Difficile riabilitare l’età avanzata della vita quando la retorica quotidiana è saldamente ancorata al culto dell’eterna giovinezza, esortando alla cura del corpo come profilassi anti-aging. L’orgoglio di poter invecchiare è solo una favola? O è una zona d’ombra, sempre vitale, da offrire all’estetica? Una grande mostra al museo Belvedere di Vienna esplora l’età della piena maturità.

Probabilmente è la prima volta che la fenomenologia espositiva dell’arte arriva a tematizzare l’età del declino della vita umana. Se ne incarica il Museo Belvedere di Vienna nel padiglione Unteres Belvedere, con una collettiva di notevole spessore qualitativo, intitolata La potenza della vecchiaia o, più propriamente in lingua tedesca, Die Kraft des Alters, individuando alcuni capisaldi tematici. Non un pio “memento mori”, bensì uno sguardo schietto sulla carne ancora viva nel momento in cui cerca di cogliere fino in fondo lo spirito di conservazione innervato nella natura umana. La mostra è, tra le tante cose, una visione prospettica sull’età tarda, come un riflesso allo specchio del nostro futuro anteriore che può richiamare alla mente, pur sulla base di contesti diversissimi, alcune scene del film 2001: Odissea nello spazio, capolavoro cinematografico di Stanley Kubrick, datato 1968.

NESSUNA RETORICA

Nonostante il titolo – reso ulteriormente edificante nella traslazione inglese con Aging Pride, “Orgoglio dell’invecchiamento” –, si è di fronte a una costruzione d’insieme tutt’altro che edulcorata e retorica. È invece un repertorio figurativo e simbolico di stati esistenziali e psicologici molto variegati, talvolta ricchi di tensione, di coraggio e di slanci vitali, ma anche pervasi di malinconia, rassegnazione o in bilico tra resistenze, nostalgie e rimpianti. Allo sguardo del visitatore le opere emanano fatalmente un sottile senso di crudezza e di “cinismo”. Una strana convergenza con il “parlar franco” (paressia), insito nella maniera d’esprimersi dei filosofi della “scuola cinica” nell’antica Grecia, di cui uno dei maestri fu Diogene di Sinope, quel singolare “antropologo” che se ne andava in giro con una lanterna dicendo di cercare l’Uomo, ossessionato dall’idea che la vita dovesse esser vissuta in forma naturale, priva di artifici. Dipinto esemplare quello di Johann W. Tischbein, risalente al 1780 circa – purtroppo non in mostra – in cui di Diogene si dà l’immagine di un uomo umile e, non a caso, con i tratti archetipici della vecchiezza, bersaglio di un’ambigua attenzione pubblica che rasenta lo scherno.

Juergen Teller, Vivienne Westwood No. 1, No. 3, No. 6 © Juergen Teller and Christine König Galerie, Vienna
Juergen Teller, Vivienne Westwood No. 1, No. 3, No. 6 © Juergen Teller and Christine König Galerie, Vienna

GLI ARTISTI

La schiera dei centocinque artisti selezionati dalla curatrice Sabine Fellner è molto differenziata per linguaggi e generazioni, lungo un arco di tempo che va da fine Ottocento a oggi, con oltre centosettanta opere prevalentemente pittoriche, suddivise in sei capitoli tematici. Appare confortante un’opera tarda di Maria Lassnig, artista scomparsa nel 2014 all’età di novantaquattro anni; la tonalità chiara dei colori e la vivacità delle forme sono l’indice che la piena maturità può essere una benevola e ironica fonte d’ispirazione creativa. Non mancano, poi, lavori di artisti ultraottantenni sempre energicamente in attività, come Arnulf Rainer, Daniel Spoerri, Joan Semmel o Margot Pilz. Intense e agghiaccianti quelle tele che, attraverso la “carnalità” degli impasti di colore, mirano immediatamente alla rappresentazione dei segni che la vecchiaia imprime sui volti e sulla superficie dei corpi, vedi il ritratto di una donna anziana eseguito da Karoline Kubin, o quello del pittore Carl Moll fatto da Oskar Kokoschka, o la fragile figura di un uomo di Eric Fischl. C’è però anche il ritratto fotografico di una intrepida vegliarda novantenne come Louise Bourgeois – scomparsa quasi centenaria – fatto da Herlinde Koelbl. E c’è chi sa prendere con “filosofico” erotismo il percorso della terza età, come la rossa stilista inglese Vivienne Westwood, nel mostrarsi nuda in un trittico di pose oltremodo oscene per l’obiettivo di Juergen Teller.

