Ludovico Pratesi descrive in prima persona lo scenario espositivo della città libanese. Sottolineando la vivacità delle sue proposte culturali.

L’ultima volta che avevo visitato Beirut nel 2010 l’arte contemporanea era del tutto assente dalla scena istituzionale, come se la città affidasse la propria immagine culturale a un passato che il trauma della guerra civile aveva reso ancora più mitico e splendente. Otto anni dopo la capitale libanese appare come uno dei luoghi centrali per la diffusione dell’arte in Medio Oriente, con spinte e pulsioni provenienti da collezionisti privati che impegnano le loro risorse per costruire spazi istituzionali dove raccontare la storia dell’arte moderna non solo del Libano ma in tutto il mondo arabo. Per non parlare delle gallerie private, che compongono una scena che unisce con sapienza e precisione locale e globale, senza sbavature e compromessi. Ma cominciamo dalle collezioni, punto di partenza e di arrivo di due nuovi musei, entrambi previsti per il 2020. Il primo si chiamerà BeMa ‒ Beirut Art Museum, sarà costruito dallo studio di architettura HW Architecture e dedicato principalmente all’arte moderna libanese, promosso da un gruppo di collezionisti capeggiato da Abraham Karabajakan, che mette a disposizione un cospicuo gruppo di opere di artisti come Paul Guiragossian, Elie Kanaan o Shafic Abboud, insieme ad alcune incursioni nel contemporaneo, come le installazioni del palestinese Rhaman Katanani. Ospitate in un grande loft nel complesso residenziale di Marina Bay, le opere attendono di essere esposte nel futuro museo, del quale è già stata decisa la location e le caratteristiche.

Talar Aghbashian. Exhibition view at Marfa Projects, Beirut 2018
Talar Aghbashian. Exhibition view at Marfa Projects, Beirut 2018

LE FONDAZIONI

All’intero mondo arabo si rivolge invece la Dalloul Art Foundation, che riunisce 4mila pezzi, attualmente custoditi in un edificio in un quartiere residenziale della città, dove sono visibili centinaia di opere che compongono una panoramica dell’arte del Ventesimo secolo tra Egitto, Siria, Iraq, Tunisia, Marocco e Giordania, a esclusione di Iran e Turchia, in quanto non considerati Paesi di cultura araba. In attesa di essere allestite nel futuro Beirut Arab Art Museum, le opere selezionate nell’arco di 40 anni da Ramzi e Saeda Dalloul insieme al loro figlio Basel sono disposte nelle stanze dei quattro appartamenti ‒ spaziando dall’egiziano Mahmoud Saïd ai libanesi Saliba Douaihy e Etel Adnan fino all’iracheno Dia Al-Azzawi.
Se Karabajakan e Dalloul lavorano per la promozione dell’arte araba moderna (oggetto del ponderoso volume scientifico Modern Art in the Arab World: Primary Documents, pubblicato dal MoMA pochi mesi fa), il tycoon del lusso Tony Salamé punta sul contemporaneo internazionale, con una collezione di 2500 opere, che vengono esposte a rotazione alla Fondazione Aishti, in un edificio realizzato da David Adjaye. La Fondazione organizza una mostra all’anno, che viene inaugurata alla fine di ottobre, subito dopo la fiera Fiac di Parigi; attualmente Aishti propone la mostra The Trick Brain: una collettiva curata da Massimiliano Gioni e dedicata all’arte neosurrealista, che prende il titolo da un video di Ed Atkins e riunisce 240 opere di 60 artisti dalla collezione di Salamé. Installazioni, sculture ma soprattutto molta pittura, in una sorta di caleidoscopica panoramica tra fantasia, grottesco, nuova tecnologia e sessualità, dove si confrontano opere di maestri come Isa Genzken, Maria Lassnig, John Armleder, Cindy Sherman e Wolfgang Tillmans accanto a lavori di giovanissimi come Trisha Braga, Alex da Corte o Ajay Kurian.

