Il BOZAR di Bruxelles ospita la retrospettiva di Fernand Léger, che ha fatto della multidisciplinarietà la cifra inconfondibile della sua opera e della sua vita. Siamo andati a vederla.

Nel 1923 Fernand Léger (Argentan, 1881–Gif-sur-Yvette, 1955) scriveva “Il bello è dappertutto”, frase tanto semplice quanto complessa, da un punto di vista teorico-filosofico, che racchiude tutta la sua opera e la sua vita. Il bello che l’artista, figlio di un contadino della Normandia e un futuro da architetto, ha “scovato” intorno a sé, nella trasformazione urbanistica delle tante città che ha visitato, nella velocità di una società che stava cambiando radicalmente, nell’uomo ordinario, fino alla banalità del quotidiano. Quella frase è anche il titolo della mostra in corso al Palais des Beaux-Arts (BOZAR) di Bruxelles. Ma c’è altro che fa di Léger un artista a tutto tondo: la multidisciplinarietà e la sperimentazione di numerosi mezzi espressivi, dalla pittura al disegno, dalla scultura (non riuscitissima) al cinema, dalla performance alla pubblicità, dalla Street Art ante litteram all’architettura, dalla poesia fino alla politica. La mostra ‒ presentata prima al Centre Pompidou-Metz e curata da Ariane Coulondre ‒ è la prova del suo spirito onnicomprensivo e della sua spinta popolare che tutto include.
Con un corpus di circa cento opere e una selezione di materiale d’archivio, la mostra accompagna attraverso l’intera carriera di una personalità straordinaria. Organizzata in sei capitoli (Velocità e macchine, Poesia, Cinema, Circo e Danza, Architettura e impegno politico), Le Beau est partout si apre col dipinto monumentale Le Transport des forces del 1937 che, per la sua dimensione eccezionale, ha necessitato di tre giorni d’allestimento e del lavoro coordinato di quindici persone. Ogni capitolo è strutturato cronologicamente ed è intervallato da una scenografia che, seppur “ingombrante” ‒ ricorda di primo acchito le strutture geometriche e trasparenti di Dan Graham ‒, dà ritmo a un racconto complesso ma lineare e coerente. Con l’obiettivo di rappresentare al meglio lo spirito multidisciplinare di Léger, il BOZAR ha arricchito la mostra con una serie di elementi “accessori”: all’esterno dello spazio espositivo, il collettivo Farm Prod ha realizzato dei graffiti ispirati all’artista; la guida per i visitatori riunisce racconti di cinque scrittori contemporanei, invitati a scrivere testi ispirandosi a una sua opera; il video-promo circolato sui social è stato liberamente tratto da alcune opere dell’artista e la sera dell’opening, aperta al pubblico che è accorso numeroso, è stata animata da alcuni performer che hanno danzato con costumi disegnati da Léger e riprodotti per l’occasione.
Ma ciò che rende speciale la mostra è il fatto che si tenga proprio al BOZAR, da sempre eccellente centro per le arti che unisce nella sua programmazione mostre, musica, teatro, cinema e danza. Del DNA dello spazio, di come funziona, delle sue collaborazioni internazionali e delle mostre future abbiamo parlato con Sophie Lauwers, direttrice della sezione mostre.

Fernand Léger, Les deux femmes debout, 1922. Collection Centre Pompidou, Paris © Centre Pompidou, MNAM CCI_Christian Bahier et Philippe Migeat_Dist. RMN GP © Sabam, 2017
Fernand Léger, Les deux femmes debout, 1922. Collection Centre Pompidou, Paris © Centre Pompidou, MNAM CCI_Christian Bahier et Philippe Migeat_Dist. RMN GP © Sabam, 2017

IL PALAZZO DELLE BELLE ARTI

BOZAR è un’istituzione pubblica. L’edificio è di proprietà dello Stato e ogni anno riceviamo un finanziamento per pagare lo staff e un piccolo budget per il programma in generale. Per tutto il resto, per la programmazione di mostre dobbiamo cercare fondi. Oltre al fundraising, il nostro box office è una parte consistente delle entrate, circa un terzo. Quindi un terzo di finanziamenti pubblici, un terzo da parte di privati e un terzo proveniente dalla biglietteria”, afferma la direttrice. Il BOZAR ha numeri piuttosto importanti. Unendo i concerti, gli spettacoli, il cinema e le mostre ha circa un milione e 300mila visitatori l’anno. Ogni giorno c’è un concerto, un film, un balletto o uno spettacolo teatrale e molti eventi collaterali. Il numero delle mostre va da 25 a 30 l’anno. Alcune mostre sono inoltre a ingresso libero.

