“Les Ateliers de Rennes” è la seconda biennale più importante in Francia. Con 31 artisti di 13 nazionalità diverse, giunge alla sua sesta edizione, curata da Étienne Bernard & Céline Kopp.

Fare un’inchiesta, che sia anche artistica, su quello che accade oggi significa confrontarsi con uno scenario poco promettente in termini di futuro. I due curatori de Les Ateliers de Rennes hanno scelto un titolo e una costellazione di artisti che cerca in maniera utopica di immaginare il tempo che verrà attraverso la sovversione. Già il titolo gioca con un’ambiguità che esclude ogni fissazione e formalismo: À Cris Ouverts (a grida aperte) in francese suona anche come à crise ou-vert / vers, generando mutazioni di senso già dal ritmo del titolo. È l’appello sonoro ‒ e visivo ‒ ad abitare il mondo in modo diverso e sconosciuto attivando modalità di esistenza per dissonanze, contestazioni e rotture di senso. È l’appello alla creazione di una nuova collettività capace di sovvertire le convenzioni, che esse siano gerarchie di potere, di razza, di classe e di genere. Per abbozzare questo piano di riformulazione sociale e storica e per inscenarlo all’interno di una biennale, Étienne Bernard & Céline Kopp hanno pensato di organizzare delle riunioni preliminari alla biennale dove, con quasi tutti gli artisti coinvolti, si costruiva collettivamente la narrazione del progetto espositivo. È la volontà di mettere in atto pratiche fuggitive e metamorfiche, per sfuggire a ogni possibile censura dettata dalla regolamentazione. Approcci in modalità selvagge, umili, alternative e trasformative per generare un nuovo sguardo sul mondo. È un gioco di connessioni e di ritmi che si ripropone apertamente tra le opere e in maniera diversa a seconda degli spazi in cui sono ospitate.

HALLE DE LA COURROUZE

La sede centrale, per esempio, la Halle de la Courrouze, è probabilmente il luogo dove è più visibile questa fluttuazione di confini e questo spirito di insubordinazione e clandestinità. Si inizia con le opere di Julien Creuzet, sculture composte da materiali diversi, materiali di scarto e tessili, che, combinandosi con video glitch, investigano il grado di tossicità delle relazioni. Questo rapporto con la materia e i suoi significati lo ritroviamo anche nell’installazione di Jesse Darling che percorre una buona parte del soffitto della prima sala. È una composizione animata da quello che l’artista chiama “plastic china bullshit”. L’installazione di Kenzi Shiokawa, fatta di figurine in legno e macramè, celebra i sincretismi culturali. Erika Vogt esplora con le sue sculture i rimandi temporali che le forme primarie evocano, prolungando la sua riflessione all’ambiguità dell’oggetto scultura e ai significati che assume a seconda del contesto temporale, sociale e politico. In questa prima sezione va infine senza dubbio menzionato il video dell’artista francese Julie Béna. Installato come un peep- show, Who wants to be my horse? è collocato all’interno di una struttura cinta da barre metalliche. Tra oscenità e qualità scenografica, con la presenza di Madison Young, militante del movimento pro-sex, il video racconta con ironia burlesque l’autobiografia sessuale dell’artista e include sketch comici a opera di Dita Lam e Shanta Rao.
Anna Le Troter ci fa immergere in una sala frigorifera in cui è conservato lo sperma umano, ponendoci di fronte all’ambiguità dell’emancipazione del desiderio.