LO SGUARDO FEMMINILE

La personalità femminile, in questa esplorazione, risulta prevalere sia come occhio in grado di affrontare le varie prospettive, sia come bersaglio stesso dello sguardo. È a suo modo geniale l’idea che presiede alla serie di opere “generativ” di Annegret Soltau, tra il 1994 e il 2005, consistente in dei collage fotografici eseguiti in maniera “chirurgica”. In mostra, una foto molto rappresentativa della serie. L’artista scompone e poi cuce insieme, con un vistoso filo nero, pezzi dei corpi nudi della sua “catena familiare” tutta femminile: sua nonna, sua madre, sua figlia e se stessa. Grazie a questa sua tecnica, lei mostra l’intero arco del cambiamento corporeo tra gioventù e anzianità all’interno della propria famiglia. La serie “generativ”, però, si presenta anche con altre implicazioni se vi si legge l’intento di sovvertire l’ordine, instaurando una sorta di ironico matriarcato. Nota di cronaca: a suo tempo, due esposizioni pubbliche, in Germania, della serie “generativ” furono rimosse a causa – fu detto esplicitamente – della bruttezza dei nudi femminili.

Brigitte Kowanz, Memoria. Belvedere Vienna
Brigitte Kowanz, Memoria. Belvedere Vienna

BRIGITTE KOWANZ E FIONA TAN

In uno spazio di passaggio, tra le sale del padiglione, ci si imbatte in un cubo di vetro che lascia trasparire dall’interno codici grafici fluorescenti, moltiplicati per effetto di un gioco di rispecchiamenti. Un dispositivo riuscitissimo questa scatola della memoria di Brigitte Kowanz, che allude alla proliferazione di pensieri e ricordi. L’installazione di Fiona Tan, isolata in una saletta oscurata, si avvale di due schermi affiancati, giusto a stabilire una stretta connessione tra le due tracce video che vi si proiettano. Tutto è doppio, potenzialmente lo è anche la visuale dello spettatore, il quale ha spazio per aggirare gli schermi su cui scorrono le immagini. Queste focalizzano simultaneamente due figure femminili con primissimi piani nell’intimità della casa. Sono sdoppiamenti di un unico percorso temporale, con un continuo alternarsi delle sequenze tra uno schermo e l’altro, in una pacata atmosfera di attese e di speranze, di ricordi e rassegnazioni. È l’installazione che virtualmente conclude il percorso espositivo, sintetizzando il senso “cinico” dello scorrere inesorabile del tempo.

Franco Veremondi

Vienna // fino al 4 marzo 2018
Die Kraft des Alters
BELVEDERE MUSEUM (PAD. UNTERES BELVEDERE)
Rennweg 6
www.belvedere.at

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Franco Veremondi
Nato a Perugia, residente a Roma; da alcuni anni vive prevalentemente a Vienna. Ha studiato giurisprudenza, quindi filosofia con indirizzo estetico e ha poi conseguito un perfezionamento in Teoretica (filosofia del tempo) presso l’Università Roma Tre. È giornalista pubblicista dal 1994 occupandosi di arti visive, di architettura e di estetica dei nuovi media. Nell’ambito delle arti ha svolto periodicamente attività curatoriale e didattica. Collabora con quotidiani e riviste di area europea.