Lontano dalla effervescente scena artistica di Tel Aviv, Gerusalemme appare come distante, disinteressata rispetto all’urgenza di anticipare le espressioni del contemporaneo. Una prospettiva da sfatare almeno parzialmente, e da rileggere lungo una chiave di ricerca che privilegia l’approfondimento della propria identità.

Così vicina, così lontana. Se la capitale economica di Israele – l’effervescente, secolare Tel Aviv ‒ rappresenta senza ombra di dubbio anche un vivacissimo centro di sperimentazione per l’arte contemporanea, la sua capitale politica – la millenaria Gerusalemme – non condivide lo stesso slancio verso la produzione artistica e creativa. Simbolo sacro per le tre religioni monoteiste, nonché epicentro di un conflitto politico che non può che incidere sulla vitalità e la freschezza della vita di tutti i giorni, Gerusalemme gioca da anni il ruolo di bella addormentata, volontariamente al riparo dalle tendenze dell’arte contemporanea. Segno che niente si muove, al di là dei grandi musei istituzionali o delle gallerie di maniera? Non esattamente, se scavando sotto la superficie è possibile individuare segnali interessanti di una ricerca in corso. Da non leggere necessariamente come una vocazione verso il contemporaneo e l’innovazione, quanto come un approfondimento sulla propria identità, sulla propria carica simbolica e sulla inevitabile ricchezza culturale delineata dalle grandi comunità che la abitano.

NELLO STUDIO DI BEVERLY BARKAT

Architetto di formazione, Beverly Barkat ha deciso di consacrarsi alla pittura seguendo una chiamata radicale e totalizzante. Durante la Biennale di Venezia del 2017, il suo esordio italiano al Museo di Palazzo Grimani si è conquistato l’attenzione del pubblico con l’installazione Evocative Surfaces, recentemente acquisita nella collezione permanente del museo. Oggi la Barkat si prepara a una nuova esposizione (a cura di Giorgia Calò) che verrà inaugurata a Roma il prossimo autunno al Museo Boncompagni Ludovisi. La nuova installazione, una “torre” che ha preso il nome di After the Tribes, è un chiaro riferimento alla storia millenaria del popolo ebraico ma anche un monito che ben si riflette sulla sua identità odierna: la diversità e la ricchezza che caratterizzano ancora oggi le diverse famiglie ed espressioni del giudaismo – da quelle ultraortodosse a quelle secolari ‒ possono e devono per Barkat arrivare a una sintesi, a riconoscersi a dispetto delle differenze in un denominatore comune. Immersa nella luce vibrante e rosata del suo studio di Gerusalemme, la Barkat continua a sperimentare, come già per il lavoro a Palazzo Grimani, una inedita tecnica di pittura su pvc, che le permette di giocare con i riflessi scaturiti dall’applicazione su questo materiale trasparente di differenti materiali naturali raccolti in alcune località epiche di Israele, dal deserto del Negev al Mar Morto alle spiagge del Mediterraneo.

Beverly Barkat nel suo studio
Beverly Barkat nel suo studio

IL MUSEO DI TERRA SANCTA

La presenza francescana in Terra Santa è tra le più antiche nella storia degli ordini cristiani che a Gerusalemme si sono insediati a partire dal V secolo. Su via Dolorosa, la strada che, secondo la religione cristiana, Gesù percorse muovendosi verso il Golgota e la crocifissione, sorge oggi il museo che l’ordine francescano di Terra Sancta ha aperto nel 2016. A partire da giugno, l’istituzione si è arricchita di una nuova ala dedicata alle collezioni archeologiche dello Studium Biblicum Franciscanum, il dipartimento di Scienze Bibliche dell’Università Pontificia di Roma. Ospitati in un edificio di epoca crociata, i reperti selezionati hanno dato vita a una mostra dal titolo The House of Herods: Life and Power in the Age of the New Testament and Monastic Movement, con più di 300 artefatti dall’epoca di Erode fino al VI secolo. Accanto, l’ala multimediale del museo offre la possibilità di godere di un percorso immersivo della durata di 15 minuti che ricostruisce la vita della Gerusalemme cristiana, dalla nascita di Gesù fino ai nostri giorni. Entro il 2019, il museo prevede una successiva espansione, con una nuova ala dedicata all’approfondimento storico.

Al Ma'mal 20 Years On. The Kassissieh Tile Factory Renovation
Al Ma’mal 20 Years On. The Kassissieh Tile Factory Renovation

LA FONDAZIONE AL MA’MAL

Nata sulle ceneri di una vecchia fabbrica di piastrelle nel quartiere cristiano della città vecchia di Gerusalemme, la Al Ma’mal Foundation lavora a partire dalla sua nascita nel 1998 per far convergere e dare visibilità alle espressioni più significative della cultura artistica palestinese. Vero e proprio epicentro di un fervente programma culturale, aperto a workshop, concerti, talk e proiezioni oltre che a mostre, l’hub può essere considerato come un vero e proprio incubatore, agente attivo nella interconnessione tra la cultura locale e quella internazionale. Ancora una volta, la questione dell’identità è centrale nella definizione della linea curatoriale. Se in questi giorni una mostra dedicata ai venti anni della fondazione – Al Ma’mal 20 Years On: The Kassissieh Tile Factory Renovation ‒ rievoca il percorso di recupero architettonico della fabbrica e il suo riaprirsi alla cittadinanza, le mostre promosse nel passato recente – come Stone Stills, monografica di Johny Andonia, o 100 Years, di Jack Persekian ‒privilegiano una rilettura in chiave contemporanea dei grandi topos della cultura palestinese e della storia di Gerusalemme, offrendo il privilegio di una visione lontana dallo stereotipo.

Giulia Zappa

www.beverlybarkat.com
www.terrasanctamuseum.org
www.almamalfoundation.org

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AutoreBeverly Barkat
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Giulia Zappa
Laureata in comunicazione all’Università di Bologna con una tesi in semiotica su Droog Design, si specializza in multimedia content design e design management a Firenze e New York. Da oltre dieci anni lavora come design&communication strategist, occupandosi di progetti a cavallo tra comunicazione e prodotto. Ha insegnato Comunicazione Multimediale all’Accademia di Belle Arti di Roma. È consulente per programmi internazionali di design per lo sviluppo. Giornalista pubblicista, per Artribune è responsabile editoriale delle pagine dedicate al design.

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