Bruges, o per meglio dire Brugge, è il capoluogo della Fiandre Occidentali e una delle città più note del Belgio. Il merito va anzitutto al suo centro storico medioevale, che nel 2000 è stato inserito dall’Unesco nell’elenco dei Patrimoni mondiali dell’umanità. Il periodo d’oro della città si colloca fra il XII e il XV secolo, quando divenne una delle tre sedi della corte di Filippo il Buono: gli abitanti raggiunsero le 40mila unità e proprio qui, nel 1309, fu aperta la prima borsa valori al mondo.

Un consiglio prima di partire: se volete adottare una prospettiva atipica per capire cosa vi aspetta, guardate o riguardate il film di Martin McDonagh In Bruges – La coscienza dell’assassino (2008), con Colin Farrell, Brendan Gleeson e Ralph Fiennes. Scoprirete che i celeberrimi canali (chiamati “reien”), un tempo mezzi di comunicazione commerciale e ora must turistico, possono avere anche un côté noir. Oppure potete optare per la versione bollywoodiana, scoprendo Bruges attraverso Peekay (2014) di Rajkumar Hirani.
Le pellicole ambientate qui non sono certo finite: trovate l’elenco completo su visitbruges.be, unitamente alle mappe che vi permetteranno di seguire passo passo le orme del vostro film preferito (quando si dice l’inclusività turistica!).

INTORNO AL MERCATO

Il punto di partenza per un tour più classico – che può e deve essere incrociato con quello che segue le opere disseminate per la città grazie alla Triennale Brugge 2018 – è la piazza del Mercato, pivot cittadino sin dal X secolo.
Qui si affaccia una delle più importanti vette dello skyline di Bruges, la torre civica chiamata Belfort: un tempo era la sede degli archivi comunali e fungeva, con i suoi 83 metri d’altezza, da punto di avvistamento degli incendi. Ora la si può visitare per godere dell’eccezionale vista sull’area circostante: lo sforzo consiste nel salire 366 gradini, ma è ripagato anche da uno strepitoso carillon articolato in ben 47 campane, il cui assetto attuale risale al 1741. Per sentirlo suonare, l’appuntamento è alle ore 11 di mercoledì (giorno in cui si tiene anche il mercato), sabato e domenica.

Bruges. Photo (c) Sarah Bauwens
Bruges. Photo (c) Sarah Bauwens

IL TOUR DELLE CHIESE

Per proseguire, si può procedere lungo il filo delle chiese e delle cappelle che ancora conservano le opere realizzate ad hoc dai maestri fiamminghi. A cominciare dalla Cattedrale del Salvatore, che possiede una ricca collezione di dipinti realizzati fra il XIV e il XVIII secolo, fra i quali il Trittico di Sant’Ippolito (1468 ca.) di Dieric Bouts.
Tappa obbligata, la Chiesa di Nostra Signora, capolavoro dell’architettura gotica e sede del mausoleo di Maria di Borgogna e Carlo il Temerario. Qui ci si dirige, come primissimo dovere artistico, ad ammirare la Madonna di Bruges (1506) di Michelangelo. La scultura in marmo di Carrara era destinata all’Altare Piccolomini del Duomo di Siena, ma un commerciante fiammingo, tal Jan van Moeskroen, la acquistò e la donò alla chiesa di Bruges nel 1514. Rubata prima dai francesi e poi dai nazisti, ha sempre fatto ritorno. Ma non solo di Michelangelo si gode: fra i dipinti disseminati nell’edificio religioso meritano attenzione almeno la Trasfigurazione di Cristo (1520) di Gerard David e l’Adorazione dei Pastori (1574) di Pieter Pourbus.
Terza stazione di questo tour ecclesiastico è la Chiesa di San Giacomo. Un esterno in gotico francese e un interno barocco custodiscono un trittico affascinante che narra la Leggenda di Santa Lucia. Del dipinto realizzato nel 1480 non si conosce l’autore, sebbene venga doverosamente inserito nella rosa dei Primitivi fiamminghi. E così è universalmente noto proprio con il soprannome di Maestro della Leggenda di Santa Lucia.

SENTIERI POCO BATTUTI

L’offerta museale di Bruges è mozzafiato: dai van Eyck conservati al Groeningemuseum ai Memling di casa al Sint-Janshospitaal, mentre il Gruuthusemuseum si sta rifacendo il trucco. Ma ce ne sono molti altri, visitabili con un unico biglietto, il Museumpas ideato da Musea Brugge, che permette di ridurre lo stress e anche la spesa complessiva.
Qui però vi diamo ancora un paio di consigli meno consueti. In primo luogo, l’invito è ad andare a vedere il Concertgebouw. Lo hanno progettato gli architetti Paul Robbrecht e Hilde Daem nel 2002, quando la città è stata Capitale europea della cultura. L’edificio non è particolarmente memorabile e va da sé che ha sollevato accese discussioni fra gli abitanti; ma è esattamente questo il punto: Bruges dimostra di essere amministrata in maniera dinamica e con uno sguardo al futuro, e se questo crea dibattito, meglio ancora, perché soltanto così l’identità della città resta viva e vivace.
Il secondo consiglio è di spingervi nel quartiere di Sant’Anna, dove ci sono musei e mulini, ma soprattutto il Café Vlissinghe. Perché spingervi fin qui, quando di locali simili ce ne sono tantissimi anche in centro? Beh, perché difficilmente ne troverete un altro che è stato aperto nel… 1515.

