Tra copertine di dischi, alcuni arredi, fotografie, poche installazioni, costumi, gigantografie, mockup, strobo, insegne e locandine, la mostra allestita al Vitra Design Museum racconta estetica e fenomenologia del nightclubbing. Ma non sembra andare in profondità e non coinvolge.

Negli ultimi cinque anni, sociologi, critici musicali, storici dell’arte e del design stanno provando a censire con necessaria frenesia tutto quel che è feticisticamente sopravvissuto agli spazi del cosiddetto clubbing. Soglie notturne all’interno delle quali nuove estetiche e nuove tecnologie, a partire dagli inizi degli Anni Sessanta, trascinavano ogni successo del cambiamento verso l’effimero della celebrazione. Spazi de-formanti che hanno alterato la società, il modo di pensare, di muoversi, di relazionarsi, di guardare e di farsi vedere.
Per la prima volta una ricerca strutturata da cinque curatori, fra i quali, Jochen Eisenbrand (Chief-Curator al Vitra Design Museum), Catharine Rossi e Katarina Serulus (Co-Curator all’ADAM – Brussel Design Museum), traccia una linea del tempo attorno e attraverso il fenomeno, esaminando relazioni estetiche e linee evolutive tra i diversi club e la loro architettura, gli interior, il design, la tecnologia, la moda e, purtroppo solo remotamente, la musica.

Night Fever. Installation view at Vitra Design Museum, Weil am Rhein 2018. Photo Mark Niedermann
Night Fever. Installation view at Vitra Design Museum, Weil am Rhein 2018. Photo Mark Niedermann

LA MOSTRA

Nelle sale compartimentali del Vitra Design Museum, la prima stanza a piano terra ospita la sezione Beginning to See the Light. Qui spetta alla cosiddetta YèYè architecture (Pierre Restany) italiana battezzare l’intero percorso dal titolo Night Fever, attraverso fotografie, disegni, sedute (come la mitica Swivel di Tallon), arredi, insegne e persino alcune impalcature che rievocano gli anni del Piper (da Torino a Roma, senza passare per Milano) come miccia d’innesco per altri club, quali il Fun Palace di Londra, inaugurato nel 1964. Sebbene il pionieristico Derby Club di Milano (aperto nel 1965 con arredi luminosi disegnati da Bruno Munari) non venga citato, l’allestimento fitto, tra teche orizzontali e locandine verticali, prova a campionare frammenti del divertimento e dell’intrattenimento attraverso citazioni e pezzi ritrovati che non ricreano, né delimitano, alcuna atmosfera.
Nella sala successiva, la sezione dal titolo Can You Feel It? immerge lo spettatore al di sotto di una calotta specchiata, alienante, ideata da Konstantin Grcic. Una sorta di baldacchino che rilascia ad altezza-occhio e orecchio stili (pre-disco, disco, house e techno), oppure epoche musicali, attraverso brani in cuffia e infografiche stampate all’interno delle pareti a specchio. In cuffia vengono fatte suonare diverse playlist che includono rock, funk, soul, afro e jazz per introdurre l’avvento della dance music degli Anni Settanta, senza che in mostra, o, meglio, nel suo etere, venga spartita alcuna nota.

Night Fever. Installation view at Vitra Design Museum, Weil am Rhein 2018. Photo Mark Niedermann
Night Fever. Installation view at Vitra Design Museum, Weil am Rhein 2018. Photo Mark Niedermann

DALLO STUDIO 54 AGLI ANNI ZERO

La terza sala, quella più estesa (Slave to the Rhythm) vengono celebrati stilisti come Halston e Burrows e la moda è teatro della street fashion e del voguing; mentre la disco music diventa onnipresente attraverso il successo del film Saturday Night Fever (1977) e icone come Grace Jones negli anni imperdibili di Studio 54. L’ultima sala, infine ospita Around The World, una fittissima, affollata ricognizione del clubbing tra gli Anni Novanta e Duemila, senza mancare alcuni accenni al Tresor di Berlino e al Manchester International Festival. Appuntamenti ridotti a una costellazione di piccoli monitor, fotografie in scala 1:1, costumi rave e un modello architettonico del Newcastle Stage, costruito dall’Horst Arts & Music in Belgio nel 2017.
Per tutti coloro che non si accontentano delle controllate risposte percettive e delle prove circostanziali esposte in Night Fever, consigliamo di sfogliare e approfondire il catalogo della mostra che rappresenta un ottimo, primo tentativo di ricondurre un universo vastissimo a una serie di tanti, accurati pianeti.

Ginevra Bria

Weil am Rhein // fino al 9 settembre 2018
Night Fever. Designing Club Culture 1960 – Today
VITRA DESIGN MUSEUM
Charles-Eames-Straße 2
www.design-museum.de

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Ginevra Bria
Ginevra Bria è critico d’arte e curatore di Isisuf – Istituto Internazionale di Studi sul Futurismo di Milano. È specializzata in arte contemporanea latinoamericana.