TA, Lido, Oil on canvas, 102x76cm, 2018
TA, Lido, Oil on canvas, 102x76cm, 2018

GALLERIE E MOSTRE

Sul versante delle istituzioni va segnalata la riapertura nel 2015 del Sursock Museum, completamente rinnovato e dotato di nuovi spazi per una programmazione sul contemporaneo, che si aggiungono alla struttura dell’antica dimora del collezionista Nicolas Sursock, donata alla città di Beirut nel 1952 dopo la sua morte. La stessa vitalità si ritrova nell’ambito delle gallerie private, con una decina di spazi disseminati in diverse zone della città. Forse la mostra più spettacolare è Fragments, la personale del giovane libanese Rayyane Tabet nello spazio industriale della galleria Sfeir-Semler, che ricostruisce la vicenda della scoperta del sito archeologico di Tell Halaf, in Siria, da parte del diplomatico tedesco Max von Oppenheim, e della sua successiva musealizzazione, ancora parziale. Attraverso un allestimento spettacolare e concettualmente assai rilevante, la mostra visualizza il pellegrinaggio compiuto dai resti di Tell Halaf nei musei europei e americani, dal Pergamon di Berlino al Metropolitan di New York, intrecciando storie personali e memorie di famiglia. Legata alla storia recente del Libano è la mostra Perpetual Identities dell’artista libanese Katya Traboulsi nella galleria Salek-Barakat, incentrata su un’unica installazione composta da un gruppo di bombe che rappresentano ognuna una nazione del mondo. “La mia adolescenza è stata dominata dalla presenza dei bombardamenti, quindi mi è sembrato naturale scegliere la bomba per raccontare l’identità del mio Paese”, spiega l’artista. La galleria Tanit punta sulla fotografia con She, la personale di Rania Matar che esplora l’evoluzione delle donne dall’infanzia all’adolescenza, sottolineandone i comportamenti psicologici. Infine, la neonata delle gallerie di Beirut è Marfa Projects, uno spazio sul porto fondato dalla giovane e brillante collezionista Joumana Asseily, dove sono esposti i dipinti figurativi di Talar Aghbashian, che riproducono scene di paesaggi urbani libanesi con notevole sensibilità cromatica. “A Beirut esiste un collezionismo vivace, che spazia dall’arte moderna al contemporaneo internazionale, ma è sempre attento agli emergenti, e affolla le gallerie soprattutto durante la Beirut Art Fair, a fine settembre”, spiega Joumana.
Last but not least, la Carwan Gallery, protagonista del fertile territorio tra arte e design, con una programmazione ambiziosa che vede i due galleristi Nicolas Bellavance Lecompte e Pascal Wakin presenti nelle principali fiere internazionali. Per concludere, un drink sulla terrazza dell’Iris, il ristorante all’ aperto affacciato sul porto, dove la jeunesse dorée balla scatenata, nella speranza che nessun raid possa più interrompere l’evoluzione di una città aperta e ospitale, lanciata verso un futuro dove la cultura contemporanea avrà uno spazio non trascurabile.

Ludovico Pratesi

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Ludovico Pratesi
Curatore e critico d'arte. Dal 2001 al 2017 è stato Direttore artistico del Centro Arti Visive Pescheria di Pesaro Direttore della Fondazione Guastalla per l'arte contemporanea. Direttore artistico dell’associazione Giovani Collezionisti. Professore di Didattica dell’arte all’Università IULM di Milano Direttore Artistico di Spazio Taverna Dal 2009 al 2011 è stato curatore scientifico di palazzo Fabroni di Pistoia. Dal 2006 al 2010 è stato Presidente dell’AICA. Dal 2012 al 2015 è stato Vice Presidente dell'AMACI (Associazione Musei Arte Contemporanea Italiana). Dal 1995 al 2010 è stato Consigliere di Amministrazione per la Quadriennale d’Arte di Roma. Critico del quotidiano La Repubblica.