COLLABORAZIONI INTERNAZIONALI

Il Centro non possiede una collezione permanente. Questo significa avere una certa libertà ma, allo stesso tempo, non avendo opere da “scambiare”, è più complicato negoziare e creare un network di collaborazioni internazionali con altre istituzioni. Eppure, BOZAR nella sua storia conta rapporti importanti con spazi prestigiosi in tutto il mondo. Qual è la policy? “Non abbiamo regole precise. Ad esempio qualche anno fa ho incontrato Francesco Manacorda che al tempo era direttore della Tate Liverpool, e mi ha detto che stava organizzando una mostra di Yves Klein e stava cercando dei partner, chiedendomi di partecipare. Collaborare è molto importante per diverse ragioni: puoi dividere i costi e puoi presentare la mostra a diversi pubblici internazionali. Volevamo fare una mostra di Fernand Léger da molti anni ma era fondamentale avere un partner. L’ho inizialmente proposta alla Tate Liverpool perché non sapevo che anche il Centre Pompidou volesse farla. Si basa tutto sulle relazioni, sulla fiducia e sulla stima. Qualche anno fa abbiamo organizzato un’esposizione di Zurbarán con il Prado”, spiega Lauwers. Molte sono anche le mostre prodotte dal BOZAR che hanno viaggiato in altre istituzioni, tra cui il Kunsthistorisches Museum di Vienna, la National Gallery di Cracovia, lo ZKM di Karlsruhe o il Pushkin di Mosca. Spanish Still life (che inaugurerà al BOZAR il 23 febbraio) è, ad esempio, una co-produzione con i Musei Reali di Torino, città che poi ospiterà la mostra.

La stagione espositiva del BOZAR prevede: EUROPE, EUROPE (dal 20 giugno), una mostra su come il concetto di “europeità” ha influenzato la pratica artistica contemporanea; Resist! The 1960’s protest, Photography and visual legacy (dal 27 giugno), in occasione del cinquantesimo anniversario del 1968; Beyond Klimt (dal 21 settembre), in co-produzione col Belvedere di Vienna che parte dalla morte di Klimt; una mostra su Chris Marker in collaborazione con la Cinémathèque française (dal 19 settembre) e una retrospettiva dedicata alla riscoperta di Theodoor van Loon. A caravaggist painter between Rome and Brussels (dal 10 ottobre), che vedrà anche la partecipazione del regista e scenografo teatrale italiano Romeo Castellucci con un suo intervento all’interno della mostra.

Daniele Perra

Bruxelles // fino al 3 giugno 2018
Fernand Léger. Le beau est partout
BOZAR
rue Ravenstein 23
www.bozar.be

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AutoreFernand Léger
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Daniele Perra
Daniele Perra è giornalista, critico, curatore e consulente strategico per la comunicazione. Collabora con "ICON DESIGN", “GQ Italia”, “ULISSE, "SOLAR" ed è docente allo IED di Milano. È stato fondatore e condirettore di “unFLOP paper” e collaboratore di numerose testate tra cui “ArtReview” “Mousse”, "Harper's Bazaar art America Latina". È stato consulente strategico per la comunicazione della Fondazione Modena Arti Visive, Direttore Comunicazione del Centro Pecci di Prato, Strategic Advisor for Media and Communication alla Malmö Konsthall e Direttore della Comunicazione della Fondazione Thyssen-Bornemisza Art Contemporary. Ha fatto parte del team di selezionatori per alcuni premi tra cui il Premio FURLA e The Sovereign European Art Prize. Ha scritto testi per cataloghi e curato mostre tra cui: Shahryar Nashat in collaborazione con il Centro Pecci, Cantieri Culturali ex-Macelli, Prato (2003); Hans Schabus and the Very Pleasure (Laboratori del Teatro alla Scala di Milano, 2006). Ha pubblicato il volume "Impatto Digitale. Dall’immagine elaborata all’immagine partecipata: il computer nell’arte contemporanea", Baskerville, Bologna. Ha tenuto lecture alla NABA e un corso di Fenomenologia dell’arte contemporanea alla Scuola Politecnica di Design di Milano. È stato caporedattore di “tema celeste” (1999-2007), caporedattore di “KULT” (2007-2010), ha collaborato dal 2000 al 2006 a “Il Sole24ORE” (Domenicale) e all'inserto cultura Saturno de “Il Fatto Quotidiano” e ha collaborato con Artribune come editorialista e consulente.