Les Ateliers de Rennes 2018. Installation view at Musée des beaux arts, Rennes 2018. Photo © Aurélien Mole
Les Ateliers de Rennes 2018. Installation view at Musée des beaux arts, Rennes 2018. Photo © Aurélien Mole

LE ALTRE SEDI

Tra le altre sedi della Biennale il Frac Bretagne accoglie una narrazione espositiva più pacata e istituzionale, prettamente focalizzata sul tema del corpo. Al piano inferiore troviamo l’installazione video di Virgile Fraisse, che continua la sua serie inaugurata con l’indagine condotta tra le sponde di Palermo e Marsiglia. Questa volta il suo nuovo film si svolge a Singapore. Al piano superiore si entra in uno spazio colmo di luce, dove a ogni sala corrisponde anche una frase. La prima sala è dedicata all’italiano Enrico David (tra i nomi del prossimo padiglione italiano alla Biennale di Venezia), lasciando spazio a forme strane e metamorfiche che figurano sulle tele e nelle sculture dell’artista. Seguono una sala dedicata al lavoro del canadese Raymond Boisjoly e le video-sculture-installazioni di Oreet Ashery. Terry Adkins ci proietta invece nel liveness della storia africana. Il percorso espositivo del Museé des Beaux Arts porta per la prima volta una biennale all’interno delle collezioni, tentando di cambiare la grammatica della narrazione espositiva. Come nel caso dell’opera di Sonia Boyce, che ha filmato un video a partire dall’improvvisazione di giovani studenti d’arte di fronte alle opere del museo. Presso la Galerie Art & Essai, invece, Paul Maheke ha coreografato una splendida performance che completava l’ambiente installato e il racconto dei video nelle sale più piccole. L’atmosfera scenografica è magica: carte da gioco, tende, sfere di cristallo, grandi cerchi poggiati sul pavimento e l’idea del mago che fa sparire e riapparire le cose, facendole incontrare. Anche l’immagine del fantasma è centrale, come simbolo di iper visibilità, di passato, presente e futuro, ma anche simbolo delle identità minori. Complessivamente l’artista, che in passato ha esplorato le identità sessuali, si è servito ancora delle teorie femministe, ma questa volta astratte attraverso l’idea di cosmologia. Una cospicua parte delle opere esposte in biennale sono dei video, come già è accaduto per la Manifesta di Palermo, per la Biennale di Berlino. Una delle opere d’eccezione è We hold where study (2017) di Wu Tsang: film sperimentale creato con la collaborazione coreografica di Boychild e Ligia Lewis, che esplora l’idea dell’immagine come passaggio attraverso un video a due canali. Elementi rituali ed effetti di trasparenza e opacità dello schermo, forza dell’immagine e idea di transness.

OLTRE RENNES

Anche la Galerie Raymond Hain, fuori da Rennes, nel bellissimo paesino bretone di Saint-Brieuc, accoglie un video di Madison Bycroft, cui si deve anche un’installazione di opere che assemblano figure metamorfiche, ibride, semi animali, semi puppet, a metà tra oggetti scenografici e oggetti da museo etnografico. Il film invece racconta la storia di due donne pirata che si imbarcano in un viaggio fingendosi uomini. I personaggi sono androgini e giochi di camouflage prolungano visivamente la mollusk theory dell’artista. La Criée di Rennes, invece, accoglie i video di Meriem Bennani, anch’essi dalla natura ibrida: servendosi della docu-fiction, l’artista segue le vicende di due personaggi sulle sponde del Marocco, registrando gli effetti della mondializzazione e la mutazione delle tradizioni locali. Alcune scene vedono l’inserimento di effetti d’animazione, anche in questo caso molti animali fanno la loro irruzione. Infine, anche 40mcube ospita un video, adopera di Pauline Boudry /Renate Lorenz, dove più soggetti, identità queer, attiviste punk come Kathy Acker, prendono la parola in un unico monologo composto di frammenti e di slittamenti. Siamo certamente in una crisi aperta; gli artisti in questione ci offrono delle piste da seguire.

Sonia D’Alto

Rennes // fino al 2 dicembre 2018
Les Atelier di Rennes ‒ À Cris Ouverts
SEDI VARIE
www.lesateliersderennes.fr

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Sonia D'Alto
Sonia D’Alto è storica e critica dell’arte. Curatrice, scrive per diverse testate. Editor associata di un magazine indipendente francese, si occupa di una residenza a Marsiglia che accoglie artisti italiani e inglesi. È interessata alle tendenze Post-Internet, al New Materialism, alla Performance, all’immagine filmica e allo storytelling espositivo.