Gruuthusemuseum, Bruges. Photo (c) Sarah Bauwens
Gruuthusemuseum, Bruges. Photo (c) Sarah Bauwens

DELIZIE PER IL PALATO

Non si può lasciare Bruges senza aver soddisfatto almeno due piaceri culinari. Magari in sequenza. Partendo con la visita a uno dei tanti maestri cioccolatieri della città, scegliendo – ma non necessariamente! – fra produttori artigianali come Sweertvaegher, the Chocolate Line di Dominique Persoone, Sukerbuyc, Depla o Spegelaere. Per finire con la cena in uno dei ristoranti gourmet che punteggiano le strade del centro fiammingo: si parte dalle tre stelle Michelin di Hertog Jan, si passa alle due stelle di De Jonkman e di Bartholomeus e si arriva ai ben dodici monostella fra i quali optare.

NUOVA VITA PER IL GRUUTHUSEMUSEUM

Qui risiedeva Lord Lodewijk di Gruuthuse. Il motivo di tanta ricchezza? Il cavaliere era innanzitutto un mercante e la sua specialità era il “gruut”, ovvero una mistura di erbe che, mescolata all’orzo, era ampiamente utilizzata per far fermentare la birra.
Quella labirintica dimora goticheggiante del XV secolo – a cui si sono aggiunti gli interventi sulle ali est e sud da parte dell’architetto Louis Delacenserie nella seconda metà dell’Ottocento – è ora un museo articolato in ventidue sale, con arredi d’epoca e una collezione che spazia in tutti i meandri delle cosiddette arti decorative: arazzi e armi, ceramiche e strumenti musicali, mobili e ceramiche, pizzi e argenteria. Da citare almeno il busto in terracotta raffigurante Carlo V, datato intorno al 1520 e attribuito a Conrat Meit.
Pezzo forte del percorso, l’oratorio edificato nel 1472. Si tratta di una cappella privata, interamente decorata da una boiserie, che affaccia sul coro della Chiesa di Nostra Signora e che permetteva ai membri della famiglia di assistere alle funzioni religiose da una posizione assai privilegiata.
Tutto questo al momento non è però visibile, perché il museo è oggetto di un ampio progetto di rinnovamento quinquennale e la riapertura è programmata per la primavera del 2019. Ma vale la pena attendere, perché non soltanto il Gruuthusemuseum permette di comprendere appieno lo stile di vita di un abitante della Bruges del Quattrocento, ma altresì di apprezzare come nelle Fiandre, finanche nei suoi luoghi più legati alla tradizione, permanga una spiccata disponibilità al contemporaneo. La ristrutturazione non concerne infatti soltanto l’edificio storico del museo, ma comprende anche la creazione ex novo di un padiglione che collegherà il Gruuthusemuseum alla Onze-Lieve-Vrouwekerk. Il cortile diventerà così una hall ricettiva e al contempo una sorta di presentazione multimediale di tutta l’offerta museale cittadina.

Marco Enrico Giacomelli

www.visitbruges.be
https://xplorebruges.be

Articolo pubblicato su Artribune Magazine #42 ‒ Speciale Fiandre

Abbonati ad Artribune Magazine
Acquista la tua 
inserzione sul prossimo Artribune

Iscriviti alla nostra newsletter
CONDIVIDI
Giornalista e dottore di ricerca in Estetica, ha studiato filosofia alle Università di Torino, Paris8 e Bologna. Ha collaborato all’"Abécédaire de Michel Foucault" (Mons-Paris 2004) e all’"Abécédaire de Jacques Derrida" (Mons-Paris 2007). Tra le sue pubblicazioni: "Ascendances et filiations foucaldiennes en Italie: l’operaïsme en perspective" (Paris 2004; trad. sp., Buenos Aires 2006; trad. it., Roma 2010), "Another Italian Anomaly? On Embedded Critics" (Trieste 2005), "La Nuovelle École Romaine" (Paris 2006), "Un filosofo tra patafisica e surrealismo. René Daumal dal Grand Jeu all'induismo" (Roma 2011), "Di tutto un pop. Un percorso fra arte e scrittura nell'opera di Mike Kelley" (Milano 2014), "Un regard sur l’art contemporain italien du XXIe siècle" (Paris 2016, con Arianna Testino). In qualità di traduttore, ha pubblicato testi di Augé, Bourriaud, Deleuze, Groys e Revel. Nel 2014 ha curato la mostra (al Museo della Scienza e della Tecnologia di Milano) e il libro (edito da Marsilio) "Achille Compagnoni. Oltre il K2". Nel 2018 ha curato la X edizione della Via del Sale in dieci paesi dell'Alta Langa e della Val Bormida. Ha tenuto seminari e lezioni in numerose istituzioni e università, fra le quali la Cattolica, lo IULM, l'Università Milano-Bicocca e l'Accademia di Brera di Milano, la Libera Università di Bolzano, l’Alma Mater di Bologna, la LUISS di Roma, lo IUAV e Ca' Foscari di Venezia, l'Accademia Albertina di Torino. Redige (insieme a Massimiliano Tonelli) la sezione dedicata all'arte contemporanea del rapporto annuale "Io sono cultura" prodotto dalla Fondazione Symbola. Insegna Critical Writing alla NABA di Milano. È vicedirettore editoriale di Artribune e direttore responsabile di Artribune Magazine.