italia e membro della Commissione arti visive della Biennale stessa ‒ di redigere il programma espositivo intitolato Spagna. Avanguardia artistica e realtà sociale (1936-1976). La morte del Caudillo e gli albori democratici del Paese mutano solo in parte i presupposti ideologici dell’evento: la scelta di aprire una finestra sullo stato dell’arte contemporanea in Spagna, lasciando letteralmente chiuso il padiglione nazionale ai Giardini (simbolo della cultura ufficiale del regime) e occupando invece alcune sale del padiglione centrale, ha un effetto dirompente in Italia, e non solo. Nonostante qualche inevitabile polemica, l’iniziativa della Biennale riscuote un’ampia risonanza mediatica, grazie anche al fitto calendario di eventi collaterali dedicati alle avanguardie spagnole nell’ambito del teatro, del cinema e della musica colta e popolare.

Biennale di Venezia. Padiglionel della Spagna, 1976. Courtesy Miguel Gómez
Biennale di Venezia. Padiglione della Spagna, 1976. Courtesy Miguel Gómez

A MADRID COME AI GIARDINI DI VENEZIA

Sono perciò interamente dedicate alla Biennale di Venezia del ’76 le prime tre sale della mostra allestita al piano terra dell’edificio di Jean Nouvel, a Madrid. Quarantadue anni dopo, al Reina Sofía è stata infatti ricostruita la sala del padiglione centrale ai Giardini dove erano esposte le opere di denuncia politica dei più noti artisti anti-regime dell’epoca: la gigantesca tela Ronda de noche con porras di Eduardo Arroyo (un riferimento ironico al capolavoro di Rembrandt), El abrazo de Juan Genovés (opera considerata oggi il simbolo della Transizione, insieme con l’omonima scultura eretta nella piazza di Anton Martín, a Madrid), un gruppo di serigrafie con ritratti di Antonio Saura, Amnistía di Augustín Ibarrola e i quadri della serie pop iperrealista Paredón del collettivo Equípo Cronica, che denunciavano gli ultimi eccidi del regime. Si tratta di una vera e propria operazione di archeologia culturale realizzata non solo ma anche grazie alle foto d’epoca di Miguel Gómez e che ha implicato la partecipazione attiva dell’Archivio Storico delle arti contemporanee.
Visitare l’archivio della Biennale di Venezia ci ha letteralmente aperto un mondo” ‒ spiega Lola Hinojosa, responsabile della collezione di arte performativa e di inter-media del Reina Sofía di Madrid e tra i curatori della mostra. “Con molta generosità, l’Asac non solo ci ha permesso di consultare il materiale d’archivio relativo al ’76, ma ci ha prestato tutti i documenti in mostra, grazie ai quali diamo l’opportunità ai visitatori di oggi di farsi un’opinione propria sull’importanza dell’avvenimento. Ogni documento parla di un momento concreto del processo di organizzazione della mostra; la Biennale fu un evento inclusivo ed ebbe un carattere fortemente interdisciplinare, grazie alla programmazione di arti sceniche. Persino la cultura basca ebbe un piccolo spazio differenziato, con la bandiera ikurriña. A Venezia nel ‘76 si produsse dunque un piccolo miracolo di riconciliazione nazionale”.
Dal punto di vista documentaristico, la seconda sala mostra una nutrita serie di testimonianze ‒ lettere, documenti ufficiali, scritti vari e manifesti dell’epoca ‒ che raccontano la genesi  della manifestazione e l’interscambio di idee tra la direzione della Biennale e gli artisti spagnoli coinvolti. “Tra gli intellettuali di sinistra, in Italia come in Spagna, si creò allora una sorta di comitato di garanzia misto per promuovere la manifestazione e sostenerne gli ideali politici”, conclude Lola Hinojosa.
Bellissima anche la carrellata di immagini in bianco e nero (molte provenienti dall’archivio personale del sopracitato fotografo Miguel Gómez) che ritraggono spagnoli e italiani riuniti nei diversi momenti di organizzazione e montaggio della mostra.

Equipo Crónica, Paredón 2, 1975. Museo Reina Sofía, Madrid (c) Equipo Crónica (Manolo Valdés), VEGAP, Madrid 2018
Equipo Crónica, Paredón 2, 1975. Museo Reina Sofía, Madrid (c) Equipo Crónica (Manolo Valdés), VEGAP, Madrid 2018

LA PRIMA VOLTA DELL’ARCHIVIO STORICO ALL’ESTERO

È la prima volta che l’Archivio Storico della Biennale collabora con un grande museo all’estero e contribuisce in modo così incisivo alla realizzazione di una mostra di tale importanza e livello scientifico”, spiega Debora Rossi, capo degli affari legali e istituzionali, vicario della Fondazione, incaricata anche dei progetti di valorizzazione dell’Archivio. “L’Archivio Storico della Biennale nasce nel 1928: lo scopo dei promotori era di recuperare e conservare materiali di diverso tipo e origine, riguardanti le opere degli artisti partecipanti. Si trovava in Ca’ Corner della Regina, il palazzo sul Canal Grande oggi sede veneziana della Fondazione Prada. Dagli anni Duemila i Fondi hanno trovato casa in due nuove sedi: la Biblioteca all’interno del Padiglione Centrale ai Giardini e l’archivio al Parco Scientifico Tecnologico Vega a Marghera, dove tutti i documenti, riordinati e in buona parte digitalizzati, sono accessibili a ricercatori di tutto il mondo (circa 2mila l’anno). L’Archivio della Biennale è riconosciuto come una straordinaria fonte di informazione e di studio, e costituisce da sempre un riferimento importante per studenti e ricercatori sul tema della storia dell’istituzione stessa (conserva documenti dal 1893) e delle arti contemporanee più in generale. Così come è oggi, l’Archivio della Biennale rappresenta la storia passata ma anche la sua trasformazione presente e costituisce un luogo di riferimento per i direttori artistici nel progettare le mostre del futuro. Si presenta poi come uno spazio vivo, che organizza e promuove incontri e convegni, e dove, con la guida degli stessi direttori artistici, seleziona giovani laureati che possono approfondire i programmi delle manifestazioni correnti e imparare a scrivere saggi critici e scientifici, grazie al programma Biennale College – ASAC- Scrivere in residenza”.
L’episodio veneziano sembra dunque essere stato essenziale per diffondere in ambito europeo l’arte della Spagna contemporanea. “Nel nostro Archivio” ‒ conclude Debora Rossi
‒ “gli spagnoli hanno ritrovato una parte della loro storia, della loro cultura, che per molti forse resta ancora sconosciuta”.

Federica Lonati

Madrid // fino al 25 novembre 2019
Poetiche dl la democrazia. Immagini e contro-immagini della Transizione
MUSEO REINA SOFÍA
Calle Santa Isabel 52
www.museoreinasofia.es

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Federica Lonati, nata a Milano nel 1967, diploma di Liceo classico a Varese, si è laureata nel 1992 in Lettere Moderne alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Cattolica di Milano con una tesi dedicata all’opera lirica e alla sua riproducibilità audiovisiva (Comunicazioni Sociali). Giornalista professionista dal 1997, dai primi anni Novanta collabora con “La Prealpina”, quotidiano di Varese, scrivendo soprattutto di teatro, opera lirica e musica classica. Dal 1995 è assunta nella redazione di “Lombardia Oggi”, settimanale di attualità, spettacoli e tempo libero, allegato domenicale al quotidiano “La Prealpina”. Redattore ordinario fino all’agosto del 2005, si occupa delle pagine di arte, musica classica e attualità in generale. Dal settembre 2005 vive a Madrid. Dalla Spagna ha scritto articoli per “Libero”, “Qui Touring”,”Il Corriere del Ticino”, “Il Sole 24 Ore” e “Grazia”. Tra il 2008 e il 2011 ha collaborato con “Agrisole”, supplemento settimanale del “Sole 24 ore”, realizzando cronache e reportage dedicati all’economia agricola spagnola.

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